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Declinazioni del cibo nel Goal 2 dell’Agenda 2030

Come ha messo in evidenza Papa Francesco, siamo di fronte a una «crisi complessa che è insieme sociale e ambientale» di cui il cibo è parte integrante. Il convegno “Food Systems Summit 2021: risultati e prospettive per l’Italia” organizzato dall’ASviS ha avviato una riflessione sui nostri stili di vita e in particolare sul Goal 2 dell’Agenda 2030

cibo goal 2

di Isabella Ceccarini

(Rinnovabili.it) – «Scartare cibo significa scartare persone» ha twittato Papa Francesco. Quando parla di «ecologia integrale» intende dire che siamo di fronte a una «crisi complessa che è insieme sociale e ambientale» di cui il cibo è una parte essenziale.

Cresce in tutto il mondo l’impegno a realizzare modelli agroalimentari sostenibili di produzione e di consumo: a livello europeo con la strategia Farm to Fork, a livello globale con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Il Food Systems Summit indetto dall’Onu ha messo al centro delle politiche internazionali l’urgenza di trasformare i sistemi alimentari per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030. Nel convegno “Food Systems Summit 2021: risultati e prospettive per l’Italia” l’ASviS ha avviato una riflessione sui nostri stili di vita e in particolare sul Goal 2 (Sconfiggere la fame) dell’Agenda 2030.

«Il Goal 2 è multidimensionale» ha esordito Marcella Mallen, presidente dell’Asvis: all’obiettivo di sconfiggere la fame si accompagnano quelli di migliorare la nutrizione e trasformare la filiera agroalimentare.

La relazione che unisce tutti gli aspetti della vita sulla Terra  

Il cibo è in stretta relazione con i cambiamenti climatici, anzi potremmo dire che sono legati in una sorta di spirale. La produzione di cibo genera circa un terzo dei gas a effetto serra, questi scatenano cambiamenti climatici che si manifestano con eventi estremi sempre più frequenti che incidono sulla produzione di cibo. Possiamo definire “circolare” anche il rapporto tra cibo e salute: il cibo e le pratiche agricole impattano sulla salute, che a sua volta dipende da scelte alimentari sane.

Nel 2050 sul Pianeta ci saranno quasi dieci miliardi di persone; ovviamente dovranno mangiare, quindi si verificherà una crescente pressione sulla produzione di cibo per la quale si stima un aumento del 70%. Ma il legame tra cibo, ambiente e fattore demografico non si esaurisce qui: più del 70% delle persone abiterà nei grandi centri urbani, provocando un cambiamento nella domanda che avrà come conseguenza la necessità di moltiplicare trasporti, deposito e conservazione del cibo.

«Più di 800 milioni di persone nel mondo soffrono la fame. Il paradosso è che non hanno fame perché non c’è abbastanza cibo per tutti ma perché sono distorti i rapporti di forza all’interno delle filiere», ha ricordato Mallen: ai produttori va una quota minima, l’accesso al mercato è negato a molti, la mancanza di infrastrutture genera una enorme perdita di cibo (vuoi per la difficoltà dei trasporti, vuoi per l’impossibilità di conservare correttamente le derrate).

L’agricoltura familiare produce un terzo del cibo del mondo

Non identifichiamo le produzioni agricole con le grandi multinazionali: l’agricoltura cosiddetta “familiare”, produce un terzo del cibo del mondo ma sono proprio questi piccoli produttori l’anello debole della catena, i più esposti ai danni provocati dal cambiamento climatico e quelli che hanno maggiore bisogno di sostegni per adottare sistemi produttivi innovativi e quindi più efficienti e sostenibili.

«Dietro a un buon cibo c’è una buona agricoltura, che oggi è sinonimo di ricerca e innovazione», ha spiegato Stefania De Pascale, vice presidente del CREA. La filiera agroalimentare è importante, ma nello stesso tempo è fragile e sensibile ai temi della sostenibilità. «La conoscenza ci rende padroni delle nostre scelte»: i consumatori informati saranno consapevoli delle conseguenze positive di un’alimentazione sana, per loro stessi e per l’ambiente.

