La rivincita del capitale naturale

Uno studio dell’università di Cambridge mette a confronto i benefici dello sfruttamento di 24 siti in tutto il mondo con i vantaggi che si ricavano dal lasciarli intatti

Capitale naturale: quando proteggere gli ecosistemi fa bene all’economia
Foto di Moritz Bechert da Pixabay

Il capitale naturale dà un valore economico agli ecosistemi

(Rinnovabili.it) – E’ un ragionamento che monetizza la natura e a qualcuno farà drizzare i capelli in testa, quello utilizzato dai ricercatori di Cambridge. Ma è anche uno degli approcci che si stanno diffondendo più rapidamente a livello globale, e c’è chi scommette che per questa via si può arrivare a rendere meno ‘umani’ i rigidi parametri macroeconomici come il Pil, che sono costruiti in modo miope e antropocentrico. Stiamo parlando del capitale naturale, una stima che traduce in termini economici i ‘servizi’ resi dagli ecosistemi. E li ingloba nelle valutazioni sulla convenienza economica di un progetto, o di un piano di sviluppo.

Gli studiosi di Cambridge hanno preso questo approccio, peraltro impiegato di recente nella Dasgupta review e per cui ha speso buone parole anche l’ONU, e lo hanno applicato a livello globale. In pratica, hanno costruito lo studio più completo mai apparso finora sulla materia. Basato sull’analisi dei dati da 24 siti sparsi sui 6 continenti, stacca nettamente l’unico tentativo precedente che si fermava a 6 siti. Risultato? Secondo gli autori dello studio, quando si tiene conto del capitale naturale è decisamente più conveniente preservare gli ecosistemi invece che favorirne lo sfruttamento.

Leggi anche Serve un piano Marshall per guarire l’economia della biodiversità

Ad esempio, i vantaggi economici della protezione di siti particolarmente rilevanti dal punto di vista naturale, come le zone umide e i boschi, superano il profitto che si potrebbe ricavare dall’utilizzo di questi terreni per l’estrazione di risorse. Ma lo stesso si può dire per il 70% degli altri siti ed ecosistemi analizzati. Questo perché i ‘servizi degli ecosistemi’, come vengono chiamati nello studio, ammortizzano o evitano dei costi molto alti per la società. Si tratta di ‘servizi’ come, per esempio, lo stoccaggio del carbonio o la prevenzione dalle inondazioni.

Come si è arrivati a questa conclusione? Gli autori dello studio hanno calcolato il valore annuale netto dei siti se lasciati intatti, e l’hanno confrontato con opzioni alternative di sfruttamento sull’arco di 50 anni. Tra i valori di base, i ricercatori hanno fissato i costi per la società del carbonio a 31 dollari per tonnellata: un valore bassissimo, estremamente conservativo. Gli Usa di Obama ad esempio l’avevano fissato a 50 dollari, valore ripreso da poco da Biden, ma diversi studi calcolano che dovrebbe essere di almeno 120-130 dollari per rispecchiare realmente l’impatto della CO2.

Leggi anche L’Onu presenta il piano per l’azione climatica dei prossimi decenni

Tra i risultati più interessanti, il fatto che la percentuale di siti che conviene lasciare intatti e preservati non cambia molto anche se si abbatte la variabile del costo sociale del carbonio. Con un costo irrisorio di 5 dollari a tonnellata, il 60% dei siti darebbe ancora un vantaggio economico maggiore quando non viene convertito ad uso umano. E se il costo sociale del carbonio viene completamente rimosso dai calcoli, ancora nel 42% dei casi ci conviene proteggere questi ecosistemi invece di sfruttarli.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui