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Dalle pompe di benzina alle urne: così il carovita rischia di affondare Trump alle midterm

Tra carburanti alle stelle e insoddisfazione anche nella base repubblicana, il prezzo del diesel diventa il tema centrale della campagna elettorale.

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Aumento dei prezzi dei carburanti tema centrale delle elezioni di midterm negli Stati Uniti

L’andamento dell’economia e il brusco aumento dei prezzi dei carburanti sembrano essere diventati l’ago della bilancia della campagna elettorale per le elezioni di midterm negli Stati Uniti. Per comprenderne l’impatto sulle scelte degli elettori, la percezione dell’operato dell’Amministrazione Trump e i possibili scenari politici al Congresso, abbiamo intervistato Gregory Alegi, Professore di storia e politica degli Stati Uniti presso l’Università Luiss.

Professore, l’aumento dei prezzi energetici, soprattutto di benzina e diesel, come potrebbe influenzare il voto delle elezioni di midterm negli Stati Uniti?

Molti sondaggi al momento indicano che i temi economici saranno altrettanto influenti sui risultati delle midterm di quanto lo furono nel 2024 su quelli delle presidenziali. Allora, il tema era, in generale, l’inflazione molto alta, in particolare sul prezzo delle uova. Adesso il tema è il prezzo dei carburanti, che ha però una differenza rispetto al prezzo delle uova: è causato e direttamente collegato alle politiche dell’Amministrazione Trump. Al contrario, due anni fa gli alti prezzi delle uova non scaturivano dalle politiche dell’Amministrazione Biden.

Negli Stati Uniti il prezzo dei carburanti mediamente conta più che in Italia. Prima di tutto perché il Paese è molto più grande e il trasporto pubblico è meno capillare, copre molto meno le vaste aree in cui le persone abitano. Quindi, mentre da noi un pendolare che percorre 20-30 chilometri percepisce di essere lontano dal posto di lavoro, negli Stati Uniti la distanza casa-lavoro viene calcolata su lunghezze almeno doppie. Dunque, il costo si avverte di più. Inoltre, nonostante sembri un luogo comune, le auto statunitensi tendono a essere molto meno efficienti dal punto di vista energetico.

Quindi, il prezzo della benzina colpisce direttamente il cittadino statunitense medio molto di più di quanto lo colpisca un cittadino in Italia. Il diesel negli Stati Uniti tocca in particolare il trasporto merci e quindi viene avvertito moltissimo su tanti altri beni di prima necessità, proprio perché le distanze sono grandi. I truck americani che si vedono nei film e nelle serie hanno motori diesel enormi e percorrono migliaia di chilometri. Ecco perché l’aumento del costo dei trasporti si ripercuote su tutta una filiera, comprese le uova da portare al mercato.

Un altro aspetto che spesso forse sfugge è questo: paradossalmente, il costo della benzina colpisce di più gli elettori repubblicani, perché quelli democratici negli ultimi dieci anni sono stati più sensibili al fascino dell’elettrico. Dunque, per via di quella che potremmo definire un’opposizione ideologica all’elettrico, ora quella fascia di elettori repubblicani si trova a dover pagare due volte il prezzo della benzina e lo avverte di più. Gli altri, al contrario, lo avvertono meno.

In base a un nuovo sondaggio di Associated Press e NORC, la bassa valutazione di Trump sull’economia eguaglia il livello di gradimento del 28% di Biden di giugno 2022, quando si registrò un’inflazione record come effetto della pandemia. Tuttavia, gli statunitensi tendevano meno a incolpare Biden nel periodo precedente alle elezioni di metà mandato di quell’anno, in forte contrasto con la solida maggioranza che ora ritiene responsabile Trump. Da dove nasce ora questa insoddisfazione soprattutto da parte degli elettori repubblicani?

La pandemia c’è stata sotto Trump e la cattiva gestione della pandemia è uno dei motivi della sua sconfitta elettorale nel novembre del 2020. Biden a inizio 2021 si trovò a rimettere insieme i cocci del Paese e indubbiamente ha operato in un clima di alta inflazione perché, come anche in Italia, ci fu un massiccio intervento pubblico per compensare e attenuare gli effetti della crisi dei consumi privati. Quindi, Biden ha il merito di aver salvato l’economia statunitense dalle conseguenze della malattia di Covid. Biden nei primi due anni ha pompato soldi e negli altri due ha cercato di abbassare l’inflazione, non abbastanza perché poi l’alta inflazione è stata percepita come il tema principale della campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2024.