Passiamo dalle parole ai fatti

«Le imprese agroalimentari sono parte del problema, ma possono essere parte della soluzione», ha spiegato Angelo Riccaboni, docente di Economia aziendale nell’Università di Siena e co-coordinatore del Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 2. «Di parole se ne sono spese tante, è il momento di passare ai fatti».

In questi mesi si è compreso che non va bene l’approccio one size fits all. Le diete sono collegate ai territori, quindi valorizzare le produzioni locali fa bene alla salute e all’ambiente. Si è capovolta la chiave di lettura: prima la globalizzazione doveva uniformare tutto, oggi il modello italiano – fatto di piccole aziende, di carattere familiare, legate al territorio – può diventare il punto riferimento per altri Paesi.

«Le nostre imprese agroalimentari sono piccole, nelle aree interne sono piccolissime: il nodo è che chiediamo loro di essere sostenibili ma nello stesso tempo bisogna far sì che diventino redditizie e garantiscano il giusto reddito ai produttori». L’immagine degli agricoltori custodi del territorio è molto romantica, ma assolutamente improponibile. Mission impossible? No, a patto di capire che «la chiave del cambiamento è nell’innovazione».

Il Gruppo di lavoro sul Goal 2 è riuscito a mettere d’accordo su 10 impegni tutte le associazioni che rappresentano l’agroalimentare. Vediamone i punti centrali: innovazione come fulcro di tutti gli impegni; promozione della dieta mediterranea, sostenibile, attenta ai territori e alla valorizzazione delle tipicità; miglioramento dei processi produttivi perché diventino sostenibili.

Bisogna aiutare le imprese ad autovalutarsi per capire se sono effettivamente allineate agli SDGs: è più semplice per le grandi imprese, le piccole lo considerano una minaccia alla loro sopravvivenza.  Sta a noi spiegare che anche per loro la sostenibilità può essere un’opportunità di sviluppo.

Dai giovani viene la spinta al cambiamento

«Come si può pensare di rivoluzionare un sistema se non si parte dal basso, puntando convintamente sui giovani?». Il Conseil Européen des Jeunes Agriculteurs (Ceja) riunisce 33 associazioni di giovani agricoltori da 23 Stati membri, un totale di 2milioni di giovani agricoltori. Un numero interessante, ma ancora insufficiente, ha avvertito la presidente di Ceja, Diana Lenzi sottolineando come in Europa ci sia un problema di ricambio generazionale nel settore agroalimentare.

I giovani sanno riconoscere il potenziale dell’innovazione tecnologica e sono più creativi; molti tornano alla campagna dopo lauree, master e altri lavori. La voglia di cambiare è la loro forza. Tuttavia, nulla si improvvisa, anche per le professioni dell’agroalimentare serve formazione. «Si deve aumentare l’intelligenza per ettaro», sia agronomica che economica, ovvero quella capacità di riconoscere i migliori processi produttivi, di capire dove serve innovazione tecnologica piuttosto che innovazione scientifica, nonché quando adottare una metodologia diversa permette di avere un impatto ambientale minore.

Lenzi ha sottolineato la necessità di ribilanciare la catena del valore nell’agroalimentare: chi lavora nel settore è sempre visto in posizione perdente. Si deve trovare il modo di coniugare sostenibilità e remunerazione: gli agricoltori sono i primi a subire i danni dei cambiamenti climatici e deve essere garantito loro un giusto reddito. E soprattutto cambiamo narrativa, l’agricoltura non è nemica del clima. Gli agricoltori sono essi stessi consumatori, dei quali comprendono richieste e aspettative, e hanno tutto l’interesse di produrre alimenti sani senza danneggiare l’ambiente: la Terra non è forse il loro “posto di lavoro”?

