Sostanze inquinanti: l’effetto degli psicofarmaci sugli animali

I ricercatori australiani della Monash University hanno scoperto come il comportamento e l’umore di alcuni animali, soprattutto i pesci, sia influenzato dalla presenza di sostanze psicoattive nell’ambiente marino, con gravi conseguenze per la salvaguardia degli ecosistemi e della biodiversità.

Sostanze inquinanti
Credits: Narcis Ciocan da Pixabay

La ricerca sulle sostanze inquinanti mostra per la prima volta l’impatto dei farmaci sugli organismi animali

 

(Rinnovabili.it) – Alcuni ricercatori dell’australiana Monash University hanno scoperto che il comportamento dei pesci può cambiare se ingeriscono alcuni tipi di sostanze inquinanti quali, ad esempio, prodotti farmaceutici e antidepressivi. Nello specifico, lo studio mostra come alcune sostanze psicoattive, se smaltite in modo errato, possono influenzare l’umore della fauna marina, esattamente come accade nel caso degli esseri umani.

 

Pubblicata sulla rivista Biology Letters, la ricerca (la prima sull’impatto dei farmaci sugli organismi animali) si è soprattutto concentrata su alcune tipologie di sostanze, come il Prozac. La scelta è ricaduta su quest’ultimo perché, come afferma il ricercatore Bob Wong ripreso da Ansa, “il Prozac è stato trovato negli habitat di tutto il mondo, anche qui in Australia”. Attraverso l’osservazione, si è scoperto che l’esposizione al Prozac modifica i comportamenti delle gambusie, piccoli pesci di acqua dolce della famiglia dei Poecilidi, soprattutto per quanto concerne le dinamiche di gruppo relative al reperimento del cibo e alla fuga dai predatori. In entrambi i casi, si tratta di comportamenti ecologicamente molto rilevanti, soprattutto per quanto riguarda la conservazione degli ecosistemi e della loro biodiversità.

 

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Ma non è tutto, perché la ricerca mostra come l’influenza dei farmaci e degli antidepressivi non sia riscontrabile solo negli ambienti acquatici, ma anche nel regno terrestre. Infatti, cibandosi di larve ed insetti, anche gli ornitorinchi ingeriscono sostanze inquinanti la cui quantità è stimabile nell’equivalente di quasi mezza dose giornaliera di antidepressivi al giorno. E il problema non riguarda solo i farmaci psicoattivi, ma anche altre categorie farmacologiche come, ad esempio, i farmaci anticoncezionali, la cui azione indiretta modifica lo sviluppo dei genitali degli animali portando alla “femminilizzazione” dei pesci maschi e persino degli alligatori.

 

L’aspetto più preoccupante di tale scoperta, tuttavia, è che le modifiche apportate dai farmaci e dalle sostanze inquinanti tendono ad essere conservate in modo evolutivo tra i diversi gruppi di animali. Ciò significa che, anche se l’esposizione a tali sostanze dovesse diminuire notevolmente fino alla totale scomparsa, le modifiche già apportate verrebbero comunque ereditate dalle generazioni future.

 

A fronte di questa “medicalizzazione” della natura, il prof. Wong sottolinea, innanzitutto, la necessità di individuare delle tecniche e degli strumenti che permettano la rimozione dei prodotti farmaceutici negli impianti di trattamento delle acque reflue e, in seconda battuta, la necessità che le aziende farmaceutiche inizino ad interessarsi all’impatto ambientale dei loro prodotti.

 

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