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Carbone non competitivo: nel 2025 costruite più centrali ma prodotta meno energia

Le condizioni che fanno apparire il carbone necessario sono anche quelle che lo rendono sempre più superfluo.

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Immagine generata con IA

Record di centrali a carbone nel mondo nel 2025 ma prodotta meno energia elettrica

Nel 2025 nel mondo sono state costruite più centrali a carbone ma ne sono state utilizzate meno. In base ai dati del rapporto “Boom and Bust Coal 2026” pubblicato dal Global Energy Monitor (GEM), il monitoraggio dello stato delle centrali a carbone nel mondo rivela che nel 2025 il numero di nuove centrali ha ha toccato il massimo degli ultimi 10 anni, anche se il parco globale di impianti a carbone ha prodotto meno elettricità.

Lo stato delle centrali a carbone nel mondo

Nel corso del 2025 sono stati aggiunti quasi 100 GW di nuova capacità energetica da carbone, una cifra che comprende l’entrata in funzione di circa 100 grandi centrali termoelettriche di dimensioni standard.

Tuttavia, lo sviluppo del carbone ha continuato a restringersi a livello geografico. Secondo il rapporto, il numero di Paesi che propongono o costruiscono nuove centrali a carbone è sceso da 38 nel 2024 a 32 nel 2025. Tra i Paesi usciti dalla pipeline del carbone figurano la Corea del Sud, che nel 2025 si è impegnata a eliminare gradualmente il carbone entro il 2040, Brasile e Honduras, lasciando l’America Latina priva di qualsiasi nuova proposta di costruzione di centrali.

Il carbone non è la fonte primaria di generazione

Il rapporto spiega che mano che il divario tra le centrali a carbone e l’energia che producono si amplia, la capacità a carbone viene sempre più mantenuta non come fonte primaria di generazione, ma come una forma di “assicurazione del sistema”, valutata per la sua disponibilità nei momenti di stress piuttosto che per il suo utilizzo quotidiano. Il fenomeno è stato evidente nel 2025 sia nei Paesi con grandi riserve di carbone domestico, come Cina, India e Stati Uniti, sia nelle regioni importatrici.

In Cina e in India il carbone supporta l’espansione delle rinnovabili

Il rapporto GEM evidenzia infatti che il 95% di queste nuove centrali a carbone è stato costruito in soli due Paesi: Cina e India. In queste aree, la sicurezza energetica interna e la crescita della domanda industriale hanno spinto i Governi a completare progetti infrastrutturali di grandi dimensioni precedentemente pianificati.

A fronte di un aumento record della capacità installata, la quantità totale di elettricità effettivamente generata dal carbone è diminuita dello 0,6% a livello globale. Questo calo della generazione da carbone è stato registrato con particolare intensità proprio in Cina e in India, ossia laddove si è concentrata la quasi totalità delle nuove accensioni.

La contrazione della quota del carbone è stata determinata direttamente da una produzione record di energia eolica e solare a livello globale, affiancata da altri fattori strutturali ed economici. Nel 2025, infatti, lo sviluppo delle fonti pulite è stato capace di soddisfare e coprire interamente l’aumento della domanda globale di elettricità. Nel 2025 infatti le rinnovabili hanno superato il carbone.

Dunque, come emerge dal rapporto, le condizioni che fanno apparire il carbone necessario sono anche quelle che lo rendono sempre più superfluo. Proprio in Cina e in India il carbone viene costruito per fare da supporto a un’espansione delle rinnovabili che lo sta già sostituendo.

Carbone in declino nell’Unione Europea

Nel 2025 è proseguito il declino del parco centrali a carbone dell’UE, anche se le preoccupazioni per la sicurezza energetica hanno rallentato il ritmo di alcune chiusure programmate. La quota del carbone nel mix elettrico della regione ha continuato a ridursi, mentre le centrali più vecchie venivano chiuse e l’utilizzo complessivo degli impianti diminuiva. Negli ultimi dieci anni, nell’UE sono stati ritirati quasi 68 GW di capacità a carbone, una cifra vicina agli 81 GW ancora operativi a dicembre 2025.

L’utilizzo del carbone nell’UE è diminuito del 37% dal 2015 al 2025, e la dipendenza dalle centrali a carbone per la produzione di base è diventata sempre più rara. Nonostante il calo della produzione elettrica, il ritmo delle chiusure nel 2025 è stato inferiore alle aspettative. È stata ritirata meno della metà della capacità chiusa nel 2024 (11,6 GW). Delle unità a carbone programmate per essere dismesse o convertite nel 2025, il 69% non ha effettivamente completato il processo. Su 35 dismissioni mancate, 28 sono state rinviate a date future in sei Paesi.

