Dal 13 al 15 aprile, il Festival dell'Innovability alla Casa del Cinema per raccontare idee e azioni concrete per la transizione sostenibile. Il direttore Mauro Spagnolo ha intervistato il ministro Nello Musumeci

Impatta Disrupt, ricerca, istituzioni e imprese insieme per la sostenibilità
Le idee e l’innovazione tradotte in azioni e concretezza possono migliorare il mondo. Anche in un momento complesso come quello che stiamo vivendo, non bisogna perdere la bussola della transizione sostenibile. Questo il macro tema che ha accompagnato i diversi interventi all’interno di Impatta Disrupt, il Festival italiano dell’Innovability, (dal 13 al 15 aprile alla Casa del Cinema di Roma) che nell’edizione 2026 ha come titolo “L’albero della vita – Il capitale naturale unica ricchezza dell’economia reale“.
Ministro Musumeci: “Impianti off-shore importanti, ma dialogo con territorio”
Tre giorni di incontri e talk per raccontare come il dialogo tra istituzioni, ricerca e mondo finanziario stia cercando la strada verso l’innovazione sostenibile. Tra i differenti panel del festival – promosso dal Think Tank Impatta – tre importanti appuntamenti, moderati da Mauro Spagnolo, Direttore Responsabile di Rinnovabili, che nella prima giornata ha condotto l’intervista a Nello Musumeci, Ministro per le Politiche del Mare.
Il ministro, sollecitato da Spagnolo, ha raccontato la situazione attuale degli impianti eolici offshore in Italia. “Nel Piano del Mare tra i 18 obiettivi c’è anche lo spazio per l’energia pulita. Gli impianti offshore sono importanti laddove la natura ha dotato quei territori di sole, calore, e vento in alcuni mesi dell’anno. Abbiamo trovato difficoltà soprattutto con i pescatori perché otto anni fa non era molto diffusa la cultura dell’energia rinnovabile e i pescatori lamentavano un forte impatto della fauna con queste strutture” ammette Musumeci che sottolinea la necessità di coinvolgere la popolazione locale senza calare imposizioni dall’alto. “La pianificazione degli impianti offshore è di competenza del ministero dell’ambiente che sta lavorando con le regioni per una mappatura ed evitare conflitti con la popolazione e l’economia locale della pesca“.
“L’innovazione oggi non è una scelta, ma una responsabilità. Senza visione e capitali capaci di generare impatto, non esiste futuro sostenibile. Impatta Disrupt nasce per questo: trasformare il confronto in azione e le idee in cambiamento reale”, le parole di Pierluigi Sassi, Presidente della Fondazione Earth Day Italia e del Think Tank Impatta.
Impatta Disrupt: Salvare gli ecosistemi marini
Il panel dal titolo “Nuove frontiere per la tutela degli ecosistemi marini”, moderato da Mauro Spagnolo, ha acceso un riflettore sulla necessità di passare dalla semplice osservazione alla cura attiva del nostro capitale blu.
Il dibattito ha evidenziato come la tecnologia e la ricerca stiano finalmente svelando i segreti degli abissi, partendo dai risultati concreti illustrati da Giordano Giorgi, Responsabile del Centro Nazionale Coste ISPRA: “Il Progetto MER ha realizzato una mappatura di 70 punti sottomarini che si sta concludendo. Il Mar Mediterraneo ospita coralli profondi in una misura estesa che non ci aspettavamo; in Sardegna, per esempio, ci sono estensioni di praterie di Poseidone che rappresentano una risorsa per il trattenimento di CO2. L’Arcadia è una nave per i rilievi oceanografici che offre all’Italia uno strumento importante per il monitoraggio e lo studio dei fondali marini”.
Il progetto MER – Marine Ecosystem Restoration – è attualmente la più ambiziosa iniziativa italiana per la tutela e il recupero del Mar Mediterraneo. Finanziato dal PNRR con circa 400 milioni di euro per il periodo 2022-2026, vede l’ISPRA come soggetto attuatore sotto l’egida del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Il progetto non si limita alla protezione, ma punta al ripristino attivo degli ecosistemi degradati per invertire la perdita di biodiversità.
Questa accresciuta consapevolezza di conoscenza si scontra però con la fragilità di un patrimonio ferito, rendendo il restauro ecologico non più un’opzione, ma un obbligo anche economico. Lo ha ribadito con forza Roberto Danovaro, docente di Biologia Marina presso l’Università Politecnica delle Marche: “Siamo leader al mondo per i beni culturali e vogliamo diventarlo anche per i beni naturali. Restaurare è una necessità per riportare quegli habitat che sono stati distrutti o rimossi per le attività di pesca intensiva o per l’inquinamento. La natura ci può offrire risorse rinnovabili che mandano avanti gli ecosistemi; pensiamo alle ostriche che naturalmente proteggono le spiagge che si stanno erodendo. Restaurare la natura non è un atto di bontà, ma una necessità”.
