Per salvare l’Amazzonia bisogna proteggere subito un’area grande 8,5 volte l’Italia

Il consenso scientifico sostiene che per evitare processi irreversibili, entro il 2030 bisogna proteggere l’80% della foresta pluviale in America latina. Un rapporto di Raisg e Coica spiega come riuscirci

Amazzonia: il 26% della foresta pluviale è a rischio savannizzazione
Photo by Gemma F. Redondo on Unsplash

Il 90% delle aree di Amazzonia degradate è in Brasile e Bolivia

(Rinnovabili.it) – Più di un quarto (il 26%) dell’intera Amazzonia è interessata dalla deforestazione o versa in uno stato di degrado elevato. In queste regioni, il processo di trasformazione irreversibile in prateria – la “savannizzazione” – è già una realtà. Soprattutto in Brasile e Bolivia, dove si concentrano il 90% delle aree critiche. Ma tornare indietro, per ora, è possibile. A patto di tutelare almeno l’80% dell’Amazzonia entro fine decennio.

Dati che suggeriscono che il “tipping point” per l’intera foresta pluviale quindi è molto vicino, avverte il rapporto Amazonia against the clock, curato dall’Amazonian Network of Georeferenced Socio-environmental Information (RAISG) e dal Coordinator of Indigenous Organizations of the Amazon Basin (Coica). Lo studio più aggiornato in materia, del 2019, stimava che il punto di non ritorno per la foresta pluviale più estesa del pianeta sarebbe stato raggiunto una volta degradato il 20-25% dell’ecosistema. “Ma gli autori si riferivano all’Amazzonia orientale, meridionale e centrale e non all’intera regione descritta in questo documento, che si estende per 847 milioni di ettari”, specifica il rapporto.

Una strategia 2030 per l’Amazzonia

Per raggiungere l’obiettivo di tutela, secondo il rapporto la chiave è espandere e/o rafforzare i territori indigeni e le aree protette. In questi due ambiti, infatti, le percentuali di Amazzonia nei 9 paesi latinoamericani che risulta deforestata o molto degradata è minima: appena il 7-9%, contro il 43% delle altre zone senza forme di tutela. E laddove terre indigene e protezione legale si sovrappongono, il degrado scende al 3%.

“Le aree protette (PA) e i territori indigeni (IT) sono fondamentali per proteggere l’Amazzonia. Tra i due regimi (PA e IT), circa la metà (48%) dell’Amazzonia è coperta; tuttavia, l’altra metà (52%) è costituita da aree non designate che rischiano di scomparire e senza le quali è impossibile evitare il punto critico. La maggior parte della deforestazione (86%) è avvenuta al di fuori di PA e IT nazionali”, si legge nel documento.

La priorità è salvaguardare quelle aree di Amazzonia che risultano ancora intatte o poco degradate, ma che sono a forte rischio peggioramento. Si tratta di 255 milioni di ettari di foresta, un’area grande 8 volte e mezza l’Italia. Queste regioni “non sono state intitolate alle popolazioni indigene o designate come aree protette e sono a rischio imminente. Le aree non designate registrano la maggiore trasformazione (33%) e un elevato degrado (10%), sei volte superiore alla trasformazione registrata nelle aree protette e più di otto volte quella delle aree IT”.

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