Gli aspetti più sottovalutati del nuovo rapporto IPCC

Il 6° Assessment Report dell’International Panel on Climate Change pubblicato il 9 agosto dimostra che l‘accordo di Parigi sta invecchiando male e che i tempi della diplomazia e i tempi del cambiamento climatico purtroppo non coincidono

Rapporto IPCC: cosa dice alla politica il 6° Assessment Report
credits: IPCC

Mai un linguaggio così chiaro da un rapporto IPCC

(Rinnovabili.it) – Il nuovo rapporto IPCC è riuscito a conquistare le prime pagine di giornali e monopolizzare l’attenzione mediatica all’inizio di agosto. In più di 1300 pagine, la summa della scienza climatica redatta dall’organismo delle Nazioni Unite ha presentato lo stato dell’arte in una fotografia sintetica. Poche le novità, almeno per chi segue abitualmente il tema del cambiamento climatico. Ben più interessante, invece, è leggere il Sixth Assessment Report 2021 tra le righe, chiedendosi cosa cambia adesso per la politica.

D’altronde, la prima parte del rapporto IPCC rilasciata il 9 agosto è il riassunto per i policymaker. Il linguaggio usato, il grado di affidabilità delle previsioni e il livello di dettaglio che viene raggiunto sono tutti fattori importanti perché indirizzeranno e modelleranno le politiche climatiche dei prossimi anni. Vediamo i punti più rilevanti.

C’era una volta l’accordo di Parigi

Il nuovo rapporto IPCC mette la pietra tombale sulla speranza di contenere il riscaldamento globale entro gli 1,5°C. La soglia più ambiziosa dell’accordo di Parigi sul clima sarà raggiunta e superata al più tardi nel 2040 in quasi tutti gli scenari considerati. “In tutti gli scenari valutati qui tranne SSP5-8.5, la stima centrale del superamento della soglia di 1,5°C si trova all’inizio degli anni ’30”, scrivono gli autori. E anche nel caso migliore (SSP1–1.9) l’IPCC stima che la soglia verrà superata al più tardi nel 2044.

È pur vero che, in alcuni degli scenari con maggiore riduzione di gas serra, la traiettoria ha la forma di una parabola: lo sforamento è “solo” temporaneo, ed entro il 2100 può ritornare al di sotto del valore limite. Nel caso SSP1-1.9, lo sforamento sarebbe di 0,1°C. Come è noto, tuttavia, questi sforamenti non sono innocui: si traducono in aumento di frequenza e intensità degli eventi estremi come le ondate di calore e le piogge torrenziali, in più siccità, in un cambiamento consistente dei valori della piovosità con tutte le conseguenze sull’agricoltura.

Sono indicazioni importanti. Dicono che i tempi del cambiamento climatico e i tempi della diplomazia climatica non coincidono e che bisogna modificare la seconda per poter gestire al meglio il primo. L’accordo di Parigi non sta invecchiando bene, specie nelle sue parti più controverse come la finanza climatica, i meccanismi loss & damage e in generale tutti gli strumenti per adattamento e mitigazione. Qui siamo all’anno zero (quanto ad accordi in sede multilaterale) e l’orizzonte a cui si guarda è davvero troppo conservativo, alla luce del sesto aggiornamento del rapporto IPCC. E fallire su adattamento e mitigazione significa rendere certo l’aumento delle diseguaglianze a livello intra-statale e globale, oltre a danni economici consistenti.

Mai un linguaggio così chiaro dal rapporto IPCC

In soccorso arriva un nuovo punto fermo della scienza climatica: “l’influenza umana ha inequivocabilmente riscaldato atmosfera, oceani e terra”. Mai l’International Panel on Climate Change era riuscito a raggiungere un grado di certezza così elevato sul ruolo dei fattori antropici sul cambiamento climatico. L’edizione precedente del 2013 sosteneva al massimo che era “estremamente probabile” l’uomo fosse stato l’elemento dominante nel riscaldamento osservato lungo il 20° secolo. Nel 2007 ciò era ritenuto “molto probabile”. La seconda versione del report IPCC, pubblicata nel 1995 e base scientifica del Protocollo di Kyoto, si fermava a notare una “percettibile influenza umana” sul clima.

La nuova dizione non lascia spazio a dubbi. Un grimaldello in più – forse quello definitivo – per scardinare le posizioni dei negazionisti climatici e accelerare l’azione climatica. Finora alcuni governi si sono trincerati dietro ai margini di incertezza che rimanevano per ritardare politiche sul clima adeguate. Tanto più che il rapporto IPCC riporta, per la prima volta, degli scenari differenziati a livello macro-regionale. È quindi disponibile una base scientifica forte che individua con più chiarezza le aree prioritarie di intervento a seconda del luogo (il report mette a disposizione anche un atlante interattivo navigabile).

Technowashing all’orizzonte

Agire contro il cambiamento climatico non è mai stato così urgente, sostiene il rapporto IPCC. E sottolinea come soltanto lo scenario più ottimista, in cui iniziamo immediatamente a tagliare di molto i gas serra e raggiungiamo la neutralità climatica entro metà secolo, permette di contenere il riscaldamento globale entro gli 1,5°C.

A livello di diplomazia, quindi, a partire dalla COP26 di Glasgow, bisognerà disegnare un perimetro di politiche compatibile con questa traiettoria estremamente ambiziosa. Ma questa torsione verde più rapida darà ancora più risalto alle soluzioni tecnologiche vecchie e nuove con cui aziende e Stati pensano di affrontare la transizione ecologica senza tagliare realmente le emissioni. Come la cattura e lo stoccaggio di CO2, l’idrogeno blu, e altre ancora non disponibili su vasta scala.

Soluzioni che hanno sponsor come John Kerry, l’inviato per il clima di Joe Biden, e l’IEA. Per Kerry, confortato dalle previsioni di un report dello scorso maggio dell’organizzazione di Fati Birol, almeno il 50% delle riduzioni di gas serra che gli Stati Uniti deve ottenere per raggiungere la neutralità di carbonio possono derivare da tecnologie che oggi non sono ancora disponibili.

Leggi qui l’AR6 completo (in inglese)

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