Sul piano della cooperazione internazionale e della normativa, Simone Fraschetti (Università di Napoli) ha evidenziato quanto ancora resti da scoprire per raggiungere gli obiettivi europei: “Del nostro pianeta, e specialmente della parte sotto al pelo dell’acqua, conosciamo veramente poco, appena il 20%. Entro il 2030 dovremmo riportare il 20% dell’habitat degradato in un buono stato e questo target sfidante riguarda tutte le coste europee. Il progetto Life Mapper, a guida italiana è stato fortemente voluto dall’Ue, perché abbiamo i target ma non le conoscenze; per questo, esso intende fornire le linee guida per mappare le profondità e identificare quelle aree prioritarie da cui partire“.
Infine, Federica Foglini (CNR-ISMAR) che guida il Life Mapper ha portato il dibattito sul piano dell’operatività tecnologica e dell’economia circolare, raccontando come la lotta all’inquinamento possa diventare risorsa: “In aree molto vulnerabili abbiamo trovato coralli in ambienti marini profondi insieme a rifiuti di plastica. Abbiamo identificato un canale di coralli profondi a Bari ed un secondo in un canyon di fronte a Napoli: in entrambe le zone abbiamo trovato sacchetti di plastica. Come le ripristiniamo? Con i ROV, ovvero dei robot con bracci sottomarini, abbiamo rimosso la plastica e abbiamo chiesto ai pescatori di Ischia, quelli greci e spagnoli di aiutarci a rimuovere tonnellate di plastica; poi le abbiamo riciclate con un sistema di pirolisi a bassa temperatura per produrre carburante da destinare ai pescatori”.
Il geologo: sentinella della sicurezza e motore della transizione ambientale
Nel secondo panel, intitolato “Il geologo, una risorsa per la comunità e il territorio”, il direttore di Rinnovabili, Mauro Spagnolo, ha sollevato un interrogativo a cui rispondere attraverso il racconto delle esperienze dei relatori: quanto incide questa professione sulla qualità della nostra vita e sulla tutela dell’ambiente? Le risposte degli esperti hanno delineato il profilo di un professionista insostituibile, capace di leggere la storia della terra per scriverne il futuro.
Maria Lettieri, di ISPRA, ha aperto il dibattito rivendicando l’unicità della categoria: “Il geologo è l’unico professionista in grado di conoscere davvero la roccia e di mappare il territorio nella sua interezza. La nostra disciplina non si ferma alla linea di costa; i fogli costieri, infatti, rilevano anche le aree sommerse, i fondali marini e i laghi. È proprio in quest’ottica che collaboriamo attivamente con il progetto MER“.
Il professor Ruggiero Quarto, docente di Geofisica Applicata all’Università di Bari, ha paragonato l’evoluzione della professione a quella medica, sottolineando la necessità di una vasta multidisciplinarietà: “Oggi il geologo è come il medico condotto di un tempo, che pur partendo da pochi strumenti essenziali, oggi dispone di una diagnostica avanzatissima. Utilizziamo radar terrestri e satellitari o l’interferometria satellitare con precisione centimetrica per monitorare i movimenti del suolo, come le frane. Nel mio ateneo uniamo diverse competenze per ricostruire la storia geologica di un territorio, producendo conoscenze che permetterebbero finalmente di prevenire i disastri invece di subirli“.
Geologo cercasi in Italia
Nonostante l’importanza strategica, Simonetta Ceraudo, Presidente dell’Ordine dei Geologi del Lazio, ha lanciato un allarme sulla carenza di organico e sui problemi di orientamento professionale: “In Italia siamo 11mila geologi; se ogni comune decidesse di assumerne uno, le nostre fila sarebbero già esaurite. Dobbiamo ricordare che una catastrofe naturale diventa tale solo quando l’uomo interagisce con il territorio in modo sbagliato. Se i giovani oggi non si iscrivono a Geologia è perché non abbiamo saputo comunicare bene quanto questa materia sia centrale per l’attualità, dalle energie rinnovabili al reperimento delle materie prime“.
Infine, Gianluca Benedetti di FS Engineering ha offerto una prospettiva pragmatica legata alle grandi opere: “Per noi i dati cartografici geologici sono vitali per comprendere il sottosuolo durante la progettazione delle tratte ferroviarie. Quando lavoriamo in sotterraneo, abbiamo bisogno di un livello di dettaglio che permetta scelte oculate per evitare imprevisti. Disponiamo di una struttura operativa con oltre 30 geologi dedicata proprio a studiare il territorio in anticipo, così da minimizzare gli impatti delle opere e contrastare attivamente il dissesto idrogeologico“.
Impatta Disrupt proseguirà anche nei giorni del 14 e 15 aprile con un ricco programma consultabile sul sito della manifestazione.












