Perché servono tasse permanenti sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere?

Extraprofitti delle compagnie petrolifere, monta la richiesta di tassazione urgente
Mentre l’Europa “brucia” sotto i colpi di un’emergenza climatica sempre meno eludibile e gli italiani devono fare i conti con diesel e benzina sempre più cari, i bilanci dei giganti del petrolio continuano a gonfiarsi a dismisura. Otto compagnie petrolifere hanno accumulato la sbalorditiva cifra di 7,5 miliardi di euro di extraprofitti in Europa nella sola prima metà del 2026, secondo l’ultimo briefing pubblicato da Transport & Environment.
A livello globale, il bottino di questi otto colossi – BP, Shell, Eni, Orlen, Repsol, OMV, TotalEnergies e Moeve – sale a 17,9 miliardi di euro, di cui ben il 42% generato direttamente all’interno dei confini dell’Unione Europea. È la dimostrazione evidente di come la dipendenza energetica del Vecchio Continente sia ancora una straordinaria macchina da soldi per l’industria del petrolio.
Paradosso dei profitti: la geopolitica come alibi
L’analisi dei dati evidenzia un trend allarmante. Sei degli otto player monitorati hanno più che raddoppiato i propri profitti nell’UE nel secondo trimestre del 2026 proprio a causa della persistente instabilità in Medio Oriente e delle tensioni geopolitiche tra Usa e Iran. Quando i prezzi del greggio schizzano verso l’alto a causa dei venti di guerra, i costi di questa volatilità vengono immediatamente scaricati alla pompa sulle spalle degli automobilisti, mentre le compagnie incamerano margini record.
A peggiorare il quadro c’è la strategia di allocazione di questi capitali. Come denunciato con forza da Antony Froggatt, direttore senior di T&E, “i giganti del petrolio stanno abbandonando le energie rinnovabili mentre gli automobilisti pagano il prezzo dei loro profitti record”. Invece di accelerare la transizione e reinvestire queste immense risorse nella decarbonizzazione, l’industria fossile sta frenando sulle rinnovabili, preferendo consolidare il proprio core business fossile e remunerare gli azionisti.
Il caso emblematico di Polonia e Danimarca
I profitti in eccesso non si distribuiscono in modo omogeneo, infatti l’analisi di T&E mostra che i profitti in eccesso più elevati sono stati registrati in Polonia, seguita da Spagna, Germania e Francia. Non è un caso che la Polonia guidi questa triste classifica. Il Paese sconta un drammatico ritardo nella transizione alla mobilità elettrica, con una quota di BEV a meno dell’1% del parco circolante. Al contrario, mercati più maturi come quello della Danimarca, dove la quota di BEV sfiora il 19%, mostrano una resilienza decisamente superiore,
Ricerche precedenti dimostrano che un eventuale inasprimento del conflitto in Medio Oriente, in particolare con l’Iran colpirebbe i conducenti di auto a combustione interna fino a cinque volte di più rispetto ai possessori di veicoli elettrici.

Tassazione permanente: una scelta non più rimandabile
Di fronte a questo scenario, la proposta di una tassa permanente sugli extraprofitti non rappresenta più una misura emergenziale da rispolverare nei momenti di massima crisi, ma deve diventare un pilastro della politica fiscale europea. Poiché questi profitti in eccesso derivano da ricavi conseguiti all’interno dell’UE27, potrebbero essere tassati in modo permanente attraverso un’imposta sugli extraprofitti, se correttamente concepita.
I proventi dovrebbero essere vincolati a un obiettivo preciso: finanziare la transizione energetica e rendere la mobilità elettrica accessibile a tutti, supportando in particolare le fasce sociali più deboli nell’acquisto di veicoli a zero emissioni e nello sviluppo delle infrastrutture di ricarica.
Come si può facilmente constatare dall’immagine qui sopra, la transizione non è osteggiata dai cittadini. Al contrario, un sondaggio YouGov condotto per conto di T&E e altre ONG ha rivelato che la stragrande maggioranza degli europei è ampiamente favorevole a una tassazione straordinaria sui profitti delle compagnie petrolifere.
In Italia, infatti, il 37% del campione è “fortemente favorevole” ed il 30% sarebbe propenso a supportare questo procedimento: siamo al 67% degli intervistati, ben oltre la maggioranza, con appena l’8% di campione non favorevole alla tassazione delle petrol company.












