Uno studio rivela che il 14-26% dei fiumi europei soffre di salinizzazione, con livelli elevati, minacciando biodiversità e sicurezza idrica. Le cause? Sia fattori ambientali che umani.

Prima valutazione paneuropea della salinizzazione dell’acqua dolce fluviale
Negli ultimi 50 anni in ben 28 paesi europei la salinità dei fiumi è aumentata drasticamente. Arrivando in diversi casi a più che raddoppiare rispetto alle condizioni di fondo naturali stimate. È quanto emerge dalla prima valutazione paneuropea mai effettuata nel vecchio continente. Un lavoro complesso, svolto da un team internazionale di scienziati e pubblicato in questi giorni su Science.
La ricerca, a cui ha preso parte anche il Joint Research Centre (JRC) della Commissione Europea, ha studiato fiumi e torrenti di ben 35 nazioni con il preciso obiettivo di valutare la concentrazione di ioni sodio (Na+), potassio (K+), magnesio (Mg2+), calcio (Ca2+), cloruro (Cl-) e solfato (SO42-) nelle acque. Monitorando eventuali aumenti rispetto a quello che viene considerato il background geogenico, per riuscire ad isolare l’impatto diretto delle attività umane.
I risultati parlano da soli: su 35 paesi europei esaminati, ben 28 ospitano fiumi in cui la salinità è più che raddoppiata rispetto ai livelli naturali di riferimento. In alcune aree l’aumento ha registrato picchi estremi, stimati in termini di aumentata conducibilità elettrica.
Salinità e salinizzazione
Misurare la progressione (o salinizzazione) più che la salinità assoluta del fiume si è reso necessario per due motivi. In generale le acque dolci fluviali hanno livelli di sale naturali molto diversi tra loro a seconda della geografia locale. In aree carsiche saranno più ricche di calcio a causa dell’erosione delle rocce calcaree, mentre i corsi senza sbocco sul mare accumuleranno naturalmente sodio e cloruro a causa dell’evaporazione. Per non parlare del fenomeno del cuneo salino che si verifica quando l’acqua di mare, più densa e pesante, risale dal fondo dell’alveo fluviale scivolando sotto l’acqua dolce, che è più leggera.
Si tratta di dinamiche fisiche diverse ma che hanno un punto in comune: tutti questi ecosistemi acquatici si sono evoluti per tollerare un determinato intervallo di salinità naturale. Cosa succede, dunque, quando le pressioni antropiche o climatiche aggiungono un ulteriore carico? Che sulla mappa delle acque dolci europee appaiono nuovi hotspot mentre cresce la vulnerabilità di aree critiche già note.
Oltre i limiti di sicurezza
Nel dettaglio lo studio ha rivelato come oltre 23.000 km della rete fluviale – circa il 2% – superino la soglia critica di 1 MilliSiemens per centimetro (mS/cm) di conducibilità elettrica, sintomo di un livello di salinità ben al di sopra degli standard internazionali vigenti per la tutela della vita acquatica.
L’1% presenta invece livelli di salinità tali da far rientrare l’acqua nella categoria di “significativamente sgradevole” per l’approvvigionamento idropotabile; un 3% supera i limiti di sicurezza per l’irrigazione.
Le percentuali possono sembrare contenute ma quello che preoccupa è soprattutto la progressione del fenomeno: l’1% della rete fluviale – circa 3.600 km – risulta infatti soggetto a una salinizzazione estrema, dimostrata da una conducibilità elettrica aumentata del 500% rispetto alla baseline. Il 9% sta invece subendo una salinizzazione grave con incrementi tra il 100% e il 500%. Un altro 14% mostra un incremento moderato (tra il 51% e il 100%) e un 26% un livello basso (tra l’11% e il 50%).
Nuovi e vecchi hotspot
La ricerca ha portato alla luce anche hotspot precedentemente sconosciuti. Accanto a situazioni problematiche già note come l’Ebro in Spagna, il Meurthe in Francia, il Werra in Germania o l’Oder in Polonia, gli scienziati hanno segnalato nuove criticità anche nei bacini del fiume Bega Veche in Romania, nel canale ungherese Sió e nel fiume Corbones in Spagna.
E in Italia? La situazione appare in parte già nota, ma non per questo più rassicurante. Diversi corsi d’acqua alpini sono da tempo classificati tra gli hotspot europei di grave salinizzazione e il Belpaese è tra i 9 stati europei per i quali sono reperibili anche specifici dati sul cuneo salino. Ma anche alcuni bacini dell’Italia meridionale presentano livelli elevati di salinizzazione in termini assoluti.
Il ruolo dell’uomo nella salinizzazione dei fiumi europei
In tutto ciò appare essenziale saper individuare i fattori scatenanti. Se è vero infatti che l’ambiente ha un ruolo determinante nella salinizzazione dei fiumi europei, lo è anche il fattore antropico. Diretto e indiretto. “La salinizzazione delle acque dolci in tutta Europa è il risultato sia di fattori naturali che di attività umane”, spiega il JRC. “Clima, geologia e idrologia influenzano la salinità dei fiumi, mentre l’impatto umano e i cambiamenti nell’uso del suolo sono fortemente associati a un aumento della salinizzazione, sottolineando l’importanza di gestire le pressioni”.
Al netto degli effetti dell’erosione delle rocce, della portata del fiume e della permeabilità dei terreni, anche irrigazione agricola, attività minerarie, urbanizzazione e persino l’uso del sale sulle strade come antigelo hanno un peso specifico. Peso in alcuni casi destinato ad aumentare nel futuro prossimo.
Il tutto senza contare gli effetti del climate change. Le temperature più calde aumentano l’evaporazione dell’acqua, rendendo inevitabilmente i sali più concentrati. Allo stesso tempo lunghi periodi di siccità unitamente al progressivo innalzamento del livello del mare stanno rendendo sempre più facile la risalita del cuneo salino.
Un dato su tutti: secondo l’ultimo monitoraggio Arpae, questa estate nel Delta del Po l’acqua di mare è risalita dai 24,6 ai 28,1 km dalla foce, intrudendo del tutto i rami di Donzella e Tolle mentre la salinità supera i limiti per l’uso potabile e agricolo.












