ONU: vietare i mercati di fauna selvatica per fermare le pandemie

Il responsabile della biodiversità delle Nazioni Unite chiede un divieto globale per “wet market di animali selvatici per il consumo umano

mercati fauna selvatica
Credits: Lok Yung Tsui (CC BY 2.0)

In Cina prosegue la chiusura temporanea dei mercati di fauna selvatica

(Rinnovabili.it) – Vietare a livello globale i mercati di fauna selvatica per aiutare a frenare le future pandemie ma con un approccio che aiuti le comunità locali. Questa la posizione di Elizabeth Maruma Mrema, segretaria esecutiva della Convenzione sulla Diversità biologica dell’ONU. In un’intervista del Guardian, il capo dell’UNCBD ha sottolineato ancora una volta il delicato legame tra natura e diffusione delle malattie. Un legame che l’epidemia di Coronavirus ha reso oggi difficile da ignorare.

Si ritiene che il primo focolaio di Covid-19 per l’uomo abbia avuto origine in un “wet market” nella città cinese di Wuhan. Il termine wet market è spesso usato per contraddistinguere quei luoghi che vendono animali vivi, macellati al momento dell’acquisto da parte del cliente. In realtà è una generalizzazione sbagliata. Sia i mercati di fauna selvatica che quelli di animali vivi rappresentano solo una sottocategoria di quelli “umidi”, al pari di quelli contadini o di quelli del pesce. Per i primi due, però, si parla oramai di una correlazione diretta con i focolai di malattie zoonotiche. In questi luoghi, infatti, è possibile trovare animali come zibetti, cuccioli di lupo e pangolini, tenuti in vita in minuscole gabbie, ammassati e in condizioni di sporcizia, dove è facile incubare infezioni.

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Anche per questo motivo una delle misure di controllo attuate dalla Cina in risposta alla crisi è stata quella di chiudere temporaneamente i mercati di fauna selvatica. Ma oggi in molti, tra ambientalisti e scienziati, si aspettano che la chiusura diventi definitiva.

In questo contesto Mrema chiede oggi ai Paesi di muoversi per prevenire future pandemie vietando i “mercati bagnati” che vendono animali vivi e fauna selvatica per il consumo umano.

La segretaria esecutiva della Convenzione ha ricordato il caso dell’Ebola in Africa centro-occidentale e quello virus Nipah in Asia orientale, per sottolineare il nesso tra distruzione della natura e del patrimonio biologico con le nuove malattie umane. “Il messaggio che stiamo ricevendo è se non ci prendiamo cura della natura, si prenderà cura di noi”, ha detto al Guardian.

“Sarebbe bello vietare i mercati degli animali vivi come ha fatto la Cina e alcuni paesi. Ma dovremmo anche ricordare che abbiamo comunità, in particolare nelle zone rurali a basso reddito che dipendono dagli animali selvatici per il loro sostentamento. Quindi, se non troviamo alternative per queste comunità, potremmo rischiare di incentivare il commercio illegale di animali selvatici che attualmente ci sta già portando sull’orlo dell’estinzione di alcune specie”.

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