L’olio evo non è un veleno

Francesca Petrini è contitolare della Fattoria Petrini, azienda agricola marchigiana specializzata nella produzione di olio extravergine d’oliva biologico e derivati. Tra i prodotti di punta c’è “Petrini Plus”, un olio arricchito con vitamine D3, K1 e B6, testato scientificamente e clinicamente per le sue proprietà nutraceutiche.

Inevitabile che con lei si parlasse di etichette. «Secondo il sistema di etichettatura Nutriscore l’olio evo è una sorta di veleno, invece è uno dei grassi migliori per la salute». La proposta italiana di «Nutrinform battery punta invece sull’equilibrio della dieta in cui deve entrare anche l’olio d’oliva. Non demonizza nessun ingrediente ma spiega cosa contiene una singola porzione e qual è il suo valore nutrizionale».

L’Italia detiene il primato dell’olio extravergine di oliva di qualità, dobbiamo difenderlo perché è la base della dieta mediterranea, un regime super sostenibile che valorizza la diversità dei territori. Chi lavora nel biologico sa che la salvaguardia dell’ambiente non è solo un costo, ma un valore strategico per l’impresa.

Petrini è una convinta assertrice dei sistemi agroalimentari improntati alla sostenibilità per un motivo semplicissimo: sono l’unico modo per salvare l’uomo e il Pianeta.

L’effetto devastante del land grabbing

«Il cibo è un marcatore sociale, un fattore identitario» ha affermato Ivana Borsotto, presidente dell’associazione di volontariato Focsiv.

Borsotto ha fatto una riflessione sull’accaparramento delle terre, che impatta fortemente sulla produzioni di cibo. Il Rapporto sul land grabbing della Focsiv documenta che l’accaparramento delle terre a danno delle popolazioni autoctone non si è fermato nemmeno con il Covid: nel 2020 sono stati sottratti 93 milioni di ettari (una superficie pari a quella di Germania e Francia) alle popolazioni locali per essere destinati a monocolture e allo sfruttamento senza limiti delle risorse naturali, con effetti devastanti sulla qualità del terreno, sull’inquinamento e sull’impoverimento delle popolazioni.

Una lettura attenta del fenomeno evidenzia che il land grabbing genera ulteriore povertà, cambiamento climatico, disuguaglianze e migrazioni, sfruttamento del lavoro minorile ed ha ripercussioni drammatiche sulla componente femminile della società, schiacciata da comunità patriarcali che ne annientano i diritti umani.

«La Laudato si’ di Papa Francesco ha una forza rivoluzionaria» ha concluso Borsotto «porta lo sguardo dallo sfruttamento alla cura e ci avverte che il nostro comportamento deve cambiare: nei sistemi alimentari, nel produttivismo esasperato, nello sfruttamento del lavoro». Non è più accettabile girarsi dall’altra parte.

Non si risponde alla transizione ambientale omologando le diete

Diritto al cibo e sicurezza alimentare sono temi che il Food Systems Summit, pur con alcune imperfezioni, ha riportato al centro. Il Covid ha messo brutalmente sul tavolo l’impatto della crisi ambientale e sanitaria sui sistemi alimentari: temi che si incrociano con l’andamento della curva demografica e impongono di individuare nuovi equilibri e mettere in campo nuove responsabilità. Maurizio Martina, vice direttore generale della FAO, ha sottolineato che «non si risponde alla trasformazione dei sistemi alimentari e alla transizione ambientale omologando le diete. Dobbiamo stare attenti a questa tendenza che porta a impoverire territori e biodiversità, modelli alimentari, agricolture, contesti ambientali».