Tuttavia, mentre la malattia di Covid, al di là dei complottismi, rientra in una sfida globale, ora la percezione diffusa è che una parte dei problemi economici sia stata creata dall’agenda economica orgogliosamente proposta e baldanzosamente venduta ai cittadini come il toccasana, dai dazi che come ci insegna la teoria economica vengono scaricati sui cittadini fino a Hormuz per quanto riguarda i carburanti. La pandemia in qualche modo è arrivata, ma le guerre e i dazi li ha decisi Trump.

Uno dei problemi che l’insoddisfazione repubblicana crea a Trump è che lui non ha mai sfondato. Non solo non è mai diventato bipartisan ma neanche è stato in grado di parlare a quella vasta area moderata di centro. Trump ha sempre puntato sul nocciolo duro dei suoi sostenitori, sulla polarizzazione politica. In questo quadro, non avendo mai avuto, come dire, un serbatoio di moderati, se perde anche pochi dei suoi, è un dramma. Ecco perché, per Trump, la situazione è molto preoccupante. Noi, in Italia, abbiamo avuto la leva del Governo che ha premuto su Eni e gli ha fatto abbassare i prezzi. Negli Stati Uniti questa leva non c’è stata, per questo il Governo federale sta attingendo dalle riserve strategiche. E gli USA stanno anche cercando di convincere gli altri Paesi a fare altrettanto per aumentare l’offerta e abbassare i prezzi.

I Senatori statunitensi di entrambi gli schieramenti hanno raggiunto un accordo per riformare le leggi sulle autorizzazioni per i grandi progetti energetici e infrastrutturali, anche se il voto sul disegno di legge non avverrà prima delle elezioni di metà mandato. Il Bipartisan American Affordability and Jobs Act accelererebbe le autorizzazioni federali stabilendo scadenze per le valutazioni ambientali, limitando i ricorsi giudiziari e rendendo più difficile l’annullamento dei permessi una volta rilasciati. Tenendo presente delle differenze che ci sono tra Camera e Senato, il fatto che ora il Partito Repubblicano si mostri più favorevole a questo tipo di tematiche, è il sintomo di un Trump indebolito?

Dopo le elezioni di midterm negli Stati Uniti ci sono questi strani due mesi in cui è ancora in vigore il vecchio Parlamento perché quello nuovo si insedia a gennaio. Quindi, sotto molti aspetti, questo lasso di tempo è un momento nel quale i deputati non devono rendere conto a nessuno perché o vanno a casa e quindi altri danni non ne possono subire. Oppure, sapendo di essere al sicuro, possono contare su altri due anni di calma prima dell’elezione successiva. Dunque, questi due mesi potrebbero dare al dissenso repubblicano verso Trump una finestra nella quale esprimersi senza troppe preoccupazionei di doverne pagare poi il conto.

Se poi, addirittura, i repubblicani dovessero perdere il controllo del Parlamento, gli scenari diventerebbero ancora più interessanti, ancora più flessibili. Quindi, c’è una finestra di opportunità, direi non amplissima, però qualcosa potrebbe accadere.

Inoltre, sappiamo che tutto il Nord degli Stati Uniti dipende moltissimo dall’idroelettrico canadese, che riceve oltretutto sussidiato e a prezzi di favore. E anche su questo fronte ci sono margini di cambiamento per via dello scontro in corso con il Canada, che potrebbe decidere di iniziare a vendere energia a prezzo di mercato. Gli Stati Uniti hanno potere negoziale perché il Canada non è la Germania, che se non vende alla Francia, può vendere alla Polonia, alla Svizzera o all’Italia. Il Canada non confina con nessun altro. Tuttavia, tutte le industrie del Nord degli Stati Uniti che consumavano elettricità a buon prezzo potrebbero ora dover rivedere i propri conti.

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About Author / Erminia Voccia

Giornalista professionista appassionata e attenta osservatrice delle dinamiche globali. Ha una laurea magistrale in Relazioni Internazionali e due master in giornalismo e giornalismo radiotelevisivo. Ha mosso i primi passi in tv realizzando servizi per i telegiornali nazionali. Ha lavorato da freelancer per diversi quotidiani on line e cartacei nazionali e riviste specializzate, scrivendo di temi legati all’ambiente, agli esteri, alla politica internazionale e alla geopolitica, con uno sguardo particolare verso l’Asia. Ha curato l'organizzazione eventi e la comunicazione per una casa editrice e ha partecipato alla redazione di saggi. Per Rinnovabili si interessa soprattutto di clima e politiche climatiche.