Un nuovo studio sottolinea come gli investimenti in idrogeno blu, cattura del carbonio e biocarburanti delle big oil stanno agendo come strategie di trasformismo, permettendo all'industria petrolifera di apparire partecipe al cambiamento senza però alterare il proprio modello di business. E nel frattempo gli investimenti nelle nuove trivellazioni acquistano forza

I progetti green delle big oil sono d’aiuto alla crisi climatica?
Tutte le grandi compagnie petrolifere hanno oramai una strategia di transizione energetica o degli obiettivi di decarbonizzazione a lungo termine. Ma allo stato attuale gli sforzi messi in campo non rappresentano un reale aiuto nei confronti della crisi climatica. Al contrario. Secondo una recente ricerca anglo-spagnola, i progetti verdi messi in campo potrebbero far parte del problema e non della soluzione, mantenendo di fatto lo status quo.
Per capire come sia possibile e in che misura l’impegno delle big oil possa influire sulla questione climatica, è necessario osservare gli ultimi trend del settore.
Il “calo delle rinnovabili” nel settore petrolifero
Lo scorso anno uno studio dell’Universitat Autònoma de Barcelona ha sottolineato come nel 2022 – quindi 7 anni dopo il primo accordo mondiale sulla necessità di fermare il global warming – le 250 maggiori compagnie petrolifere e del gas possedessero appena l’1,42% della capacità globale di energia rinnovabile in esercizio a livello globale e metà di questa fosse stata ottenuta attraverso l’acquisto di società terze. I segmenti che catalizzavano il maggior numero di investimenti? Il geotermico (6,96% della capacità mondiale risultava in mano alle big oil) e l’eolico offshore (5,24%), tecnologie per le quali esiste un relativo trasferimento di competenze e know-how. Ma in generale tutte le rinnovabili avevano un loro spazio.
Poi qualcosa è cambiato. Nello stesso anno della crisi energetica generata dalla guerra russa in Ucraina, gli investimenti in tecnologie rinnovabili si sono progressivamente ridotti per lasciare spazio ai biocombustibili sintetici, alla cattura e allo stoccaggio del carbonio (CCS) e all’idrogeno. Il motivo è da ricercare in parte nei rendimenti. Crediti d’imposta, opportunità di finanziamento e normative più severe sulla riduzione delle emissioni hanno reso le soluzioni “low carbon” (letteralmente a basse emissioni di carbonio) decisamente più attraenti per le compagnie petrolifere. Almeno per un po’.
Dal 2025 infatti i trend sono cambiati ancora come dimostrano bene gli investimenti delle “sette sorelle” nelle tecnologie pulite: la spesa in rinnovabili, accumuli, elettrificazione e soluzioni low carbon è crollata del 65% su base annua nel 2025, raggiungendo il livello più basso dal 2019 (dati di BlombergNEF).
Non solo. Secondo gli analisti la tendenza ad abbandonare la decarbonizzazione energetica è destinata ad accelerare, spostando sempre più i capitali verso i settori chiave del petrolio e del gas per compensare l’esaurimento delle riserve e soddisfare la domanda prevista. La nuova crisi energetica ha fatto il resto, al punto che anche in Europa si parla ora di valutare le riserve fossili ancora non sfruttate come meccanismo collettivo per la stabilità dei prezzi.
Investimenti rinnovabili vs Investimenti fossili
C’è anche chi come Zero Carbon Analytics ha messo in fila i soldi spesi per petrolio e gas e quelli per le energie pulite dalla firma dell’Accordo sul Clima di Parigi a oggi. Negli ultimi 10 anni sono stati investiti appena 113 miliardi di dollari in energie pulite e ben 8.700 miliardi di dollari nel settore petrolifero e del gas, di cui oltre 500 miliardi di dollari per l’esplorazione di nuovi giacimenti.
Ciò nonostante gli studi di settore abbiano dimostrato che le nuove trivellazioni non siano compatibili in alcun modo con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C.
Come l’industria fossile mantiene il potere
Cosa non è cambiato? Il modo con cui l’industria dei carburanti fossili vuole farsi percepire impegnata nel cambiamento e usare le “soluzioni verdi” per continuare a mantenere il proprio potere egemonico.
Il processo è ben spiegato dall’articolo scientifico “False solutions: How do fossil fuel companies reproduce their power through the energy transition”, curato da un gruppo di scienziati dell’Universitat Autònoma de Barcelona, in Spagna, e dell’University of Sussex, nel Regno Unito.
I ricercatori hanno analizzato comparativamente 48 conflitti ambientali relativi a quelle che definiscono “false soluzioni” a livello globale, portando alla luce una serie di evidenze. La prima è che le compagnie petrolifere e del gas si presentano esplicitamente come “parte della soluzione” alla crisi climatica, sostenendo di possedere le competenze tecniche e le risorse necessarie per guidare la transizione energetica. Un quadro vero sulla carta ma che non produce gli effetti sperati nella pratica, pur permettendo alle big oil di mantenere la “licenza sociale e politica” per avere un certo peso nei forum mondiali sul clima o sulle politiche governative.
Ma soprattutto per gli autori le aziende amplificano le proprie credenziali ecologiche enfatizzando gli investimenti in compensazioni del carbonio o tecnologie a basse emissioni che di fatto consolidano i vecchi modelli di consumo, senza toccare la produzione di combustibili fossili. E c’è perfino chi utilizza progetti rinnovabili per alimentare le proprie piattaforme petrolifere. Ben inteso, esistono anche le eccezioni, tuttavia lo scenario globale restituisce una direzione precisa.
“Mostriamo come le false soluzioni proposte dalle aziende leader nel settore dei combustibili fossili vengano implementate in collaborazione con attori economici chiave come l’industria aeronautica, l’agricoltura industriale e i giganti tecnologici”, scrivono i ricercatori. “Questa integrazione infrastrutturale mira ad estendere la dipendenza economica globale dai combustibili fossili fino a trasformarla in una dipendenza dalle aziende leader nel settore”.













