Via libera definitivo alla riforma della Pac 2023-2027

Dal 1° gennaio 2023 entrerà in vigore la nuova politica agricola comune, partorita dopo un lunghissimo negoziato. Vale 1/3 del budget UE eppure l’allineamento con il Green Deal è il suo tallone d’Achille. Le reazioni e i commenti alla riforma della Pac

riforma della pac
Foto di Zoltan Matuska da Pixabay

La riforma della Pac passa con il 70% di sì all’Europarlamento

(Rinnovabili.it) – Bruxelles mette l’ultimo timbro sulla nuova politica agricola comune dopo una gestazione durata tre lunghi e litigiosi anni. La riforma della Pac ha passato anche l’ultimo voto al Parlamento europeo. Il 23 novembre l’aula di Strasburgo ha approvato il pacchetto di norme che regoleranno l’agricoltura del continente dal 2023 a maggioranza molto larga.

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I tre documenti che compongono la policy, infatti, hanno ottenuto mediamente 450-480 voti a favore, 130-170 contrari e 55-70 astensioni. Era un voto ormai scontato, dopo che l’Europarlamento aveva capitolato di fronte al Consiglio, cedendo su molti dei punti più importanti sul piano climatico durante il Trilogo, e la Commissione non aveva dato seguito alla minaccia di ritirare la Pac e far ripartire tutto da zero. L’unica novità è il no della pattuglia dei socialdemocratici tedeschi, che hanno votato in dissenso con il resto del gruppo S&D.

Riforma della Pac, luci e ombre

“Abbiamo fatto in modo che questa PAC fosse più sostenibile, trasparente e stabile”, ha festeggiato in conferenza stampa Peter Jahr, uno dei 3 relatori della riforma della Pac in quota PPE. Gli ha fatto eco la collega di Renew Ulrike Müller: “La giornata di oggi segna un momento storico per la nuova PAC, un giorno in cui avanziamo verso una politica agricola più ambiziosa dal punto di vista ambientale, più socialmente consapevole e più orientata ai risultati”.

La pensano tutto all’opposto gli eurodeputati dei Verdi, che hanno spinto a lungo per allineare davvero la riforma della Pac al Green Deal. È proprio questo il punto più debole della nuova politica agricola comune. Il suo percorso è iniziato nel 2018, prima che entrasse in carica la Commissione guidata da von der Leyen e della torsione verde del continente. Per due anni i negoziati si sono incagliati su come rispecchiare i nuovi obiettivi strategici dei Ventisette in fatto di clima e biodiversità nella Pac.

Il risultato è un testo che, a detta di molti osservatori, pecca clamorosamente di ambizione e non cambia davvero rotta rispetto al passato. Una svolta però era necessaria. Come ha messo nero su bianco la Corte dei conti UE, gli oltre 100 miliardi di euro che erano stati destinati all’azione climatica in agricoltura nella vecchia Pac 2014-2020 non hanno contribuito a ridurre le emissioni di gas a effetto serra prodotte del settore. Dal 2010 le emissioni legate all’allevamento – la metà di tutte quelle prodotte dal comparto – non sono calate. Sono invece addirittura aumentate quelle che originano da fertilizzanti chimici e concimi. Per molti, poi, la nuova Pac era la cartina tornasole della capacità di Bruxelles di accelerare davvero la transizione ecologica. Il pacchetto, infatti, pesa tantissimo, circa il 30% del budget settennale dell’UE. Poca ambizione sulla politica agricola si traduce giocoforza in un Green Deal dal verde sempre più stinto.

I commenti al voto

“Molti sostengono disperatamente che questa è una riforma sostenibile della Pac, ma una potente e radicata lobby di agricoltori intensivi, e i governi e gli eurodeputati che li servono, hanno fatto del loro meglio per preservare uno status quo distruttivo, resistendo ad ogni passo a salvaguardie aggiuntive e all’annacquamento delle regole di condizionalità ambientale”, ha detto il deputato olandese Bas Eickhout dei Verdi.

Il commissario all’Agricoltura Janusz Wojciechowski e i socialdemocratici si rallegrano dell’introduzione, per la prima volta, della condizionalità sociale, una serie di misure per assicurare che i fondi comunitari non finiscano a quelle aziende che violano i diritti dei lavoratori, in cui sono ovviamente inclusi fenomeni come quello del caporalato. Indubbiamente un passo avanti, anche se è stato utilizzato come moneta di scambio per indebolire, e di molto, la portata trasformativa degli ecoschemi, cioè quella parte dei pagamenti diretti che è vincolata a pratiche agricole ecologiche.

Le criticità sono molte. “Nessuna inclusione esplicita della strategia europea Farm to Fork, nessun obiettivo vincolante che si colleghi al Green Deal. La riforma della Pac è stata dipinta di verde ma continuerà a sostenere un modello agricolo industriale e inquinante, almeno fino al 2027”, riassume Slow Food Europe.

Adesso il braccio di ferro si sposta sull’implementazione della nuova Pac. E il primo appuntamento è con i piani strategici nazionali che ogni paese dovrà presentare entro fine dicembre con le azioni dettagliate a cui vuole dare priorità. “Troppa flessibilità consegnata agli stati membri dell’UE è una ricetta per una bassa ambizione, quindi controlleremo che la Commissione faccia il suo lavoro correttamente quando valuta i piani strategici, per mantenere traiettorie mirate e allineate al Green Deal, in particolare sulla riduzione dell’uso dei pesticidi, per garantire che la PAC diventi parte della soluzione, non rimanga parte del problema”, puntualizza ancora Eickhout. (lm)

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