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Buste di plastica compostabile: la Commissione Ecomafie fa il punto sulle shopper illegali

La relazione finale della Commissione Ecomafie sul mercato illegale delle buste di plastica che, spacciate per bio, contaminano ogni giorno tonnellate di rifiuti organici rendendo più complessa e costosa la raccolta

Buste di plastica compostabile
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(Rinnovabili.it) – Ogni giorno facciamo i conti con decine di buste di plastica che, da quando è entrata in vigore la legge che mette al bando quelle non riciclabili, sono divenute biocompostabili: sacchetti pensati per la raccolta dell’umido che, insieme ai rifiuti che contengono, dovrebbero essere trasformati in compost. Dovrebbero, perché molto spesso non è così: la questione della contraffazione e della vendita illegale di buste di plastica non riciclabili è un affare con numeri così importanti da aver interessato la Commissione Ecomafie, che ha relazionato sul tema. 

I dati di Plastic Consult ci dicono che nel 2021 il consumo di buste di plastica si attestava sulle 76.000 tonnellate (nel 2007 erano 200.000) ma che, per ogni cinque sacchetti in circolazione, almeno uno è in plastica tradizionale, non conforme alla normativa. 

Si tratta di un fenomeno complesso da arginare perché profondamente remunerativo: la materia prima delle buste di plastica non riciclabile ha un costo nettamente inferiore a quello delle biocompostabili. 

“Da quando è entrata in vigore la legge che vieta le buste di plastica-shopper non biodegradabili si è dovuto fare i conti con la produzione illegale degli stessi. Questo fenomeno, – ha spiegato Stefano Vignaroli, presidente della Commissione Ecomafie – oltre a permettere guadagni illeciti, è sfruttato dalla criminalità organizzata per il controllo del territorio sotto forma anche di “pizzo”. Grazie all’impegno delle forze dell’ordine e di Assobioplastiche questa illegalità sta gradualmente diminuendo. Anche la Commissione ha dato il proprio contributo con una serie di protocolli d’intesa tra la Commissione, Carabinieri e Assobioplastiche che hanno permesso ad alcune Polizie locali di ampliare i loro ambiti territoriali di competenza. Ciò ha visto attiva la Commissione in una serie di operazioni di controllo sul territorio che hanno portato ad alcuni sequestri di aziende che producevano in maniera illegale. Rivolgo un ringraziamento anche al NAD (Nucleo Ambiente e Decoro) della Polizia locale di Roma e all’Unità Operativa Tutela Ambientale della Polizia locale di Napoli. L’impegno delle istituzioni sta permettendo di ridurre significativamente il fenomeno”.

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Il passaggio dalle buste di plastica ai sacchetti biodegradabili in Italia

Nel 2007 consumavamo più di 200mila tonnellate di buste di plastica l’anno, l’equivalente di circa 30 miliardi di sacchetti: erano parte del nostro quotidiano, veniva elargite largamente da supermercati, mercati e ogni categoria di esercenti. La loro mansione non durava mai più di un paio d’ore, per poi finire nei rifiuti (viaggio che terminava poi in inceneritore) o, peggio, disperse nell’ambiente, a creare importanti danni. 

Questa enorme produzione di rifiuti non riciclabili era in linea con il modello di economia lineare che faticosamente stiamo mettendo da parte, e quando i suoi effetti in termini di crisi ambientale sono divenuti sempre più evidenti la corsa ai ripari in Europa ha preso il nome di “bioeconomia circolare”: l’idea cioè per cui si potessero progettare prodotti con materie prime alternative e rinnovabili, di origine biologica. L’idea di consumo, economia e produzione, smetteva di essere lineare e diveniva “circolare”, spariva la nozione di rifiuto: i prodotti e gli imballaggi non finivano più il loro ciclo di vita ma potevano essere trasformati e divenire risorsa. 

In questo contesto, il nostro Paese è divenuto un punto di riferimento in Europa per quanto riguarda lo sviluppo di sistemi di raccolta differenziata, in particolare per la frazione dei rifiuti umidi organici, trattati per diventare compost. 

Il problema era: come raccogliere i rifiuti per poi trasportarli ai siti in cui sarebbero stati trasformati in compost? Le buste di plastica si sono rivelate inadatte allo scopo: producevano troppi scarti nel processo di trattamento perché, appunto, non compostabili. Questi scarti, spesso, finivano in discarica per cui non solo contaminavano il compost, ma di fatto producevano comunque rifiuti non riciclabili. 

Per questo, negli ultimi 20 anni, nel nostro Paese sono stati messi a punto diversi sistemi come quello dei sacchetti in bioplastica compostabile, che possono, insieme ai rifiuti che contengono, essere trasformati in compost. 

Buste di plastica illegale

Per la normativa vigente nel nostro Paese, dunque, in commercio ci possono essere soltanto due categorie di buste in plastica: quelle riutilizzabili e quelle biodegradabili e compostabili. Da quando abbiamo cominciato questo percorso c’è stata una significativa riduzione dei rifiuti, ma in almeno un caso su 5 un sacchetto che riteniamo compostabile è stato in realtà contraffatto per risparmiare sui costi. 