Il cibo va interpretato in una dimensione evolutiva, anche nel caso di pilastri di sostenibilità come la dieta mediterranea. Vogliamo che rimanga solo una parte della nostra storia o che diventi un modello anche per gli altri? Cosa succederà da qui a 50 anni? Come riprogettare i territori, come rendere consapevoli le comunità? Nei mercati occidentali il consumatore detta legge e le aziende cercano di intercettare queste richieste. Ma non è così dappertutto, ha ammonito Martina: «Gran parte del mondo non può scegliere, è un tema di sussistenza. La questione alimentare si gioca su una necessità che non è garantita a tutti».

Roma, in quanto sede di agenzie multilaterali del cibo (FAO, Ifad, WFP), e l’Italia siano protagoniste di un lavoro che deve abbracciare varie questioni: lotta allo spreco e alla perdita di cibo, diete per l’infanzia, trasformazione agroecologica, disponibilità di tecnologie e innovazione per tutti. Ma soprattutto «non basta più analizzare, organizziamo coalizioni per agire aggregando soggetti pubblici e privati su un tema e misurando le azioni fatte».

Lo spreco di cibo non è sostenibile

Cibo e spreco, due facce della stessa medaglia. Come si differenzia l’approccio al cibo? Quanto si spreca? Qual è la differenza tra lo spreco domestico ed extradomestico in base ai componenti principali delle nostre diete? Domande che fanno parte dell’analisi di Waste Watcher, l’Osservatorio internazionale sullo spreco alimentare domestico ideato e diretto da Andrea Segrè, ordinario di Politica agraria internazionale e comparata nell’Università di Bologna.

food asvis

I dati del primo Rapporto globale su cibo e spreco sono relativi a 8mila cittadini USA, Cina, Russia, Regno Unito, Canada, Germania, Italia e Spagna. Diverse le cause dello spreco nei vari Paesi, il dato positivo è che l’Italia si dimostra virtuosa con uno spreco settimanale di 529 grammi a testa. Quello che Segrè sottolinea è il rapporto fra lotta allo spreco di cibo e sostenibilità: meno spreco equivale a un minore sfruttamento delle risorse (acqua, terra), minori costi di produzione, stoccaggio e trasporto, minore quantità di scarti da smaltire, minore emissione di gas serra.

Lo spreco di cibo ha un costo ambientale, economico e sociale. Bisogna lavorare sulla prevenzione, aumentare il recupero solidale delle eccedenze e far sì che il cibo sia davvero un diritto per tutti: ragioni per cui auspica un sempre maggiore coinvolgimento dei giovani, veri veicoli di cambiamento sociale.

La gestione delle eccedenze

Ha raccontato Marco Lucchini, segretario generale della Fondazione Banco Alimentare, che nel 1988 raccogliere le eccedenze alimentari era un’innovazione folle. Oggi è una grande realtà.

Il Banco Alimentare vive ogni giorno la realtà di chi spreca e la incrocia con quella di chi ha bisogno. L’anno scorso sono state recuperate più di 46mila tonnellate di cibo e sostenute più di 7600 associazioni che hanno aiutato più di 2 milioni di persone.

L’Italia ha capacità e idee innovative, ma raramente utilizza gli strumenti disponibili: il mondo ci invidia la Legge 166/2016, noi la ignoriamo. Anche nei tavoli internazionali l’Italia non c’è. Eppure è stata in anticipo sulla gestione delle eccedenze, molte ricette vengono dal recupero degli avanzi, la nostra filiera alimentare è un grande insegnamento.

Alla luce di questi numeri Lucchini ribadisce l’importanza di un lavoro comune, che valorizzi le tante idee geniali trascurate dalle istituzioni: anche non fare sistema è una forma di spreco.

I cibi più sprecati? I più sani perché più deperibili

Nei paesi sviluppati ognuno spreca in media 65 kg di cibo; una quantità che equivale alla dieta sana di una persona per 18 giorni, ha riportato Ludovica Principato di Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition.

