• Articolo Roma, 20 febbraio 2019
  • Speciale Rinnovabili.it - Prima parte

    Economia circolare nella responsabilità sociale di impresa

  • Iniziamo oggi una serie di approfondimenti sulla CSR per capire quanto si stia diffondendo tra le Aziende italiane, quanto il management sia pronto al nuovo approccio produttivo e quali siano le reali potenzialità ambientali e sociali

Economia circolare

 

 

(Rinnovabili.it) – Sempre più spesso le pubblicità sui giornali e in TV, i convegni, gli opinion leader, parlano di Economia Circolare” come di una leva economica e uno dei trend dei prossimi anni, eppure indagando con le persone che ci circondano, nessuno sembra avere cognizione del significato di queste due parole magiche.

A tutti appare suonare come “qualcosa di buono”, sebbene al cittadino comune non sia chiaro esattamente di cosa si tratti.

Se poi ci focalizziamo sulle aziende escludendo le grandissime realtà non rappresentative del tessuto imprenditoriale italiano scopriamo che esse ormai da anni hanno la consapevolezza che gli sprechi in termini di energia creano un aggravio di costi che si potrebbe evitare (al di là dell’impatto ambientale), e che una razionalizzazione dei consumi di energia porta un risultato positivo direttamente sull’ultima riga del Bilancio. Tuttavia nessuna di esse sembra avere ancora maturato la piena consapevolezza del valore intrinseco “nascosto” in quelli che sono i suoi scarti di produzione.

 

Quella transizione che alcuni pensavano chiara “dall’efficienza energetica all’ efficienza dei flussi di materia”, non è invece ancora entrata nell’economia reale.  Infatti, basta fare una chiacchierata con i responsabili di molte società per capire che la tematica dei rifiuti non è ancora entrata nel mirino dei vertici delle aziende.

Mentre esiste un Energy Manager in molte aziende di produzione, in quelle stesse aziende la gestione dei rifiuti spesso non è demandata a un ufficio preposto, né quella degli scarti è un’area su cui stanno facendo progetti di innovazione, ma è quasi sempre trattata come una attività marginale di cui nessuno si vuole occupare, perché associata a temi ritenuti poco interessanti, tendenzialmente problematici, e comunque pensata come un “costo e un male “necessari.

Nei miei lunghi anni di esperienza maturata nel settore ambientale, mi ha sempre sorpreso moltissimo l’ignoranza riscontrata nei rappresentanti legali delle aziende, i quali sembrano trascurare le responsabilità penali personali legate a un potenziale non corretto smaltimento dei rifiuti della propria azienda.

 

Negli anni 70 c’era uno slogan ambientalista che associava ai rifiuti il concetto di “risorsa”. Nonostante ciò, negli ultimi 50 anni questo è rimasto uno slogan scolpito su una lapide in quelli che sono gli unici luoghi dove viene gestita la loro fine, le tombe dei rifiuti stessi: le discariche.

 

Lo scenario che cambia – il quadro normativo

La legislazione europea già dal 2006 con il D.Lgs.152/2006 aveva dichiarato la gerarchia per la corretta la gestione dei rifiuti in ottica di migliore opzione ambientale:

  1. Prevenzione (non produrli) e riduzione;
  2. Reimpiego o Riutilizzo;
  3. Riciclo;
  4. Recupero di altro tipo, per esempio, il recupero di energia;
  5. Smaltimento.

 

Nonostante questo in Italia non si sono sviluppati sistemi industriali che permettessero una economicità nel recupero di tutte le tipologie di rifiuti e ancora oggi lo smaltimento in discarica e la termovalorizzazione la fanno da padroni.

Negli ultimi anni la legislazione europea sta introducendo norme serrate sul fine vita dei prodotti e sulla responsabilità dei produttori. La strategia Europa Horizon 2020 ha infatti definito come una delle priorità la transizione verso un’economia circolare per un uso efficiente delle risorse.

 

Già Settembre 2014 la Commissione Europea aveva proposto un pacchetto di leggi che hanno come obiettivo la riduzione della produzione di rifiuti e una più generale transizione verso un’economia circolare. Tali misure sono contenute nella Comunicazione “Verso un’economia circolare: programma per un’Europa a zero rifiuti” che ha portato l’argomento nel dibattito pubblico europeo.

Nel 2018 le quattro direttive contenute nel pacchetto UE sull’economia circolare sono state pubblicate nella Gazzetta Ufficiale europea e dovranno essere recepite entro il 5 luglio 2020  dagli Stati membri.

 

In Italia, il Senato della Repubblica il 2 Febbraio del 2016, con la legge di stabilità 2016, ha disposto l’entrata in vigore del Collegato Ambientale (legge 28 dicembre 2015, n.221) contenente disposizioni in materia di normativa ambientale per promuovere la green economy e lo sviluppo sostenibile e dovrà recepire nel corso dei prossimi due anni la direttiva Europea sull’Economia circolare.

