Delude la pre-COP sul clima di Bonn: la strada verso Sharm el-Sheikh è in salita

Le due settimane di negoziati tecnici hanno partorito progressi microscopici e, più spesso, uno stallo sui dossier più importanti. Tutto fermo sul tema, fondamentale per la giustizia climatica e l’adattamento, dei Loss and damage. Male anche i lavori della Global Stocktake. I paesi con economie più avanzate frenano i lavori

Pre-COP sul clima di Bonn: delude l’esito, quasi nessun progresso verso Sharm el-Sheikh
crediti: UNclimatechange via Flickr CC BY-NC-SA 2.0

Dal 6 al 16 giugno si è tenuta la pre-COP sul clima di Bonn

(Rinnovabili.it) – Oggi arriva il fischio finale per le due settimane di pre-COP sul clima di Bonn, e a differenza di una partita di calcio normale non c’è nessuno che ha vinto davvero e il tabellone dice che non è nemmeno un pareggio. La conferenza era, sì, “solo” un incontro tecnico che doveva preparare il terreno agli accordi politici da prendere in Egitto il prossimo novembre. Ma si sta chiudendo senza il benché minimo passo avanti di una qualche rilevanza. Salvo miracoli, alla COP27 sarà più complicato vedere accordi significativi sui temi più importanti. Di fatto, una sconfitta per tutti.

Cosa (non) ha deciso la pre-COP sul clima di Bonn

Dal 6 giugno a oggi, i delegati hanno partecipato a una serie infinita di riunioni settoriali, plenarie, workshop ed eventi laterali. A detta della maggior parte degli osservatori, tutti gli incontri hanno un filo rosso comune: ci sono state solo chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere. Alla pre-COP sul clima di Bonn ha latitato l’ambizione, ma non si è fatta vedere nemmeno la normale volontà di portare avanti i percorsi impostati con il patto sul clima di Glasgow lo scorso anno. Vediamo nel dettaglio di cosa si è parlato all’appuntamento più importante della diplomazia climatica globale prima della COP27 di Sharm el-Sheikh di novembre.

Loss and damage – Il processo delle COP è iniziato negli anni ’90, quando fuori dalle conferenze sul clima c’erano manifestazioni globali che chiedevano più giustizia nei rapporti tra il nord e il sud del mondo. In questa prima metà di giugno 2022, i delegati alla pre-COP sul clima di Bonn hanno dimostrato che il problema è più scottante che mai (anche se le manifestazioni, fuori dai palazzi, sono molte di meno).

La COP26 ha istituito, a fatica, il cosiddetto “Glasgow Dialogue”. Un processo che, da qui al 2025, dovrebbe definire e dar vita a un meccanismo globale di distribuzione di fondi e aiuti per i paesi più vulnerabili al climate change e meno in grado di affrontarlo sotto il profilo economico. Vale a dire, uno strumento di aiuto per il sud globale fornito da chi ha la responsabilità maggiore nell’aumento della temperatura globale, cioè i paesi più avanzati. A Bonn il Glasgow Dialogue ha dimostrato di essere più un mezzo con cui questi ultimi provano a rallentare i lavori sulle riparazioni per le perdite e i danni che altro.

Tutte le parti hanno riconosciuto che il problema esiste, la scienza è chiara a proposito, e che i paesi più vulnerabili hanno diritto a essere aiutati. E nient’altro. Nessuna decisione concreta è stata presa su come rendere davvero operativo questo meccanismo per i loss and damage. L’Italian Climate Network ha definito gli incontri sul dossier “un susseguirsi di dichiarazioni impostate e prive di contributo politico (in particolare da parte dei paesi ricchi)”.

Il gruppo G77 (134 paesi tra i più vulnerabili) e la Cina ha poi provato a forzare la mano, chiedendo di accorciare il percorso del Glasgow Dialogue e arrivare già a novembre a discutere del meccanismo per le perdite e i danni. I paesi più avanzati, Stati Uniti in testa, hanno detto di no. (La Cina si schiera con il G77 per opportunismo politico, così come è opportunista la volontà cinese di essere classificati ancora come paese in via di sviluppo in sede COP).

Santiago Network – Stessa sorte per il Santiago Network. Si tratta del “motore” del futuro strumento per le perdite e i danni (la Loss and Damage Finance Facility), ovvero è un meccanismo che dovrebbe quantificare l’ammontare dovuto, oltre a essere facilmente monitorabile da tutti. L’idea è atterrata alla COP25 del 2019, la COP26 non ha fatto granché per rendere il network operativo, e la pre-COP sul clima di Bonn forse ha fatto anche meno. Risultato: il motore delle perdite e i danni non solo non c’è ancora, manca pure il consenso sulle parti che lo devono comporre.

Tradotto, paesi sviluppati e in via di sviluppo sono spaccati sulla governance da attribuire al Network. I primi vogliono una governance ristretta a un comitato esecutivo che ricalchi esperimenti precedenti (e non particolarmente felici), i secondi vorrebbero una governance più inclusiva.

Global Stocktake – Doveva essere il primo momento, dall’accordo di Parigi, in cui fare il bilancio degli sforzi in campo per tagliare le emissioni e, su queste basi, provare ad aumentare l’ambizione cambiando i criteri con cui i paesi riportano i progressi in ambito adattamento e mitigazione. Progressi che sono arrivati con il contagocce, e non su temi di rilievo. Anzi, è diventato persino un problema la partecipazione – per la prima volta – della società civile agli incontri dedicati. Almeno per le delegazioni di paesi come Arabia Saudita, India, Cina, Brasile.

Adattamento e mitigazione – Stessa sorte – zero progressi – è toccata agli incontri dedicati al Global Goal on Adaptation e al Mitigation Work Program. Il primo è uno strumento previsto dall’accordo di Parigi per aumentare il supporto tecnico e finanziario ai paesi che hanno più necessità di misure di adattamento (viaggia in parallelo con le promesse sui target di finanza climatica, i famosi 100 miliardi di dollari che forse si materializzeranno nel 2023). Il secondo è previsto dalla COP26 ma dev’essere approvato ufficialmente dalla COP27 quest’anno: si tratta di un meccanismo per accelerare l’azione climatica da qui al 2030, individuando anche delle specifiche azioni necessarie. (lm)

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