Il climate change rosicchia 1 raccolto su 4 entro fine secolo

Incrociando i dati su temperatura e precipitazioni di 21 modelli previsionali in un nuovo modello statistico, i ricercatori hanno calcolato che nello scenario IPCC peggiore (RCP8.5) è a rischio il 10% dei raccolti di mais, riso, soia e frumento entro il 2050 e il 25% entro il 2100

Climate change: senza adattamento, a rischio ¼ dei raccolti
Foto di Couleur da Pixabay

Lo studio di Cà Foscari e CMCC sull’impatto del climate change sui raccolti globali

(Rinnovabili.it) – Se l’agricoltura non si adatta al climate change, sono a rischio un quarto dei raccolti a livello globale. L’aumento delle temperature e il cambiamento dei pattern delle precipitazioni possono danneggiare pesantemente alcuni dei paesi che si collocano tra i maggiori produttori agricoli. Lo ha stimato una ricerca appena pubblicata di Environmental Research Letters a trazione italiana, con il CMCC e l’Università Cà Foscari di Venezia insieme ai colleghi di Boston.

Come si arriva a una previsione così pesante? Lo studio prende le mosse dall’analisi delle previsioni delle temperature future e delle precipitazioni di 21 modelli climatici ad alta definizione. Questi dati sono la base per un modello statistico in grado di restituire delle simulazioni accurate di come possono variare i parametri più importanti per l’agricoltura con l’impatto del climate change.

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Così emerge che circa il 10% dei raccolti, a livello globale, potrebbe trovarsi a rischio già entro il 2050, fra 30 anni. E che il 25% sarebbe a rischio a fine secolo. Queste stime sono riferite allo scenario più pessimistico elaborato dall’IPCC (RCP 8.5). In particolare, gli autori analizzano la vulnerabilità globale di quattro colture come mais, riso, soia e frumento. Centrali per comprendere come rendere sostenibile il settore dell’agrifood, visto che sono responsabili del 75% dell’apporto calorico globale.

“A livello globale, la capacità degli agricoltori di adattarsi agli impatti dei cambiamenti climatici, anche per periodi più lunghi, potrebbe essere limitata” spiega Ian Sue Wing della Boston University, prima firma dello studio. “Anche negli Stati Uniti, la frontiera della tecnologia agricola del mondo, gli agricoltori sono stati in grado di compensare solo leggermente gli impatti negativi del calore estremo sui raccolti di mais e soia in tempi di decenni”.

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La questione allora diventa: se questo ritardo esiste negli Stati Uniti, quale potrebbe essere l’impatto sul settore in paesi più esposti al climate change, ad esempio quelli che si trovano lungo la fascia tropicale, e dove vive il 40% della popolazione mondiale?

Lo studio sostiene che gli agricoltori hanno meno margini di manovra per far fronte al cambiamento climatico nel breve periodo. Qui le opzioni sono modificare la quantità di fertilizzante o acqua di irrigazione. Più ricco il ventaglio di possibilità per l’adattamento nel lungo periodo, tra cui modifiche alle varietà coltivate, spostamenti nel calendario della semina e della raccolta.

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