 

Lo scenario del nostro Paese non è però attualmente affatto confortante. Il 28 Febbraio 2018  infatti la quarta sezione del Consiglio di Stato ha sancito, con la sentenza n.1229, una fermata drammatica per lo sviluppo dell’Economia Circolare in Italia tanto che il Sole 24 ore, in un suo articolo del 6 marzo del 2018, l’ha definita la “pietra tombale sul futuro del riciclo dei rifiuti” .

Con questa sentenza infatti è stata accentrato a livello Ministeriale il potere di definire la cessazione della qualifica del rifiuto (End of Waste” appunto), togliendolo alle Regioni. Questo ha completamente bloccato lo sviluppo industriale del settore.

Così come spesso è capitato anche altre volte in Italia, (un esempio fra tutti lo spalma incentivi nel mondo dell’energia) il legislatore sembra schizzofrenico e anziché incentivare la sostenibilità secondo le direttive comunitarie, cambia le regole in gioco ostacolando l’implementazione di uno sviluppo industriale di settore che richiede stabilità normativa per garantire strategie e investimenti a lungo termine.

 

La situazione Italiana sembra quindi oggi andare a due velocità: da una parte le aziende iniziano a prendere consapevolezza del valore dei propri scarti e alcune a sperimentare soluzioni di economia circolare, stanno nascendo start up dedicate, i centri di ricerca universitari hanno in corso progetti interessanti sul reimpiego di scarti nel settore produttivo e sul redesign di prodotto, dall’altra la normativa sta rallentando (per non dire bloccando totalmente) questo sviluppo. La speranza è che la spinta che viene dall’Europa e la consapevolezza del consumatore, sempre più sensibile ai temi della sostenibilità, possano vincere contro un sistema legislativo che anziché accelerare lo sviluppo sostenibile del Paese lo sta frenando.

 

Ė sempre più evidente che le risorse del Pianeta sono in esaurimento ed è necessario attivare un sistema economico che sia basato sull’efficienza dei consumi, promuovendo il concetto che la casa Editrice Edizioni Ambiente ha definito “Materia Rinnovabile”, ovvero cominciando a pensare che anche la materia, come l’energia, può essere rinnovata e, pur scartata, può prendere forma in una nuova vita in prodotti diversi.

 

 

L’economia circolare come risposta alla  scarsità di risorse del pianeta

Secondo la definizione della Ellen MacArthur Foundation economia circolare «è un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera». In sintesi è un nuovo modello economico che mira alla riduzione dello spreco di risorse.

I due modelli a confronto sono quello LINEARE e quello CIRCOLARE.

 

Credit: Parlamento europeo

Credit: Parlamento europeo

 

È evidente che il modello di economia Lineare ha fallito rispetto a due aspetti: quello ambientale – il consumo di risorse vergini oltre all’ impatto ambientale in termini di rifiuti ed emissioni – e quello economico –molti dei materiali che andiamo a gettare non hanno ancora esaurito la loro potenzialità economica.

 

Il nuovo modello (l’Economia Circolare appunto) si basa su diversi presupposti:

 

  • REDESIGN/ECO PROGETTAZIONE

Un prodotto fin dal suo nascere deve essere costruito per durare e fin dall’inizio ci si deve occupare del fine vita del prodotto, dotandolo di caratteristiche che ne permettano ove necessario lo smontaggio o la ristrutturazione.

 

  • PRODUZIONE EFFICIENTE

Attraverso macchinari e processi innovativi va ridotto il materiale usato per produrre ogni singolo prodotto e vanno ridotti gli scarti

 

  • CONSAPEVOLEZZA DEL CONSUMO

Promuovere la consapevolezza del consumatore (chiarire impatti del suo consumo tramite etichette trasparenti). Il consumatore deve essere sollecitato a utilizzare quei prodotti che riducono al minimo consumi di materiali vergini e più facili da riciclare una volta che raggiungono il fine vita.

 

  • RACCOLTA/RECICLO

Ci sono processi industriali di riciclo spinto. Stimolare il mercato delle materie prime seconde ovvero le materie costituite da sfridi di lavorazione o da materiali derivanti dal recupero.

 

Nei principi espressi dalla Fondazione Mac Arthur si parla anche di:

 

  • ENERGIE RINNOVABILI

Affidarsi ad energie prodotte da fonti rinnovabili favorendo il rapido abbandono del modello energetico fondato sulle fonti fossili.

 

  • APPROCCIO ECOSISTEMICO

Pensare in maniera olistica, avendo attenzione all’intero sistema e considerando le relazioni causa-effetto tra le diverse componenti.

