Le aziende italiane riscaldano il clima di 2,8 gradi

L’analisi di Carbon Disclosure Project su 194 compagnie italiane che pubblicano i dati delle loro emissioni. Su Scope 1 e 2 la situazione è relativamente buona, ma tutto cambia quando si aggiungono al calcolo anche le emissioni Scope 3, quelle distribuite lungo l’intera catena del valore

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Le promesse sul clima dell’economia italiana tradiscono Parigi

(Rinnovabili.it) – L’economia italiana è sporca e non ha nemmeno molta fretta di mettersi una veste più verde. Le aziende del Belpaese non sono allineate con l’accordo di Parigi. Nemmeno le loro promesse sul clima lo sono. È la fotografia abbastanza disarmante che ci restituisce l’ultimo rapporto di Carbon Disclosure Project (CDP), no profit dedicata al monitoraggio delle performance climatiche di Stati e settore privato a livello globale.

Il clima dell’economia tricolore è bollente

La distanza tra dove dovrebbero essere le aziende italiane e la loro traiettoria reale è un abisso. CDP ha calcolato l’impatto di tutti gli impegni presi sull’intera catena del valore delle aziende (emissioni Scope 1, 2 e 3) e il risultato è che nel complesso l’economia italiana veleggia spedita verso un +2,8°C di riscaldamento globale. Lontanissima dai 2 gradi che sono la soglia massima dell’accordo di Parigi, per non parlare di quella più ambiziosa di 1,5°C su cui la diplomazia climatica globale si sta orientando.

Come si è comportato l’universo del settore privato italiano negli ultimi 5 anni, cioè dalla firma dell’accordo sul clima nella capitale francese? Sulle 194 aziende passate al vaglio, in media le emissioni Scope 1 e 2 sono scese del 22%. Se prolunghiamo questa traiettoria, calcola CDP, continuare con lo stesso ritmo non basta. Anche se l’Italia è tra le migliori nel G20, il tasso di riduzione delle emissioni sarebbe del 3,3% l’anno da qui fino al 2030 (in uno scenario business as usual, quindi senza scatti di reni) ma per centrare l’obiettivo degli 1,5°C bisogna accelerare fino a una riduzione lineare del 4,2% annuo. Dato interessante in quest’ottica: l’80% delle emissioni Scope 1 e 2 origina da appena tre aziende, cioè Eni, Enel e Cementir Holding. Le chiavi della ripresa verde e dell’allineamento con Parigi sono in buona parte in mano loro.

Solo una piccolissima frazione delle aziende analizzate è allineata al target 1,5°C (6 aziende, ovvero il 7% del totale), mentre 19 aziende (il 21%) sono allineate con i 2°C o con l’obiettivo di restare “ben al di sotto” di questa soglia (l’impegno formale preso a Parigi). Tradotto in termini di emissioni totali di gas serra prodotte dalle 194 aziende, il 46% delle emissioni è allineato con un percorso di 1,5°C e il 56% è allineato quello dei 2°C. “Ciò può essere spiegato principalmente dalla distribuzione delle emissioni tra le aziende”, spiega il rapporto. “Le grandi aziende che rappresentano la maggior parte delle emissioni hanno obiettivi relativamente ambiziosi”.

Ma il quadro cambia drasticamente quando si aggiunge all’analisi anche le emissioni Scope 3, cioè quelle distribuite lungo l’intera catena del valore – e le più difficili da abbattere. La maggior parte delle aziende non ha presentato degli obiettivi in merito e così, mentre il peso specifico di colossi come Enel e Eni scende al 50% delle emissioni totali, la traiettoria complessiva si allontana ancora di più da Parigi posizionandosi sui +2,8°C.

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