Giornata mondiale dei rifugiati 2022, il ruolo della crisi climatica

A livello internazionale manca ancora una definizione giuridicamente valida di “rifugiato climatico”. Ma le organizzazioni internazionali come l’Onu si muovono per costruire il consenso tra gli stati attorno a forme di protezione per chi lascia la propria terra a causa della crisi climatica. Un passaggio necessario, visto che negli ultimi 10 anni il climate change ha generato il doppio di migranti rispetto a conflitti e violenze

Migranti climatici: gli USA di Biden verso il riconoscimento
credits: UNMISS – Imvepi Refugee Camp via Flickr | CC BY-NC-ND 2.0

Il 20 giugno si celebra il World Refugees Day 2022

(Rinnovabili.it) – Negli ultimi 10 anni, il numero di persone costrette ad abbandonare la propria casa a causa del clima è doppio rispetto a quello di chi migra per fuggire dalla guerra. E le proiezioni per i prossimi decenni indicano che questo numero è destinato ad aumentare in tutto il mondo, man mano che il Pianeta si surriscalda e gli effetti della crisi climatica si fanno sentire. Un tema, questo, che è centrale nella Giornata mondiale dei rifugiati 2022 (World Refugees Day). Anche se di “rifugiati climatici” in senso stretto non si può ancora parlare.

Il nesso tra clima e migrazioni

“Dall’Afghanistan all’America Centrale, siccità, inondazioni e altri eventi meteorologici estremi colpiscono chi è meno attrezzato per recuperare e adattarsi”, notava l’anno scorso l’Unhcr, l’agenzia dell’ONU che si occupa dei rifugiati. Per l’ente, le misure di mitigazione contro la crisi climatica sono un tassello importante per ridurre il numero di persone costrette a lasciare le proprie terre.

Che esista un nesso causale tra crisi climatica e migrazioni umane è ormai comprovato da una quantità di pubblicazioni scientifiche. Non è certo una condizione nuova, anzi da un certo punto di vista si può dire che è un fenomeno che è connaturato alla storia dell’umanità. Le diverse ondate “Out of Africa” sono state originate, o permesse, da mutamenti del clima, e la stessa “abitudine” a spostarsi man mano che il clima cambia è qualcosa che appartiene alla nostra specie, l’Homo Sapiens, da sempre.

Oggi, per la prima volta alle prese con un climate change di origine antropica, il quadro non è diverso. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Center (IDMC), tra il 2008 e il 2020 quasi l’89% delle migrazioni causate da disastri è legata a eventi climatici. Solo nel 2020, questi fenomeni sono stati alla base di 30 milioni di ricollocamenti in tutto il mondo. Anche se la maggior parte delle volte la migrazione è interna al paese di origine. Per l’Unhcr, in media dal 2008 a oggi sono oltre 21 milioni gli sfollati a causa del clima in tutto il mondo.

Un nesso, quello tra clima e migrazioni, che riguarda direttamente anche l’Italia. Nel 2019, ad esempio, uno studio del Cnr pubblicato su Environmental Research Letters ha dimostrato che il climate change spiega l’80% del flusso migratorio dal Sahel verso il Belpaese, per causa diretta o per influenza sull’ammontare dei raccolti annuali.

Giornata mondiale dei rifugiati 2022: un limbo giuridico

Dal punto di vista legale, però, manca ancora oggi una definizione di “rifugiato climatico”. Nel diritto internazionale, il rifugiato è colui che è costretto a lasciare il suo paese di origine per guerre, violenze e persecuzione. La convenzione di Ginevra del 1951 che regola questa categoria di persone, i diritti e il livello di protezione di cui sono titolari, non prevede nulla per chi scappa dall’impatto della crisi climatica.

Per questa ragione, la Giornata mondiale dei rifugiati 2022 non ricorda espressamente questa categoria di migranti. Ma questo non significa che le istituzioni internazionali non si stiano interrogando sull’opportunità di dare una sistemazione adeguata ai rifugiati climatici. L’ultimo atto è stato il Global Compact on Migration delle Nazioni Unite, approvato nel 2018. Il patto globale sulle migrazioni riconosce, nell’ambito dell’Obiettivo 2, la situazione urgente dei migranti sfollati a causa dei cambiamenti climatici.

L’orientamento in molti casi, però, è di creare una categoria distinta da quella del rifugiato. L’Iom ad esempio propone l’etichetta di migranti ambientali, in modo da non farla sovrapporre con il contesto giuridico riservato ai rifugiati. Per creare un consenso largo tra gli stati su come proteggere queste persone, l’Onu ha lanciato la Nansen Initiative già dal 2012. “L’obiettivo generale dell’Iniziativa Nansen”, spiega il sito dell’Iom, “è quello di creare un consenso tra gli Stati sui principi e gli elementi chiave per proteggere le persone sfollate oltre confine nel contesto di disastri causati da rischi naturali, compresi quelli legati al cambiamento climatico”.

Articolo precedenteIl blocco del Superbonus mette a rischio migliaia di studi: “Rischio insolvenza su progetti già fatti”
Articolo successivoCostruire gli edifici con la lava fusa: il progetto Lavaforming

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui