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Eni, l’analisi di EXIT: discrepanze tra strategie climatiche e dati di bilancio

A seguito dell’Assemblea degli Azionisti Eni del 6 maggio 2026, Energia per l’Italia (EXIT) ha diffuso un’analisi comparata della Lettera agli azionisti del 18 marzo 2026 e del Messaggio del 27 aprile 2026 sulla strategia climatica, entrambi del Presidente e dell’AD. Secondo l’associazione, tra le dichiarazioni ufficiali e i dati di bilancio emergono contraddizioni significative: produzione di petrolio e gas in crescita, emissioni Scope 3 non rendicontate in modo comparabile, progetti CCS avviati senza garanzie, e un azionista pubblico che finanzia la transizione ma possiede una società che investe in nuovi giacimenti fossili.

Eni, l'analisi di EXIT: discrepanze tra strategie climatiche e dati di bilancio
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A distanza di qualche giorno dall’Assemblea degli Azionisti Eni, tenutasi a Roma il 6 maggio 2026, Energia per l’Italia (EXIT) ha reso pubblico un esame comparato di due documenti ufficiali della società: la lettera agli azionisti del 18 marzo 2026 (allegata alla Relazione Finanziaria Annuale 2025) e il messaggio del 27 aprile 2026, dedicato alla strategia climatica, entrambi del Presidente e dell’AD.

Secondo EXIT, i due documenti raccontano una storia di trasformazione che i numeri del bilancio e le scelte operative del gruppo non confermano pienamente. Di seguito i principali punti emersi dall’analisi.

1. Crescita della produzione fossile

Nella lettera del 18 marzo, Eni scrive che la produzione di olio e gas crescerà a un tasso organico medio composto del 3-4% all’anno fino al 2030, raggiungendo oltre 2 milioni di barili equivalenti al giorno. Nel 2025 la produzione ha già raggiunto 1,73 milioni di barili equivalenti al giorno.

EXIT osserva che questo obiettivo è incompatibile con le raccomandazioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, secondo cui non vi sarebbe spazio per nuovi investimenti upstream se si vuole rispettare l’Accordo di Parigi. Nel primo semestre 2025, le attività Oil&gas hanno generato un utile operativo di 6,6 miliardi di euro, mentre Plenitude ed Enilive insieme hanno contribuito per 598 milioni di euro.

2. Emissioni: Scope 1 e 2, non Scope 3

Sia la lettera del 18 marzo che il messaggio del 27 aprile sottolineano la riduzione delle emissioni nette dell’Upstream (-31% rispetto al 2024, -68% rispetto al 2018) e l’azzeramento del flaring di routine.

EXIT rileva che questi dati riguardano solo le emissioni dirette (Scope 1 e 2) della produzione. Le emissioni indirette (Scope 3), generate dall’uso dei prodotti venduti (benzina, diesel, gas), rappresentano oltre l’85% dell’impronta carbonica di un’azienda petrolifera. Dalla nota integrativa della Relazione Finanziaria Annuale 2025 risulta che Eni ha modificato la metodologia di calcolo delle emissioni Scope 3 a partire dal 2025, rendendo i dati non comparabili con gli anni precedenti. Nessuno dei due documenti fornisce dati aggiornati o comparabili sulle Scope 3.

3. Esplorazione di nuovi giacimenti

Nella lettera del 18 marzo, Eni scrive di aver scoperto 900 milioni di barili equivalenti di nuove risorse nel 2025. Dal 2014 a oggi il gruppo ha scoperto complessivamente 11 miliardi di barili equivalenti. EXIT sottolinea che l’attività esplorativa è tipica di una compagnia petrolifera tradizionale e non di un’azienda che intende abbandonare i combustibili fossili.

4. Espansione del gas come “energia di transizione”

Il messaggio del 27 aprile afferma che l’aumento della produzione a gas (oltre il 60% dei volumi totali al 2030) contribuirà al percorso di decarbonizzazione. EXIT osserva che il gas rimane un combustibile fossile e che le emissioni di metano lungo l’intera filiera ne riducono i benefici climatici. Progetti come Argo Cassiopea in Italia e gli sviluppi in Mozambico, Indonesia e Congo impegnano Eni per decenni in infrastrutture fossili.

5. Progetto CCS: criticità non menzionate

Entrambi i documenti citano il progetto Ravenna CCS. Il messaggio del 27 aprile lo definisce “essenziale per la transizione energetica”. EXIT richiama criticità emerse in precedenti assemblee e non menzionate nei documenti ufficiali: la Fase 1 è partita senza Valutazione di Impatto Ambientale (deroga normativa); Eni e Snam sono state esentate dal presentare garanzie fideiussorie; la responsabilità dei siti di stoccaggio viene trasferita allo Stato dopo 20 anni; l’articolo 7 del “Decreto Energia” affida a Eni e Snam il compito di predisporre gli studi per la regolazione tecnica della filiera CCS.

6. Peso dei business della transizione

Il messaggio del 27 aprile prevede che Plenitude genererà un EBITDA superiore a 2,5 miliardi di euro nel 2030 e Enilive 3 miliardi di euro. EXIT confronta queste cifre con i risultati del segmento Global Natural Resources (esplorazione e produzione), che nel 2025 ha registrato un EBIT proforma di 10,4 miliardi di euro. Anche al 2030, il peso delle attività low-carbon rimarrebbe significativamente inferiore a quello del solo upstream fossile.

7. La situazione in Basilicata

Un tema che né la lettera del 18 marzo né il messaggio del 27 aprile si degnano di sfiorare è la situazione in Basilicata. E non è un caso.

EXIT ricorda che i celebri “progetti Non Oil” – per i quali Eni ha stanziato con grande rumore mediatico oltre 310 milioni di euro di risorse di compensazione ambientale – sono in larga parte un colossale fallimento.

La Commissione VIA ha già bocciato il progetto del pozzo Pergola 1 a Marsico Nuovo con un doppio parere negativo (Valutazione di Incidenza Ambientale e compatibilità ambientale), invocando il principio di precauzione. Eni, testardamente, continua a spingere per realizzarlo. L’assessore regionale Francesco Cupparo ha proposto di “sospendere temporaneamente una parte dei progetti attualmente in corso” – un modo elegante per dire che l’intera impalcatura della compensazione ambientale è in crisi.

8. L’azionista pubblico

Nessuno dei due documenti menziona che il principale azionista di Eni è il Ministero dell’Economia e delle Finanze tramite Cassa Depositi e Prestiti (circa il 30%). EXIT rileva che lo Stato italiano è contemporaneamente azionista di maggioranza di una società che investe in nuovi giacimenti fossili, firmatario dell’Accordo di Parigi e finanziatore della transizione energetica con fondi PNRR.

Conclusione

Secondo Energia per l’Italia (EXIT), nella lettera del 18 marzo 2026 e nel messaggio del 27 aprile 2026, Presidente e AD di Eni raccontano una storia di trasformazione che i numeri del bilancio e le scelte operative non confermano. Eni non sta abbandonando i fossili, ma sta aggiungendo attività di transizione a un core business fossile che continua a crescere.

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