Le conseguenze ambientali sono tutt’altro che trascurabili: si tratta di scarti di un sistema di trattamento che non dovrebbe generarne alcuno, che finiscono in discarica e che determinano importanti sprechi energetici nelle operazioni di trattamento, perché vanno separati, con conseguenti aggravi economici, tra cui quelli dei costi di trasporto in discarica. 

Il problema è così diffuso che ha allertato le indagini della Commissione Ecomafie, che ha condotto diverse campagne di accertamento da cui è derivato il sequestro di centinaia di tonnellate di buste di plastica non a norma, il sanzionamento di molti esercizi commerciali e il sequestro di numerosi magazzini di stoccaggio, oltre che di una fabbrica di produzione in le Regioni come Lazio, Campania, Sicilia, Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Puglia e Basilicata.

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Rinnovabili • Turbine eoliche ad asse verticale

Turbine eoliche ad asse verticale, efficienza migliorata del 200%

Dall'EPFL svizzero il primo studio che applica un algoritmo di apprendimento automatico alla progettazione della pale delle turbine VAWT

Turbine eoliche ad asse verticale
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Nuovi progressi per le turbine eoliche ad asse verticale

Un aumento dell’efficienza del 200% e una riduzione delle vibrazioni del 70%. Questi due dei grandi risultati raggiunti nel campo delle turbine eoliche ad asse verticale,  presso l’UNFoLD, il laboratorio di diagnostica del flusso instabile della Scuola Politecnica Federale di Losanna (EPFL). Il merito va a Sébastien Le Fouest e Karen Mulleners che, in un’anteprima mondiale hanno migliorato questa specifica tecnologia impiegando un algoritmo di apprendimento automatico.

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Turbine eoliche VAWT, vantaggi e svantaggi

Si tratta di un progresso a lungo atteso dal comparto. Le turbine eoliche ad asse verticale o VAWT per usare l’acronimo inglese di “Vertical-axis wind turbines” offrono sulla carta diversi vantaggi rispetto ai classici aerogeneratori ad asse orizzontale. Ruotando attorno ad un asse ortogonale al flusso in entrata, il loro lavoro risulta indipendente dalla direzione del vento, permettendogli di funzionare bene anche nei flussi d’aria urbani. Inoltre offrono un design più compatto e operano a frequenze di rotazione più basse, il che riduce significativamente il rumore e il rischio di collisione con uccelli e altri animali volanti. E ancora: le parti meccaniche della trasmissione possono essere posizionate vicino al suolo, facilitando la manutenzione e riducendo i carichi strutturali.

Perché allora non sono la scelta dominante sul mercato eolico? Come spiega lo stesso Le Fouest, si tratta di un problema ingegneristico: le VAWT funzionano bene solo con un flusso d’aria moderato e continuo. “Una forte raffica aumenta l’angolo tra il flusso d’aria e la pala, formando un vortice in un fenomeno chiamato stallo dinamico. Questi vortici creano carichi strutturali transitori che le pale non possono sopportare“, scrive Celia Luterbacher sul sito dell’EPFL.

Energia eolica e algoritmi genetici

Per aumentare la resistenza, i ricercatori hanno cercato di individuare profili di inclinazione ottimali.  Il lavoro è iniziato montando dei sensori, direttamente su una turbina in scala ridotta, a sua volta accoppiata ad un ottimizzatore funzionante con algoritmi genetici di apprendimento. Di cosa si tratta? Di una particolare tipologia di algoritmi euristici basati sul principio della selezione naturale.

Quindi muovendo la pala avanti e indietro con angoli, velocità e ampiezze diverse, hanno generato una serie di profili di inclinazione. “Come in un processo evolutivo, l’algoritmo ha selezionato i profili più efficienti e robusti e ha ricombinato i loro tratti per generare una ‘progenie’ nuova e migliorata”. Questo approccio ha permesso a Le Fouest e Mulleners non solo di identificare due serie di profili di passo che contribuiscono a migliorare significativamente l’efficienza e la robustezza della macchina, ma anche di trasformare la più grande debolezza delle turbine eoliche ad asse verticale in un punto di forza. I risultati sono riportati su un articolo recentemente pubblicato sulla rivista Nature Communications.

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About Author / Stefania Del Bianco

Giornalista scientifica. Da sempre appassionata di hi-tech e innovazione energetica, ha iniziato a collaborare alla testata fin dalle prime fasi progettuali, profilando le aziende di settore. Nel 2008 è entrata a far parte del team di redattori e nel 2011 è diventata coordinatrice di redazione. Negli anni ha curato anche la comunicazione e l'ufficio stampa di Rinnovabili.it. Oggi è Caporedattrice del quotidiano e, tra le altre cose, si occupa quotidianamente delle novità sulle rinnovabili, delle politiche energetiche e delle tematiche legate a tecnologie e mercato.