I cibi che sprechiamo di più sono i più sani perché più deperibili (frutta, verdura, cereali): proprio quelli che ci fanno bene, che dovremmo consumare più volte al giorno. Se i cibi più sani hanno un impatto minore sul clima, vale la pena rammentare che mangiare sano ha un impatto anche in temine di salute pubblica: saranno minori i costi sanitari per le malattie legate al cibo (ad esempio, malattie cardiovascolari, obesità, diabete).

Cosa può funzionare nella lotta allo spreco di cibo? Principato fa alcuni esempi. Per diminuire lo spreco fuori casa si possono offrire porzioni ridotte riducendo lo spreco fino al 57%; la maggiore informazione dei consumatori dimostra che se sono consapevoli dell’impatto sul portafogli lo spreco si riduce fino al 28%; nelle scuole, invece, riformulando i menù scolastici il bambino mangia meglio e lo spreco si riduce fino al 28%.

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Rinnovabili • Solare fotovoltaico in Italia

Solare fotovoltaico in Italia, cosa dice il rapporto GSE

Lo scorso anno sono entrati in esercizio circa 371.500 impianti fotovoltaici in Italia, in grande maggioranza di taglia inferiore a 20 kW, per una capacità complessiva di oltre 5,2 GW. Una crescita che conferma il primato nazionale della Lombardia in termini di potenza installata, seguita con un certo distacco dalla Puglia

Solare fotovoltaico in Italia
via depositphotos

Online il Rapporto Statistico 2023 sul Solare Fotovoltaico in Italia

Ben 5,2 GW di aggiunte che portano la potenza cumulata totale a 30,31 GW e la produzione annuale a quota 30.711 GWh. Questi in estrema sintesi i dati del solare fotovoltaico in Italia, riportati nel nuovo rapporto del GSE. Il documento mostra le statistiche del settore per il 2023, offrendo informazioni importanti non solo sui sistemi ma anche sulla dimensione dei pannelli solari, la tensione di connessione, il settore di attività, l’autoconsumo e persino sull’integrazione di eventuali batterie. Uno sguardo approfondito per capire come sta crescendo il comparto, ma anche per evidenziare potenzialità e criticità.

Solare Fotovoltaico Italiano, la Crescita 2023 in Numeri

Nel 2023 il fotovoltaico nazionale ha messo in funzione 371.422 nuovi impianti solari per una potenza complessiva di poco superiore ai 5,2 GW. La crescita ha ricevuto i contributi maggiori, in termini di numero di sistemi, da regioni come la Lombardia (con il 17,5% dei nuovi impianti fv 2023), il Veneto (13,2%), l’Emilia-Romagna (9,8%) e la Sicilia (6,9%). Scendendo ancora di scala sono invece le provincie di Roma (3,9%), Brescia (3,6%) e Padova (3,1%) quelle a detenere la quota maggiore di aggiunte. Per buona parte dell’anno questo progresso si è affidato ai piccoli impianti di taglia residenziale, che hanno lasciato il posto sul finire del 2023 ad una nuova spinta del segmento C&I.

Produzione fotovoltaica in Italia

Altro dato importante per il 2023: la produzione del solare fotovoltaico in Italia. Lo scorso anno tra nuovi impianti e condizioni meteo favorevoli, il parco solare nazionale ha prodotto complessivamente 30.711 GWh di energia elettrica (dato in crescita del 9,2% sul 2022), con un picco nel mese di luglio di oltre 3,8 TWh.

