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È forse arrivato il momento di una riforma della COP?

Una delle proposte di riforma consiste nell'addottare un meccanismo di voto a maggioranza. Alcuni Governi hanno proposto di organizzare la COP ogni due anni invece che ogni anno oppure di pensare a incontri più piccoli e mirati da tenersi in luoghi diversi.

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Immagine generata da IA

La COP30 ha sollevato un interrogativo fondamentale: a cosa servono davvero i negoziati annuali delle Nazioni Unite sul clima? Sarebbe forse arrivato il momento di una riforma della COP?

A cosa sono servite le COP fino a questo momento

La prima COP si è tenuta a Berlino nel 1995. Venne presieduta da Angela Merkel, allora Ministro dell’Ambiente tedesco. Da allora, ogni anno, i Paesi si incontrano attraverso il formato COP. Più di 30 anni di colloqui incentrati sulla lotta al cambiamento climatico hanno certamente portato a dei progressi: in primo luogo all’espansione delle energie rinnovabili e all’incremento dei fondi per il clima. In tre decenni di storia le decisioni delle COP sono riuscire a plasmare le leggi statali e a dirottare gli investimenti nell’energia pulita e nei programmi per il clima.

Tra gli accordi più significativi delle COP vanno ricordati:

  • Protocollo di Kyoto del 1997: primi obiettivi di emissione giuridicamente vincolanti per i Paesi industrializzati
  • Accordo di Parigi sul clima del 2015: tutte le Parti si impegnano a limitare il riscaldamento globale al di sotto di 2 °C e a perseguire l’obiettivo di 1,5 °C di riscaldamento globale (rispetto ai livelli preindustriali).

Perché una riforma della COP?

Tuttavia, questi sforzi non sono stati sufficienti a cambiare davvero le cose. Le emissioni inquinanti sono ancora troppo alte e le temperature globali continuano a salire. Inoltre, le COP sono diventate troppo grandi perché attirano tanti altri partecipanti oltre alle delegazioni statali, la burocrazia interna sembra compromettere il processo decisionale e la regola del consenso blocca l’adozione di decisioni più coraggiose. Tutte queste ragioni hanno animato richieste sempre più pressanti per una riforma dei summit della Conferenza delle Parti.

Per molti, il processo guidato dalle Nazioni Unite avrebbe bisogno di un aggiornamento per riuscire davvero a trasformare anni di impegni presi durante le COP in azioni concrete. “Dobbiamo abbandonare i clamori dei negoziati e concentrarci su sforzi realmente mirati per accelerarne l’attuazione“, ha detto a Reuters un negoziatore europeo. “Questa è probabilmente l’ultima delle vecchie COP e l’inizio di una nuova“, ha aggiunto.

Lentezza dei progressi

Ammettendo un certo grado di frustrazione per la lentezza dei progressi, il Brasile avrebbe chiesto ai partecipanti alla COP30 di rinunciare a nuovi impegni e di lavorare più intensamente invece su come mantenere le promesse fatte in passato. Il Brasile ha proposto anche di creare un consiglio dedicato e sostenuto dalle Nazioni Unite per monitorare e verificare che i Governi stiano rispettando davvero gli impegni presi alla Conferenza delle Parti.

La sfida del consenso

Le decisioni della COP vengono prese per consenso. Ciò significa che quasi tutti i Paesi del mondo devono essere d’accordo per poter approvare una decisione. Il meccanismo garantisce il più ampio sostegno e dovrebbe tutelare gli interessi delle economie meno avanzate e dei Paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici.

Tuttavia, il più delle volte tale meccanismo diventa un fardello e ostacola il processo decisionale. Per questa ragione una delle proposte di riforma della COP consiste appunto nell’adottare un meccanismo di voto a maggioranza. Alcuni Governi hanno proposto di organizzare la Conferenza ogni due anni invece che ogni anno oppure di pensare, come alternativa, a incontri più piccoli e mirati da tenersi in luoghi diversi.

Erika Lennon, avvocato esperto in climatologia presso il Centro per il Diritto Ambientale Internazionale, a dichiarato a Carbon Brief: “Il voto è l’elefante nella stanza. Le Parti dell’UNFCCC non sono mai state in grado di adottare il regolamento interno perché non riescono ad accordarsi sulla disposizione relativa al voto in assenza di consenso. Questo ha creato una corsa al ribasso in cui i Paesi che vogliono rallentare i progressi riescono a farlo. Per 29 anni, le altre Parti hanno dovuto accettare il minimo comune denominatore in nome del consenso“.

Christiana Figueres, ex segretaria esecutiva dell’UNFCCC, ha detto sempre a Carbon Brief: “Nel contesto dei negoziati formali, potremmo riconsiderare la nostra tradizione di dover adottare tutte le decisioni all’unanimità. Le procedure UNFCCC richiedono il consenso per l’adozione delle decisioni, non necessariamente l’unanimità. La differenza è importante e certamente difficile da gestire, ma vale la pena esaminarla“.

Promesse infrante

Un documento delle Nazioni Unite trapelato da fonti diplomatiche e visionato da Reuters dimostrerebbe che quest’anno una task force interna dell’ONU si sarebbe chiesta se abbia ancora senso tenere la Conferenza delle Parti così com’è. Il documento solleverebbe questo interrogativo: “La COP nella sua forma attuale dovrebbe essere interrotta?“. Interromperla non sembra un’opzione davvero praticabile ma snellire le agende più ingombranti e il tempo speso in burocrazia tecnica sono esigenze molto sentite.

Gli attivisti e le organizzazioni ambientaliste hanno anche criticato i Paesi ospitanti della COP che fanno ancora largo uso dei combustibili fossili e hanno esortato i Governi a non coinvolgere nei vertici i delegati con chiari conflitti di interesse. Tra questi ci sono sicuramente i dirigenti delle compagnie petrolifere interessati a espandere l’uso delle fonti fossili.

Focalizzare l’attenzione sull’implementazione e l’attuazione

Una delle motivazioni che spinge per una riforma della COP è la necessità di attuazione delle politiche. L’urgenza nasce dal fatto che i negoziati mondiali sul clima sono stati concepiti per offrire agli Stati l’occasione di concordare obiettivi globali e verificarne i progressi e non per intervenire attivamente e incrementare gli sforzi sul campo. La presidenza brasiliana ha detto che COP30 dovrebbe puntare proprio all’attuazione.

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About Author / Erminia Voccia

Giornalista professionista appassionata e attenta osservatrice delle dinamiche globali. Ha una laurea magistrale in Relazioni Internazionali e due master in giornalismo e giornalismo radiotelevisivo. Ha mosso i primi passi in tv realizzando servizi per i telegiornali nazionali. Ha lavorato da freelancer per diversi quotidiani on line e cartacei nazionali e riviste specializzate, scrivendo di temi legati all’ambiente, agli esteri, alla politica internazionale e alla geopolitica, con uno sguardo particolare verso l’Asia. Ha curato l'organizzazione eventi e la comunicazione per una casa editrice e ha partecipato alla redazione di saggi. Per Rinnovabili si interessa soprattutto di clima e politiche climatiche.