Il 44% della Terra dev’essere protetto per frenare la perdita di biodiversità

Due studi paralleli, a cui ha partecipato anche La Sapienza di Roma, spiegano quanto è urgente l’azione di tutela degli ecosistemi, e su che scala bisogna ragionare. Entro il 2030 sono a rischio conversione per usi intensivi 1,3 mln di km2. Che devono essere protetti subito

Perdita di biodiversità: bisogna proteggere subito un’area grande 4 volte l’Italia
Foto di Frank Winkler da Pixabay

La perdita di biodiversità oggi fa parlare gli scienziati di 6° estinzione di massa in corso

(Rinnovabili.it) – Per invertire o almeno frenare la vertiginosa perdita di biodiversità in corso, quasi metà della superficie terrestre deve essere posta sotto una forma di protezione. Sono quasi 65 milioni di km2, di cui una buona fetta si sovrappone ad aree popolate dall’uomo. Abitati da almeno 1,8 miliardi di persone, i cui bisogni non sono armonizzati con quelli della tutela degli ecosistemi. E anzi la rendono più complessa. Sono le conclusioni di due studi paralleli, apparsi in questi giorni su Science, a cui ha collaborato anche l’università La Sapienza di Roma.

Con forma di protezione, gli scienziati non indicano soltanto l’istituzione di parchi, riserve e aree protette, ma anche l’approvazione di politiche di uso del suolo adeguate alla conservazione degli ecosistemi. “Più di 1,8 miliardi di persone vivono su queste terre, quindi sono essenziali risposte che promuovano l’autonomia, l’autodeterminazione, l’equità e la gestione sostenibile per salvaguardare la biodiversità”, scrivono gli autori dello studio.

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C’è poi un secondo aspetto da considerare, cioè quello della connessione tra le diverse aree sotto tutela. Per limitare la perdita di biodiversità, infatti, non è sufficiente creare una moltitudine di “isole”: gli spazi protetti devono essere collegati tramite appositi corridoi.

Per calcolare l’estensione dei territori da proteggere, gli scienziati si sono serviti di modelli per formulare degli scenari. Da cui è emerso che 1,3 milioni di km2 – una regione grande più di 4 volte l’Italia – devono essere tutelati subito perché ad altissimo rischio di conversione ad usi intensivi entro il 2030. Soprattutto in Africa.

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Ma la velocità richiesta per l’azione nel breve termine potrebbe essere anche molto più alta. “Esiste una differenza di sette volte tra la quantità di habitat convertito negli scenari di utilizzo del territorio ottimistici e quelli pessimistici, che evidenzia l’opportunità di evitare questa crisi”, scrivono gli autori dello studio.

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