Mille miliardi di alberi per salvare il Pianeta: funzionerà?

Tra le tante iniziative (molto pop) per la soluzione della crisi climatica, c’è quella di riforestare il Pianeta con mille miliardi di piante per assorbire CO2 e ridurre l’Effetto Serra. Ma basterà davvero? Sarà possibile piantare tanti alberi? A che prezzo? Ecco la seconda puntata del focus

alberi

di Matteo Grittani

(Rinnovabili.it) -Assorbire anidride carbonica dall’atmosfera piantando un numero impressionante di nuovi alberi e risolvere (almeno in parte) la Crisi climatica. Si tratta di uno dei tanti “target ambiziosi” che Governi e Istituzioni si sono dati nell’ultimo periodo. Ma come ogni progetto a lungo termine annunciato, ciò che conta davvero non è l’obiettivo a cui si mira, quanto la sua concreta fattibilità, la probabilità che davvero venga implementato. Nella prima puntata del focus sull’iniziativa One trillion trees abbiamo provato a capire come funziona il sequestro biologico del carbonio e qual è la scala del problema. Con questo secondo episodio cercheremo di spiegare per quale ragione piantare mille miliardi di alberi nei prossimi anni per mitigare l’effetto serra sia come minimo ottimistico, più probabilmente quasi impossibile.

Potremmo metterci quasi 200 anni

Una premessa, semplice ma fondamentale: qualsiasi albero piantato dove prima non c’era, è un bene; anche solo un piccolo arbusto in più deve farci piacere. La riforestazione, secondo la letteratura scientifica più aggiornata, sarà senz’altro un’attrice di primo piano della sfida che attende l’umanità se vorrà davvero dare seguito agli impegni dell’Accordo di Parigi del 2015. Il punto è che con ogni probabilità non ne sarà la protagonista assoluta. Perché? I motivi sono prima di tutto di natura fisica e termodinamica; ipotizzando che riuscissimo a piantare tutti i mille miliardi di alberi, questi lungo la loro esistenza (alcune decine di anni) assorbirebbero solamente la stessa quantità di anidride carbonica che l’umanità ha emesso dal 1995 a oggi.

Purtroppo le attività antropiche hanno creato in 300 anni un eccesso di CO2 stimato in 4000 miliardi di tonnellate, che sarebbe quindi solo in minima parte eliminato. Ma le difficoltà forse più concrete sono quelle sul piano logistico ed economico. Ci sono circa 3 mila miliardi di alberi oggi sulla Terra; la campagna One trillion trees lanciata nel gennaio 2020 al World Economic Forum si propone dunque di riforestare un terzo degli alberi che popolano oggi la Biosfera. Anche senza fare i conti, il piano suona epocale. Considerando che dal lancio dell’iniziativa – due anni abbondanti – sono stati messi a terra 63 milioni di alberi, immaginiamo che il programma di riforestazione decolli e che si arrivi piantarne addirittura 100 milioni a settimana. Con questo ritmo forsennato, per arrivare a mille miliardi ci vorrebbero poco più di 192 anni. La grande sfida imposta dalla Crisi climatica non può attendere tanto.

Chi ha già iniziato a piantare, a che punto è?

Pensando alle innumerevoli iniziative di riforestazione in corso, è utile guardare a quei Paesi in cui si sta cercando di dare seguito già oggi ad annunci e impegni presi su scale temporali spesso troppo lunghe. Uno dei piani di riforestazione più concreti e avviati è senza dubbio quello della Nuova Zelanda. Il governo progetta di mettere a dimora 1 miliardo di alberi entro il 2028. Potrebbero sembrare molti, ma ragioniamoci un attimo: il 25-esimo paese per Pil pro-capite al mondo contribuirà all’obiettivo per un millesimo del necessario; non subito per altro: ci vorranno 7 anni. Che faranno allora Paesi in zone più svantaggiate come l’America Latina, l’Africa subsahariana o il Sud-est asiatico? Prendiamo poi quello che è tutt’ora il “più grande piano di riforestazione mai intrapreso”; lanciato nel 2017 in Brasile dalla no-profit Conservation International, proponeva di recuperare alcune zone martoriate dalla deforestazione in Amazzonia con 73 milioni di alberi entro il 2023. L’iniziativa, dopo 4 anni dalla prima piantumazione, è ancora in corso, ma ci fa capire bene quanto può essere lento piantare anche una quantità esponenzialmente minore di quella prefissata dalle Nazioni Unite. Il caso più emblematico è tuttavia quello della Cina, paese da cui l’umanità non potrà prescindere se vorrà fare pressoché qualsiasi cosa da qui ai prossimi decenni. Specie nell’ambito della salvaguardia dell’ambiente.

Come noto infatti, il gigante asiatico oggi emette più gas serra di quanto non facciano Ue e Usa insieme. Non solo: il Dragone è anche il secondo Paese al mondo per Pil e il terzo per estensione territoriale. Insomma, la Cina è un’autentica superpotenza che – possiamo scommetterci – contribuirà significativamente a dare direzione e imprimere potenza alla Crisi climatica e soprattutto alle politiche per contrastarla. La Cina ha attualmente piano di riforestazione più “aggressivo” del pianeta e pianta alberi massicciamente dal 1990, quando il Governo della Repubblica Popolare si accorse che la copertura forestale era calata drasticamente dalla fine degli anni ’40 del ‘900, per far posto principalmente all’agricoltura di sussistenza. In poco meno di 30 anni da allora, la Cina ha annunciato di aver riforestato un’area estesa quanto la Francia: 38 miliardi di piante. Una cifra enorme, ma meno del 4% rispetto all’obiettivo che l’umanità si pone con la campagna One trillion trees. In altre parole, la seconda economia mondiale, il terzo Stato per estensione, il Paese che costruisce interi ospedali nuovi dalle fondamenta al colmo del tetto in un weekend e che da decenni porta avanti la più vigorosa campagna di ripristino della vegetazione esistente, ha messo a terra una frazione minima degli alberi totali previsti e annunciati.

Per queste e altre ragioni – purtroppo – sarà decisamente poco probabile per l’uomo riuscire ad arrivare anche minimamente vicino al target imposto dall’iniziativa One trillion trees. Ciò significa che, nonostante anche solo una manciata di nuovi alberi che offrono le loro fronde per assorbire CO2 portino beneficio al nostro pianeta, la battaglia contro gli effetti distruttivi del climate change sarà verosimilmente vinta (o persa) in altri modi; forse meno “pop”, ma più efficaci. Tagliare le emissioni di gas serra rilasciate da attività antropiche ad alta intensità carbonica abbandonando progressivamente i combustibili fossili è la strada maestra. 

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