Carbone addio? La Cina lo esclude dagli investimenti della Belt & Road

Il documento è espressione del ministero dell’Ambiente e può essere un primo passo, per quanto limitato, verso il phase out del carbone. In attesa di NDC e nuovo piano quinquennale

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Il carbone ‘fortemente sconsigliato’ nelle nuove linee guida sui progetti targati BRI

(Rinnovabili.it) – Gli investimenti sul carbone sono accompagnati da un semaforo rosso. Quelli sulle rinnovabili, come eolico e solare, hanno a fianco un semaforo verde. Sono le nuove linee guida del governo cinese per gli investimenti all’estero, nell’ambito della Belt & Road. Commissionato dalla BRI green Development Coalition nel 2019, il rapporto può costituire il primo – timido – passo di Pechino verso il phase out del carbone che è necessario per centrare l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2060.

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Quanto questo rapporto sarà tenuto in considerazione, e quindi quale sarà il suo effetto concreto, è difficile da dire. E’ stato scritto da 5 ricercatori che fanno parte del ministero dell’Ambiente (e altri 6 provenienti da organizzazioni internazionali) quindi ha senz’altro un grado di ufficialità. Le linee guida sono state presentate da questo ministero insieme alla Commissione per lo sviluppo nazionale e le riforme, che tra i vari compiti ha anche quello di controllare i progetti sotto l’etichetta Belt & Road e ha potere di veto.

Tutti indizi che fanno ipotizzare che il partito comunista cinese e il governo stiano manovrando per allineare il paese agli obiettivi climatici annunciati dal presidente Xi Jinping lo scorso settembre. Di contro, sulle linee guida non si è (ancora) pronunciato il ministero del Commercio. E, altro aspetto assolutamente non secondario, si applicano agli investimenti fuori dal paese, non a quelli sul territorio nazionale. Al momento, la Cina ha rilasciato autorizzazioni per installare almeno altri 250GW di carbone entro il 2025. E finché Pechino non renderà noti i suoi nuovi contributi nazionali volontari (NDC) e il piano quinquennale 2021-2025, tutti attesi tra fine dicembre e marzo 2021, non sarà chiaro quanto il governo intende impegnarsi in patria sul phase out.

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Resta comunque un passo avanti importante. La Cina infatti finanzia il 25% delle centrali a carbone in costruzione nel mondo (escludendo quelle entro i suoi confini). E dal 2000, solo nell’ambito della BRI, ha iniettato più di 40 miliardi di dollari in progetti legati al carbone. In più, come sottolinea Dimitri De Boer di Client Earth, tra gli autori del documento, l’impatto sarà concreto perché la “grande maggioranza” degli investimenti cinesi nel carbone è appoggiata in qualche forma da entità statali.

Resta però anche un punto debole. Questo documento non è vincolante per l’intero apparato governativo cinese. E’ espressione del ministero dell’Ambiente, essenzialmente. E contiene raccomandazioni, non prescrizioni. Quindi le sue conclusioni potranno subire delle modifiche o essere implementate conservando delle scappatoie. Soprattutto rispetto a un bando totale degli investimenti BRI sul carbone, che in Cina può apparire a molti un passaggio troppo brusco. A partire da ministero del Commercio, China Development Bank e le compagnie stesse.

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