Infrastrutture fossili obsolete non garantiscono la resilienza del sistema energetico

Queste mancate chiusure sono in parte una risposta deliberata all’incertezza geopolitica. Alcuni Paesi, come la Spagna, hanno sfruttato le crisi internazionali per accelerare l’abbandono del carbone. Altri, invece, le hanno utilizzate come motivazione per rallentare l’uscita dal carbone. L’Italia, che inizialmente prevedeva di eliminare il carbone entro il 2025, ha deciso di mettere in riserva le centrali ancora operative, citando la volatilità geopolitica. Nel 2025, la timeline per il phase out del carbone è stata spostata al 2029 e poi nuovamente al 2038 a seguito della guerra USA-Israele contro l’Iran.

Prezzi più alti di petrolio e gas possono temporaneamente migliorare la competitività del carbone nei mercati elettrici, aumentando la possibilità di un nuovo breve rimbalzo della domanda europea di carbone. Tuttavia, infrastrutture fossili obsolete non garantiscono automaticamente la resilienza del sistema energetico. Con un’età media delle unità a carbone europee di 42 anni, oltre la media globale di pensionamento, la dipendenza da questi impianti comporta crescenti rischi operativi e di manutenzione.

Anche il carbone, come il gas, è soggetto alla volatilità dei mercati globali

Inoltre, anche i prezzi del carbone in Europa sono influenzati dai mercati globali dei combustibili fossili. Nelle prime settimane dell’invasione russa dell’Ucraina del 2022, i prezzi europei del carbone aumentarono di quasi il 130% a causa della stretta nei mercati petroliferi e del gas, dimostrando che anche il carbone, come il gas, è soggetto alla volatilità dei mercati globali.

Nei Paesi importatori di carbone, la volatilità dei prezzi che può rendere il carbone temporaneamente competitivo rispetto al gas è anche un incentivo a superare completamente i combustibili fossili. La crisi energetica del 2021–2022 lo ha dimostrato: l’aumento dei prezzi del gas ha fatto crescere anche quelli del carbone, accelerando lo sviluppo delle energie pulite invece di innescare una ripresa duratura del carbone.

Pensionamenti rinviati, il caso degli Stati Uniti

Sempre per quanto riguarda il mancato ritiro degli impianti obsoleti, quasi il 70% delle unità a carbone programmate per la chiusura definitiva a livello globale nel 2025 non è stato effettivamente ritirato dal servizio.

Il caso statunitense è emblematico. Negli USA, il 59% delle chiusure previste per il 2025 è stato congelato. Lo stop ai pensionamenti, tuttavia, non è dipeso da logiche di mercato, ma da un diretto intervento governativo volto a mantenere in funzione le vecchie centrali termoelettriche per garantire la stabilità della rete.

Questa scelta politica ha comportato costi economici rilevantissimi. Mantenere operativi questi vecchi impianti inefficienti è costato centinaia di milioni di dollari. Le spese si sono scaricate direttamente sui consumatori finali, contribuendo a un aumento annuo del 7% delle bollette elettriche medie delle famiglie statunitensi.

Centrali a carbone nel mondo: un cambiamento strutturale irreversibile

Il rapporto evidenzia che le dinamiche economiche di fondo del settore del carbone sono cambiate in modo radicale e permanente. Il costante calo dei costi di installazione e generazione delle energie rinnovabili (eolico e fotovoltaico in primis) ha reso il carbone economicamente non competitivo.

A causa della priorità di dispacciamento data alle fonti rinnovabili in molti mercati e della loro convenienza intrinseca, le centrali a carbone esistenti si trovano a funzionare per molte meno ore durante l’anno. Il basso tasso di utilizzo riduce drasticamente i margini di profitto degli impianti fossili, rendendoli spesso insostenibili senza massicci sussidi statali o interventi regolatori protezionistici.

Dunque, la transizione energetica mondiale è entrata in una fase strutturale irreversibile. Sebbene la costruzione fisica di nuove infrastrutture risenta ancora di decisioni politiche passate e di strategie di breve termine sulla sicurezza degli approvvigionamenti, il mercato reale dell’energia elettrica ha già decretato il ridimensionamento del carbone, sostituito stabilmente dalla competitività economica e tecnologica delle fonti pulite.

Vai al rapporto “Boom and Bust Coal 2026” di Global Energy Monitor

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About Author / Erminia Voccia

Giornalista professionista appassionata e attenta osservatrice delle dinamiche globali. Ha una laurea magistrale in Relazioni Internazionali e due master in giornalismo e giornalismo radiotelevisivo. Ha mosso i primi passi in tv realizzando servizi per i telegiornali nazionali. Ha lavorato da freelancer per diversi quotidiani on line e cartacei nazionali e riviste specializzate, scrivendo di temi legati all’ambiente, agli esteri, alla politica internazionale e alla geopolitica, con uno sguardo particolare verso l’Asia. Ha curato l'organizzazione eventi e la comunicazione per una casa editrice e ha partecipato alla redazione di saggi. Per Rinnovabili si interessa soprattutto di clima e politiche climatiche.