L’Europa fa sul serio contro il greenwashing nei prodotti

Sarà introdotto uno standard comune per cui tutti i beni e i servizi Ue dovranno specificare la loro impronta in 16 ambiti. Più trasparenza sugli impatti negativi e sull’uso di compensazioni di carbonio. Oggi il 53% delle etichette ha informazioni perlomeno fuorvianti

Greenwashing: pubblicità ingannevoli dietro gli annunci net-zero di 25 colossi globali
via depositphotos.com

Quasi pronta l’iniziativa legislativa dell’Ue per contrastare il greenwashing nei prodotti

(Rinnovabili.it) – Basta etichette che vantano performance climatiche inesistenti, tassi di materiali riciclati non veritieri, un’attenzione all’ambiente che non c’è. Per limitare il greenwashing nei prodotti, l’Ue fissa nuovi paletti e uno standard comune: un “quadro per l’impronta ambientale” che traccia il peso del prodotto in 16 ambiti, tra cui aria e cambiamento climatico. E si applicherà a tutti i beni e i servizi venduti in Ue.

Lo prevede la bozza di proposta legislativa con cui Bruxelles vuole evitare le “informazioni vaghe, fuorvianti o infondate sulle caratteristiche ambientali dei prodotti”. Iniziativa che era stata annunciata con la presentazione del Green Deal europeo nel 2019. E di cui c’è necessità, come ha dimostrato uno studio voluto dalla Commissione l’anno successivo: ben il 53% delle etichette trasmette messaggi non conformi alla realtà. E inganna il consumatore.

“Combattendo il greenwashing, la proposta garantirà condizioni di parità per le aziende quando commercializzano la loro ecocompatibilità”, si legge nella bozza di testo, che può ancora cambiare prima della trasmissione a Consiglio e Parlamento. “È stato dimostrato che le dichiarazioni relative al clima sono particolarmente inclini a essere poco chiare e ambigue e a fuorviare i consumatori, configurandosi come greenwashing”, ricorda ancora.

Le misure contro il greenwashing nei prodotti

Come ovviare al greenwashing nei prodotti? La proposta prevede che i produttori siano obbligati a dichiarare se la loro merce, benché abbia effetti positivi in un’area, ne ha di negativi in altri ambiti. E le promesse per il futuro devono essere misurabili: l’azienda dovrà indicare obiettivi di medio termine, con date e numeri. Insomma, non basterà dire che si punta a raggiungere la neutralità climatica nel 2050, bisognerà anche spiegare come e quali sono i target intermedi (ad esempio al 2030).

Tra i dettagli su cui le aziende dovranno essere trasparenti c’è il ricorso ai discussi crediti per le compensazioni di carbonio. Sarà quindi teoricamente possibile distinguere tra le aziende che stanno trasformando il loro approccio al business in concreto, operando su filiera e processi produttivi, da quelli che continuano col business as usual e piantano alberi dalla parte opposta del mondo per ripulire il loro bilancio emissivo.

Articolo precedenteTermo adotta lo status di Società Benefit
Articolo successivoDirettiva UE “Case Green”, cosa prevede e perché preoccupa il governo

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui