I ribelli yemeniti sono arrivati a minacciare il piano Vision 2030, che punta a diversificare l’economia saudita dal greggio.
L’Iran non ha mai colpito così tante navi a Hormuz
Gli attacchi con missili e droni da parte di Teheran diretti alle navi a Hormuz sono più violenti e frequenti che mai. La situazione nello stretto è la peggiore da quando, ormai sette mesi fa, i raid statunitensi e israeliani contro la Repubblica Islamica hanno dato inizio alla guerra in Iran, gettando poi il Medio Oriente in un conflitto ampio e prolungato.
Nelle ultime 24 ore due navi cargo sono affondate nei pressi dello Stretto di Hormuz dopo essere state colpite da proiettili. Solo nella giornata di domenica 11 ottobre l’Iran ha attaccato sei imbarcazioni, in base al monitoraggio dell’agenzia navale UK Maritime Trade Operations (UKMTO).
Supponendo una media di 20-25 transiti giornalieri, Teheran avrebbe registrato un tasso di successo del 25%. Per questo motivo, la giornata di domenica è stata la più grave quanto ad attacchi alla navigazione in prossimità dello Stretto di Hormuz dall’inizio del conflitto, secondo i calcoli del Financial Times. Secondo i dati raccolti dal giornale sulla base dei rapporti dell’UKMTO e delle informazioni trasmesse da fonti europee, nelle due settimane precedenti all’11 ottobre l’Iran avrebbe colpiti 24 navi. Per trovare il secondo periodo più intenso per numero di attacchi bisogna tornare all’inizio del conflitto e in particolare alle prime due settimane di marzo, quando le imbarcazioni prese di mira da Teheran erano state 13.
Tre navi colpite erano petroliere che trasportavano prodotti raffinati, altre due erano petroliere che trasportavano petrolio greggio appartenenti alla società cinese New Treasure Shipping e alla sudcoreana Sinokor, secondo la società di sicurezza marittima Vanguard. Tra le imbarcazioni colpite figura anche una portacontainer indiana. Nei giorni precedenti c’erano stati altri attacchi contro navi con equipaggio indiano.
Sceso di nuovo ad ottobre il numero di navi in transito a Hormuz
A settembre i flussi di petrolio in arrivo dal Golfo hanno toccato una media di 15,5 milioni di barili al giorno, il livello più alto dall’inizio della guerra, secondo la piattaforma per le materie prime Kpler. Da allora, tuttavia, a causa dei nuovi attacchi iraniani il numero di navi in transito nello stretto è sceso di nuovo, determinando un altro crollo delle esportazioni dalla regione.
L’11 ottobre hanno attraversato Hormuz solo 2,9 milioni di barili di petrolio, il livello più basso di questo mese secondo i dati diffusi il 13 ottobre da Kpler. La società ha spiegato che i volumi potrebbero risultare maggiori non appena un maggior numero di navi sarà stato tracciato tramite immagini satellitari, ma la media settimanale è stata inferiore di circa il 43% rispetto ai livelli antecedenti al conflitto.
L’offerta globale di petrolio sale a settembre ma la ripresa è molto fragile
A settembre l’offerta globale di petrolio è aumentata di 2,5 mb/g su base mensile, raggiungendo i 102,3 mb/g, spinta dai produttori del Golfo. Gli incrementi dell’OPEC+ sono stati guidati dall’Arabia Saudita, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno trainato le crescite dei paesi non-OPEC+. L’IEA prevede che quest’anno l’offerta di petrolio registrerà un calo medio annuo di 5,8 mb/g, attestandosi a 100.7 mb/g per poi risalire nel 2027, ma i nuovi attacchi nel Golfo e alle navi dirette a Hormuz rendono la ripresa fragile.
Iran cambia tattica offensiva per influenzare il risultato delle elezioni di metà mandato
Funzionari militari statunitensi hanno riferito a Reuters che l’Iran ha modificato le proprie tattiche offensive in modo significativo: dopo che gli Stati Uniti hanno distrutto gran parte delle capacità radar iraniane, il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica avrebbe iniziato a impiegare vedette non armate su piccole imbarcazioni per individuare i potenziali bersagli, comprese le navi da guerra degli Stati Uniti. Nell’ambito di questa nuova strategia, Teheran vorrebbe inoltre estendere la porzione geografica degli attacchi fino al Golfo di Oman e ad acque più lontane.
Lo scopo è determinare un nuovo aumento dei prezzi del petrolio, contrastando le misure attuate in Occidente per contenere i rincari energetici arrivando a influenzare il risultato delle elezioni statunitensi di metà mandato.
La settimana peggiore anche per l’Arabia Saudita presa di mira dagli Houthi
In sei giorni gli attacchi del gruppo di ribelli Houthi hanno colpito l’aeroporto internazionale di Riad, una raffineria nella capitale saudita e la sede centrale di Saudi Aramco. I ribelli yemeniti sono arrivati a minacciare il piano Vision 2030 del principe ereditario saudita e leader di fatto del Paese Mohammed bin Salman, che punta a diversificare l’economia dalla produzione e vendita di greggio.
Dopo aver dichiarato un blocco navale contro l’Arabia Saudita le milizie yemenite Houthi hanno conquistato una porzione rilevante di costa dello Yemen affacciata sul Mar Rosso rafforzando il controllo dello stretto di Bab el-Mandab. Il Governo yemenita, con il sostegno dell’Arabia Saudita, ha lanciato una controffensiva contro gli Houthi, che hanno reagito colpendo le infrastrutture saudite.
Gli avvenimenti dell’ultima settimana costituiscono un’escalation senza precedenti nella storia moderna del regno. Dall’8 al 14 ottobre ci sono stati: gli attacchi contro l’aeroporto Internazionale King Khalid che hanno causato vittime civili (almeno 17 morti e più di 300 feriti); gli attacchi con missili da crociera e dron contro una raffineria a Riad e quelli alla sede centrale di Aramco, a Dhahran, che ha preso fuoco.
Il professor Robert Pape, dell’University of Chicago ha spiegato che questa è una nuova guerra, non un peggioramento di quella precedente: “Per un decennio, la guerra missilistica contro l’Arabia Saudita ha risparmiato le città. Gli attacchi si concentravano sulle zone di confine, sulle basi militari e sui serbatoi di stoccaggio, mentre la difesa aerea intercettava la maggior parte delle minacce sopra i centri abitati. Questa settimana quel modello si è spezzato. Cinque dei principali amministratori delegati del settore energetico mondiale hanno annullato la propria partecipazione in presenza al WPC Energy Congress, un evento simbolo per il piano Vision 2030“.













