Crisi Taiwan: la Cina sospende il dialogo sul clima con gli Usa

Lo stop alla cooperazione sul clima nel pacchetto di misure che Pechino ha preso come rappresaglia per l’arrivo della speaker della Camera sull’isola che la Cina considera parte integrante della nazione

Crisi climatica: 1 italiano su 10 crede che l’uomo non sia responsabile
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La decisione dopo la visita di Nancy Pelosi a Taipei

(Rinnovabili.it) – Il clima è la vittima eccellente della visita di Nancy Pelosi a Taiwan. La Cina ha annunciato che sospenderà – anche se “temporaneamente” – ogni incontro e contatto con gli Stati Uniti per discutere di crisi climatica. Un colpo pesante per la diplomazia del clima: la sintonia tra Washington e Pechino, i due più grandi inquinatori al mondo oltre che le due maggiori economie, è cruciale in questa fase per fare progressi in vista della COP27 di Sharm el-Sheikh. La crisi di Taiwan può far deragliare gli sforzi fatti in questi mesi o limitare di molto l’ambizione del summit.

Crisi di Taiwan, la reazione cinese

La decisione fa parte di una serie di misure annunciate oggi dal ministero degli Esteri cinese in risposta alla visita a Taiwan della speaker della Camera. Visita che Pechino percepisce come un’ingerenza nei suoi affari interni visto che ritiene l’isola parte integrante della nazione e mettono la One China policy come precondizione per parlare e fare affari con qualsiasi interlocutore. Tra le altre misure, la Cina interrompe il dialogo militare di alto livello, quello sulla sicurezza marittima e la cooperazione su crimine internazionale e lotta al narcotraffico.

Perché è importante la cooperazione Usa-Cina sul clima?

La reazione cinese sul dialogo climatico farà meno scalpore delle esercitazioni militari lanciate attorno a Taiwan in concomitanza della visita di Pelosi, con tanto di presenza delle due portaerei di Pechino, lancio di missili balistici e scorribande nello spazio aereo di Taipei da parte dei caccia della Repubblica popolare. Ma può avere effetti pesanti sulla capacità del pianeta di rispondere alla crisi climatica.

Alcuni dei dossier più importanti per tenere a portata di mano l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro gli 1,5°C, infatti, sono stati innescati o dipendono in buona parte dalla cooperazione sull’asse Washington-Pechino. Uno fra tutti: la riduzione delle emissioni di metano, che è responsabile storicamente di quasi metà del global warming cumulato (circa 0,5°C) e ha un ruolo critico nel centrare gli obiettivi sulle emissioni al 2030.

Altro dossier che si può incagliare è quello delle perdite e i danni (Loss & damage), cioè il denaro che i paesi più ricchi dovrebbero dare a quelli più vulnerabili per misure di adattamento e mitigazione della crisi climatica. Alla COP26 non se ne fece quasi nulla per l’opposizione delle economie avanzate, in questi mesi si decide se a Sharm el-Sheikh si affronterà il tema nella sostanza o solo di facciata. Anche qui, Cina e Usa sono importanti per tessere un accordo tra i due schieramenti.

Ma è l’andamento dell’intera COP27 a essere in ballo con la crisi di Taiwan e lo stop al dialogo sul clima tra i due pesi massimi mondiali. La loro intesa su certi dossier è sempre stata un acceleratore dei negoziati. Anche il Paris agreement del 2015 è debitore di un accordo preliminare tra Usa e Cina.

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