Anche lo shipping metterà un prezzo del carbonio per tagliare le emissioni navi

All’ultima riunione dell’Organizzazione marittima internazionale legata all’Onu, per la prima volta da 10 anni si è creata una maggioranza per fissare un carbon price al comparto navale

Emissioni delle navi: l’Imo rimanda tutto al 2023
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Le emissioni navi sono il 3% di quelle globali

(Rinnovabili.it) – Dopo 10 anni di tira e molla, il settore dello shipping dice finalmente sì a introdurre un prezzo del carbonio come misura per tagliare le emissioni delle navi. È quanto è emerso durante l’ultimo incontro dell’Imo, l’Organizzazione marittima internazionale che coordina l’industria navale sotto egida Onu.

Per le organizzazioni che monitorano i lavori dell’Imo, il passo avanti sulle emissioni delle navi è un “grande sviluppo”. Mai prima d’ora lo shipping aveva accettato di dare l’ok a misure “basate sul mercato”. “È stato raggiunto un crescente consenso sulla necessità di un paniere di misure che combinino un elemento tecnico, ad esempio uno standard sui combustibili, con un elemento economico, ad esempio una market-based measure”, spiega Aly Shaw di UMAS, un’azienda di consulenza che lavora sulle emissioni navali insieme all’Energy Institute dell’University College London.

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“È stato inoltre espresso un ampio sostegno per un approccio “Well-to-Wake” che riduca le emissioni assolute e metta il trasporto marittimo su un percorso di allineamento agli 1,5°C”, prosegue Shaw. “L’aspetto forse più incoraggiante è che la maggioranza dei membri ha sostenuto la necessità di una transizione equa che non lasci indietro nessuno”.

Il settore navale è uno dei più restii ad adottare politiche efficaci per ridurre l’impronta di carbonio. Lo shipping, complessivamente, produce quasi il 3% delle emissioni globali, pari a circa 1 Gt CO2e l’anno. E non è su una traiettoria di decarbonizzazione: le emissioni delle navi stanno aumentando e di questo passo potrebbero raggiungere un +130% nel 2050 rispetto ai livelli del 2008.

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La svolta all’Imo è arrivata con il voto favorevole dei paesi con le economie più avanzate. Che finora avevano sempre detto no, per evitare scossoni all’arteria più importante del commercio mondiale. Non solo l’UE e gli USA, anche il Regno Unito e la Nuova Zelanda hanno acceso luce verde per la prima volta.

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