Se ci si focalizza, invece, solo sull’autoconsumo fotovoltaico, il rapporto del GSE indica che lo scorso 7.498 GWh sono stati prodotti e consumati in loco. Un valore pari al 24,8% della produzione netta complessiva. A livello regionale la percentuale di energia autoconsumata rispetto all’energia prodotta risulta più alta in Lombardia, Liguria e Campania. A tale dato se ne associa un altro altrettanto interessante: quello dei sistemi di accumulo. Lo scorso anno risultavano in esercizio 537.000 sistemi di storage connessi ad impianti fotovoltaici, per una potenza cumulata di 3,41 GW.

leggi anche Direttiva EPBD e fotovoltaico: scadenze e potenzialità

Solare Fotovoltaico, la Potenza in esercizio in Italia

Le nuove aggiunte 2023 hanno portato il dato della potenza fotovoltaica totale cumulata in Italia ad oltre 30,31 GW e quello della potenza pro capite nazionale a 514 W per abitante. Nel complesso sono attivi sul territorio 1.597.447 impianti fotovoltaici, di cui il 94% rientra nella taglia fino a 20 kW. Sono, per intenderci, i piccoli impianti realizzati solitamente sui tetti degli edifici. Non sorprende quindi scoprire che la superficie occupata dagli impianti fotovoltaici a terra a fine 2023 risultava di soli 16.400 ettari. In questo contesto le regioni con la maggiore occupazione di superficie del suolo da parte del solare fotovoltaico risultano essere: la Puglia (4.244 ettari), la Sicilia (1.681 ettari) e il Lazio (1.527 ettari).

Sul fronte della potenza attiva, viene confermato il primato del Nord Italia con il 48,0% del totale nazionale grazie al traino di Lombardia (13,8%), Veneto (10,4%) ed Emilia Romagna (10%). Segue il 34,7% delle regioni meridionali, con la Puglia che da sola fornisce il 10,9% della potenza, e quindi il contributo del Centro Italia.

Leggi qui il report GSE sul Solare Fotovoltaico in Italia

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Rinnovabili • Dl Agricoltura bollinato

Dl Agricoltura bollinato, ecco l’art. sul fotovoltaico a terra

Il testo finale del decreto è stato varato dopo alcune piccole modifiche richieste dal Quirinale. Confermati i paletti sul fotovoltaico a terra salvaguardando gli investimenti del PNRR

Dl Agricoltura bollinato
Foto di Andreas Gücklhorn su Unsplash

Stop del fotovoltaico a terra con una serie di eccezioni

Dopo il via libera del Consiglio dei Ministri, Dl Agricoltura è stato “bollinato” dalla Ragioneria di Stato e quindi varato definitivamente. Ma non prima di alcune modifiche last minute frutto del confronto con il Quirinale. Nessun ritocco significativo, tuttavia, riguarda il tanto criticato articolo di stop al fotovoltaico a terra. Il contenuto, infatti, rimane nelle linee annunciate il 6 maggio dal ministri Pichetto e Lollobrigida, cercando di salvaguardare gli investimenti del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), punto fermo per il MASE.

L’articolo in questione, che passa dal 6 della prima bozza al 5 nel DL Agricoltura bollinato, riporta alcune disposizioni finalizzate a limitare l’uso del suolo agricolo. L’intervento mira a modificare l’articolo 20 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, con cui l’Italia ha recepito nel proprio ordinamento la direttiva europea sulle rinnovabili RED II. 

In poche parole il testo introduce dei paletti all’installazione degli impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra in zone classificate agricole dai piani urbanistici vigenti. Come? Limitando qualsiasi intervento a lavori modifica, rifacimento, potenziamento o integrale ricostruzione degli impianti già installati, che non comportino incremento della superficie occupata. Nessun vincolo invece per il fotovoltaico a terra se installato:

  • in cave e miniere non in funzione, abbandonate o in condizioni di degrado ambientale;
  • porzioni di cave e miniere non suscettibili di ulteriore sfruttamento;
  • siti e  impianti nelle disponibilità delle società del gruppo Ferrovie dello Stato italiane e dei gestori di infrastrutture ferroviarie nonché delle società concessionarie autostradali;
  • siti e impianti nella disponibilità delle società di gestione aeroportuale all’interno dei sedimi aeroportuali;
  • aree adiacenti alla rete autostradale entro una distanza non superiore a 300 metri;
  • aree interne agli impianti industriali e agli stabilimenti.

