Le prime indiscrezioni sulla tassa sul carbonio alla frontiera targata UE

Bruxelles pensa di raccogliere 9 miliardi di euro l’anno, che in parte serviranno per compensare il debito creato con il Recovery Fund. Il meccanismo andrà a regime nel 2030, ma verrà introdotto gradualmente a partire dal 2023

Tassa sul carbonio alla frontiera: ecco i primi dettagli
Foto di Markus Distelrath da Pixabay

Filtra alla stampa la bozza del provvedimento sulla tassa sul carbonio alla frontiera

(Rinnovabili.it) – Frutterà 9 miliardi di euro l’anno quando sarà a regime. Denaro che andrà a ripagare il debito accumulato tra pandemia e ripresa post Covid-19. L’introduzione sarà graduale, con tempi che provano a bilanciare le esigenze dell’industria europea con le necessarie rassicurazioni ai paesi fornitori. È questa la fisionomia della tassa sul carbonio alla frontiera che l’Unione Europea presenterà ufficialmente il 14 luglio, insieme agli altri provvedimenti del pacchetto “Fit for 55”.

La tassa sul carbonio alla frontiera è una misura allo studio da diversi mesi. L’idea di fondo è far pagare una sorta di dazio alle merci che vengono importate nell’Unione Europea da paesi che hanno politiche climatiche meno ambiziose di quelle comunitarie. In pratica, la carbon border tax serve per evitare che il peso della transizione ecologica gravi troppo sull’industria europea. E serve anche per evitare il cosiddetto carbon leakage, cioè la delocalizzazione delle industrie in paesi meno esigente dal punto di vista climatico.

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A rivelare la fisionomia della nuova tassa sul carbonio alla frontiera è il Financial Times, che ha visto una bozza del provvedimento. nel testo si legge che Bruxelles conta di raccogliere con questo strumento circa 9 miliardi di euro l’anno. Cifra a cui si arriverà attorno al 2030, quando il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) – questo è il nome ufficiale dello strumento – andrà a regime. Strumento che verrà introdotto in maniera graduale, a partire dal 2023, per garantire alle aziende un periodo di transizione e assicurare che “il minor fardello possibile ricada sui flussi commerciali e sugli operatori”.

La carbon border tax europea servirà per coprire, almeno in parte, il famoso bazooka della Commissione, cioè i 750 miliardi di euro del Recovery Fund. Inizialmente, il CBAM riguarderà i settori del ferro, dell’acciaio, del cemento e dei fertilizzanti. Tra i paesi che esportano verso l’Europa, il più preoccupato è la Russia. I suoi prodotti, infatti, sono generalmente ad alta intensità di carbonio e rischiano di essere i più penalizzati dal nuovo meccanismo.

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Il CBAM viene presentato dalla commissione come uno strumento essenziale per raggiungere gli obiettivi climatici dell’Unione, cioè la riduzione delle emissioni di gas serra del 55% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990. Questo strumento, però, è piuttosto controverso. Da un lato, l’organizzazione mondiale del commercio lo sta passando al vaglio con molta attenzione, perché potrebbe consistere in una forma di protezionismo mascherato. Dall’altro lato, gli Stati Uniti non vedono molto di buon occhio l’iniziativa europea, ma l’amministrazione Biden sta cercando la quadra con Bruxelles.

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