La Nuova via della Seta mette a rischio gli obiettivi dell’Accordo di Parigi

Uno studio del Tsinghua Center for Finance and Development sostiene che se i 126 Paesi aderenti alla BRI dovessero sviluppare progetti infrastrutturali senza limitare le emissioni, il riscaldamento globale potrebbe toccare +2,7°C entro fine secolo.

cina nuova via della seta
Credit Nicolas Raymond / Freestock

Il maxi progetto della Nuova via della Seta prevede investimenti per 12mila miliardi di dollari e coinvolge il 60% della popolazione mondiale

 

(Rinnovabili.it) – La Nuova via della seta (Belt and Road Initiative – BRI) potrebbe causare un impennata nelle emissioni globali tale da compromettere il raggiungimento degli obiettivi fissati con l’Accordo di Parigi: è quanto emerge da un report stilato dal centro di ricerca cinese Tsinghua Center for Finance and Development in collaborazione con l’istituto britannico Vivid Economics e lo statunitense Climate Works.

 

Secondo gli autori del report, se le 126 nazioni aderenti alla BRI dovessero realizzare progetti infrastrutturali secondo l’attuale modello di business (quindi tenendo poco conto delle necessità ambientali) la quota di emissioni di cui sarebbero responsabili passerebbe dall’attuale 28% al 66% entro il 2050.

 

In un simile scenario, anche se tutte le altre Nazioni al mondo dovessero centrare gli obiettivi climatici fissati con l’Accordo di Parigi (necessarie a mantenere il surriscaldamento mondiale entro i 2°C per il 2100), le temperature medie globali aumenterebbero comunque di almeno 2,7°C entro la fine del secolo.

 

Lo studio del Tsinghua Center for Finance and Development ha preso in considerazione 17 Paesi chiave nell’ambito della BRI e ha delineato tre possibili scenari di sviluppo infrastrutturale (Worst in Class, che rappresenta il percorso di crescita a maggiore intensità di emissioni mai visto nella storia recente; Business as Usual, basato sulla media delle esperienze di sviluppo storicamente esperite da tali nazioni; e Best in Class, che rappresenta il percorso di crescita più efficiente dal punto di vista delle emissioni): seguendo i più tradizionali schemi di sviluppo (lo scenario Business as Usual) le emissioni prodotte sarebbero superiori del 68% rispetto a quelle necessarie per mantenere la comunità internazionale in linea con i limiti di surriscaldamento globale fissati dall’Accordo di Parigi.

 

Al contrario, sfruttando le best practice aziendali e gli schemi di sviluppo sostenibile messi a punto in diverse nazioni industrializzate, gli autori del report sostengono che l’impatto delle emissioni della BRI potrebbe essere ridotto del 39% entro il 2050.

 

In quest’ottica, gli autori del report suggeriscono 5 azioni per decarbonizzare la BRI: creare una piattaforma internazionale, possibilmente coordinata dalle Nazioni Unite, che supporti la costituzione di una rete finanziaria sostenibile nei Paesi membri della BRI; estendere alla BRI i requisiti green agl’investimenti posti dalla stessa Cina nei confronti dei nuovi progetti nazionali; promuovere l’adozione dei principi d’investimento green (Green Investment Pricniples – GIP) per i soggetti privati coinvolti nella BRI; fornire l’impatto climatico e l’impronta di carbonio dei progetti approvati nella BRI, in modo da garantire trasparenza; costituire una International Climate Coalition, ovvero una collaborazione bilaterale di schemi internazionali e regionali per l’avanzamento di progetti d’investimento a basse emissioni o clima resilienti.

 

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Il maxi progetto della Nuova via della seta è in pieno sviluppo già da diversi anni e ha subito numerose critiche proprio perché tacciato di esportare tecnologie e processi produttivi oramai obsoleti ed eccessivamente impattanti sull’ambiente al di fuori dei confini cinesi: secondo una recente analisi di Greenpeace, ad esempio, dal 2014, la Cina avrebbe investito nella realizzazione all’estero di centrali energetiche alimentate a carbone per un totale di 67,9 GW, contro gli appena 12,6GW di investimenti in impianti eolici o solari.

 

La BRI resta comunque uno dei principali piani di sviluppo internazionali (con un investimento complessivo che dovrebbe aggirarsi intorno ai 12mila miliardi di dollari) e diversi analisti, compresi quelli del Tsinghua Center for Finance and Development, sostengono la possibilità di una svolta green e sostenibile: “La Road and Belt Initiative della Cina offre una piattaforma per azioni forti che possono supportare sviluppo green, low carbon e climaticamente resiliente per il 60% della popolazione mondiale e per nazioni che rappresentano 1/4 del GDP globale”, spiega Ma Jun, co-direttore del Tsinghua Center for Finance and Development.

 

La crescente pressione internazionale sui temi ambientali, i segnali provenienti dalla stessa Cina, sempre più propensa ad assumere una posizione di leadership per quanto riguarda investimenti in tecnologie sostenibili e l’apporto di partner istituzionali impegnati nella lotta al cambiamento climatico (come l’Italia, che ha siglato un accordo non vincolante con la Cina per prendere parte alla BRI) potrebbero essere le chiavi per una svolta sostenibile di un mega progetto altrimenti destinato a compromettere gli sforzi (fatti e soprattutto quelli ancora da affrontare) per evitare la catastrofe climatica.

 

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1 commento

  1. Ringrazio per questo approfondimento che apre finalmente una luce su tutti i rovesci negativi che derivano da un accordo con un arretrato paese comunista e dittatoriale. Del resto l’Italia partecipa solo per vendere titoli di stato e finanziarsi dal suo eccesso di debito e rischio di fallimento (modello Argentina).

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