Salvi, come promesso, anche i progetti fotovoltaici a terra se parte di una Comunità energetica rinnovabile o finalizzati all’attuazione degli investimenti del PNRR.

Il testo del Dl Agricoltura “bollinato” sul fotovoltaico

Riportiamo per intero l’articolo 5 sul fotovoltaico nella versione finale del DL Agricoltura.

ART. 5 (Disposizioni finalizzate a limitare l’uso del suolo agricolo)

1. All’articolo 20 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, dopo il comma 1 è aggiunto il seguente:

‹‹1-bis. L’installazione degli impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra di cui all’articolo 6-bis, lettera b), del decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, in zone classificate agricole dai piani urbanistici vigenti, è consentita esclusivamente nelle aree di cui alle lettere a), limitatamente agli interventi per modifica, rifacimento, potenziamento o integrale ricostruzione degli impianti già installati, a condizione che non comportino incremento dell’area occupata, c), c-bis), c-bis.1), e c-ter) n. 2) e n. 3) del comma 8. Il primo periodo non si applica nel caso di progetti che prevedano impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra finalizzati alla costituzione di una Comunità energetica rinnovabile ai sensi dell’articolo 31 del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, nonché in caso di progetti attuativi delle altre misure di investimento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), approvato con decisione del Consiglio ECOFIN del 13 luglio 2021, come modificato con decisione del Consiglio ECOFIN dell’8 dicembre 2023, e dal Piano nazionale degli investimenti complementari al PNRR (PNC) di cui all’articolo 1 del decreto-legge 6 maggio 2021, n. 59, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° luglio 2021, n. 101, ovvero di progetti necessari per il conseguimento degli obiettivi del PNRR.››.

2. Le procedure abilitative, autorizzatorie o di valutazione ambientale già avviate alla data di entrata in vigore del presente decreto sono concluse ai sensi della normativa previgente.

Leggi anche Zavorre per fotovoltaico Sun Ballast: dal 2012 una garanzia per gli impianti fv su tetti piani

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Rinnovabili • Zavorre per fotovoltaico Sun ballas

Zavorre per fotovoltaico Sun Ballast: dal 2012 una garanzia per gli impianti fv su tetti piani

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Attiva da oltre dieci anni nel settore fotovoltaico, fin dal 2012 Sun Ballast ha saputo cogliere le necessità più concrete legate alla realizzazione di impianti FV, divenendo rapidamente il punto di riferimento internazionale per migliaia di installatori e progettisti di impianti su superfici piane.

Zavorre per fotovoltaico Sun ballas

Il settore fotovoltaico costituisce oggi il principale motore della transizione energetica, e dal 2012 Sun Ballast sviluppa soluzioni in grado di semplificare tutte le fasi di realizzazione di impianti FV – dalla progettazione all’installazione – ottimizzando la sostenibilità degli investimenti e rendendo il montaggio molto più facile e veloce. Le zavorre per fotovoltaico Sun Ballast – progettate e realizzate interamente in Italia – nascono infatti come alternativa ai tradizionali (e complessi) sistemi metallici, e grazie alle loro particolari caratteristiche tecniche hanno incontrato fin da subito l’interesse di tutti i professionisti del settore. Lo sviluppo costante di nuovi sistemi e il confronto continuo con clienti e collaboratori hanno inoltre permesso all’azienda di offrire soluzioni sempre al passo con i principali trend di mercato e con le nuove esigenze degli operatori.

Oggi la gamma di zavorre Sun Ballast include decine di modelli, e i volumi produttivi raggiunti dalle numerose sedi operative assicurano la disponibilità costante del materiale in oltre 40 paesi di tutto il mondo.