 

  • RECUPERO DEI MATERIALI

Favorire la sostituzione delle materie prime vergini con materie prime seconde provenienti da filiera di recupero che ne conservino le qualità.

 

Ci si potrebbe quindi chiedere: L’economia circolare è una novità o una transizione?

La componente industriale dell’Economia Circolare, (nella declinazione dei punti precedenti), è una novità rilevante sia in termini economici che ambientali.

La strategie di riduzione dei rifiuti sono invece già abbastanza consolidate. L’enfasi delle scelte politiche ed economiche si è spostata dalla fine della catena di produzione (rifiuti e scarti) all’inizio della stessa (progettazione  e redesign).

 L’economia circolare va concepita quindi come una nuova “dieta” nell’eccezione originaria del temine ovvero dal greco “diaita”, modo di vivere.

 

Come è sempre accaduto nella Storia, nuovi modi di “nutrirsi”, nuove diete, hanno mutato radicalmente il corpo degli esseri viventi nella sua conformazione più profonda. Anche in questo caso questo nuovo modo di vivere sta cambiando la società nelle sue diverse forme aggregative e non sarà possibile tornare indietro! Non si può quindi pensare che l’Economia Circolare sia solo “una moda” dei nostri tempi, ma è senza subbio una delle leve utili alla radicale trasformazione del sistema economico verso uno Sviluppo Sostenibile.

 

L’economia circolare nel contesto urbano

La transizione da un’Economia Lineare ad una Economia Circolare in un ambiente urbano richiede una sempre maggiore efficienza nell’uso delle risorse e una minimizzazione della produzione di reflui e rifiuti, attraverso politiche di prevenzione, preparazione per il riutilizzo, riciclo e altre forme di recupero degli scarti, al fine di raggiungere la chiusura dei cicli di processo e di prodotto.

 

Credit: ENEA

Credit: ENEA

 

Uno degli aspetti fondamentali della economia circolare è la necessità di fare RETE. Non è infatti possibile alcun progetto industriale reale, fatto con questo nuovo modello, che non implichi la creazione di una rete fatta di pubblico e privato, ma anche di sole imprese, animate da progetti di “simbiosi industriale”.

 

“Con il termine simbiosi industriale si identificano infatti gli scambi di risorse tra due o più industrie dissimili, intendendo con risorse non solo quelle materiali (sottoprodotti o rifiuti), ma anche energia termica di scarto, servizi, competenze”.

 

Si tratta cioè di una strategia per la chiusura dei cicli delle risorse e l´ottimizzazione del loro uso all’interno di uno specifico ambito economico territoriale (Cutaia e Morabito, 2012) attraverso la collaborazione tra le diverse imprese basata sulle possibilità sinergiche offerte dalla loro prossimità geografica/economica (Chertow, 2000; Lombardi e Laybourn, 2012).

 

Qual è quindi il punto di incontro tra Economia Circolare e Responsabilità Sociale d’Impresa? Senza ombra di dubbio questo punto di incontro è una prospettiva di lungo termine verso uno sviluppo che sia sostenibile non solo per le nuove generazioni ma anche per il nostro Pianeta.

 

di Alessandra Fornasiero – CsrValue

 

Prima parte dello Spaciale Rinnovabili.it. La seconda parte sarà pubblicata fra sette giorni.

 

Un Commento

  1. Franco Bertazzolo
    Posted febbraio 22, 2019 at 11:34 am

    Ogni volta che si parla degli aspetti fondamentali dell’Economia Circolare si attribuisce alla sentenza del Consiglio di Stato n. 1229 del 28 febbraio 2018 la loro mancata attuazione.
    Non voglio difendere tale sentenza ma ritengo che il mancato decollo dell’Economia Circolare sta nella mancata emanazione di norme e regolamenti chiari, previsti dalla legge, che diano certezza nel recupero degli EoW o utilizzo dei sottoprodotti.
    Siamo ancora fermi al DM 25/02/1998 che ha consentito in tutti questi anni ad un massiccio recupero dei rifiuti. Questo Decreto ha i suoi anni (21) e molte volte non è più rispondente alle nuove tecnologie e/o realtà di recupero. Un esempio: quante sono state le interpretazioni sui conglomerati cementizi? le più svariate. Ogni Regione o Provincia le definiva con criteri propri demandando molte volte la loro applicabilità a Norme Tecniche di settore che però non soddisfano del tutto gli aspetti di inquinamento ambientale. Leggiamoci la Relazione della Commissione Parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati del 23 giugno 2016; allora si capirà che il DM del 98 (onore a chi l’ha pensato ed emesso) non è più sufficiente. Ma dove sono tutti i regolamenti previsti per il recupero dei rifiuti previsti dalle ns. norme? Questo è il problema. Poi occorre una maggiore formazione in tutti i settori affinché questi regolamenti non diventino “carta straccia – rifiuto”.
    Saluti

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