Artico senza pace: via Shell, arrivano le trivelle di Eni

Mentre la compagnia anglo-olandese si ritira dal Mare di Chukchi, l’Eni si appresta ad avviare le trivelle in quello di Barents, considerato “gestibile”

Artico senza pace via Shell arrivano le trivelle di Eni

 

(Rinnovabili.it) – Le trivelle dell’Eni presto potrebbero cominciare a bucare il fondale del Mar Glaciale Artico. Appena due giorni dopo che Shell ha annunciato l’abbandono dei suoi programmi nei pressi della calotta polare, l’italiana Eni potrebbe annuncia che entro il 2015 inizierà lo sfruttamento di petrolio e gas nell’ambito del progetto Goliat. Secondo le intenzioni dell’azienda, esso dovrebbe portare a pompare dalle profondità del Mare di Barents, a 80 km dalle coste norvegesi. La struttura costa 5.6 miliardi di euro, e attende le autorizzazioni per iniziare la produzione. La compagnia italiana detiene il 65% del progetto, il resto è della norvegese Statoil.

La piattaforma da 64 mila tonnellate, spiega Eni, «ha viaggiato attraverso l’Oceano Indiano attorno all’estremità sud dell’Africa, per poi puntare a nord attraverso l’Atlantico fino alle isole britanniche e raggiungere Hammerfest, nella Norvegia settentrionale» il 17 aprile scorso. Ora, si prepara a pompare 100.000 barili di petrolio al giorno da un bacino che stima ne contenga 175 milioni, più 8 miliardi di metri cubi di gas.

 

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Restano le paure per le operazioni di sicurezza che, esattamente come per Shell, a quelle temperature si rivelano molto più difficili in caso di incidente. Eni si difende sostenendo che nel Mare di Barents non vi sono ghiacci persistenti e in quantità paragonabili a quelle del Mare di Chukchi, dove si era avventurato il colosso anglo-olandese. Un portavoce della compagnia ha detto al Guardian che Eni opererà in una zona che l’industria considera «gestibile». Definizione che preoccupa molto l’ambientalismo, poiché tende proporre un’idea secondo cui trivellare un’area vulnerabile e incontaminata come l’Artico può essere socialmente accettabile.

Resta aperto anche l’interrogativo economico: secondo gli ambientalisti, lo sfruttamento di quei giacimenti sottomarini converrebbe solo con un prezzo del petrolio a 80-90 dollari al barile. Le stime di Goldman Sachs, all’inizio del mese, hanno tratteggiato un futuro opaco per il petrolio: il prezzo al barile potrebbe scendere fino a 20 dollari. A quel punto, il progetto Goliat – che è in ritardo di 2 anni e ha già sforato il budget iniziale di circa 1.5 miliardi di euro – si tradurrebbe in un enorme fallimento.

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