Zavorre per fotovoltaico: semplicità allo stato solido

Semplici, affidabili e durature: le zavorre Sun Ballast nascono dalla necessità di semplificare le fasi di installazione, di ridurre i tempi di posa e di rendere la realizzazione di impianti FV su superfici piane sempre più conveniente e accessibile. Le strutture per pannelli fotovoltaici sono infatti realizzate in calcestruzzo di prima scelta, e uniscono in un solo componente due diverse funzioni: quella di supporto ai pannelli e quella di zavorra. In questo modo tempi e costi di installazione sono ridotti al minimo, e il montaggio si limita a pochi e semplici passaggi: basta posare la struttura, fissare il pannello alla boccola pre-inserita nel cemento e procedere con i collegamenti elettrici.

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La totale assenza di fori di fissaggio permette inoltre di appoggiare le zavorre su qualunque tipologia di superficie piana (ghiaia, cemento, pavimentazioni, guaine, tetti verdi, ecc.) senza forare i materiali di copertura e offrendo la possibilità di movimentare le strutture senza vincoli di posizionamento – caratteristica molto utile sia in fase di posa che durante gli interventi di manutenzione.
Un sistema semplice, veloce e modulabile, utilizzato in larga scala non solo sui grandi tetti piani di edifici commerciali e industriali, ma anche sulle piccole coperture di case e complessi residenziali.

Oltre a semplificarne la realizzazione, le zavorre per fotovoltaico Sun Ballast assicurano inoltre agli impianti FV il più alto livello di affidabilità: la speciale barra metallica di extra-rinforzo contenuta all’interno delle strutture ottimizza infatti la tenuta a tutte le sollecitazioni meccaniche, mentre l’impiego di calcestruzzo C32/40 garantisce la massima resistenza a qualunque tipo di corrosione. Grazie all’alta qualità costruttiva, le zavorre risultano così adatte a qualsiasi contesto geografico e climatico, e possono essere utilizzate in sicurezza in aree costiere, spazi urbani o zone montane.     

Ricerca costante e assistenza a 360°

Composto da oltre 15 professionisti, l’Ufficio tecnico Sun Ballast realizza ogni anno migliaia di relazioni tecniche gratuite, offrendo un’assistenza completa dalle prime fasi di progettazione alla posa dell’ultima graffa. Un supporto costante e professionale che, oltre ad alleggerire il lavoro di progettisti e installatori, accompagna il cliente nella valutazione delle soluzioni tecnico-economiche più adeguate alle specifiche caratteristiche dell’impianto o dell’edificio su cui verrà realizzato.

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Il continuo investimento nelle attività di Ricerca&Sviluppo e le numerose certificazioni ottenute grazie ai test in galleria del vento, alle prove di strappo delle boccole e alle analisi in camera climatica consentono inoltre a Sun Ballast di offrire prodotti non solo semplici ed efficaci, ma anche sicuri, affidabili e certificati.

A Intersolar 2024 la presentazione delle nuove strutture

In programma dal 19 al 21 giugno 2024, Intersolar Europe rappresenta il più importante evento europeo dedicato al mondo dell’energia solare; l’occasione perfetta per incontrare dal vivo tutti i nostri clienti e partner, ma anche per presentare in anteprima un nuovissimo sistema di supporto: una soluzione rivoluzionaria, estremamente versatile e ultra-leggera, che renderà la realizzazione di impianti FV su tetto piano ancora più semplice, rapida e sicura. La possibilità di visionarlo dal vivo direttamente in fiera consentirà di analizzare da vicino tutti gli aspetti tecnici, offrendo una panoramica ancora più precisa sui vantaggi, sulle modalità di utilizzo e sulle tante possibili applicazioni delle nuove strutture. Accanto alla presentazione del nuovo sistema, lo stand Sun Ballast ospiterà inoltre numerosi incontri ed eventi, lasciando ampio spazio agli approfondimenti tecnici e alle attività di networking.

Lo staff Sun Ballast ti aspetta a Monaco dal 19 al 21 giugno, presso lo stand 219 del Padiglione A5.

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