Nello stimolante contesto di Ecomondo abbiamo incontrato Riccardo Piunti, presidente del CONOU, per far luce sui fattori di successo del Consorzio: assoluta indipendenza dal mercato, senso di appartenenza al sistema, modello finalizzato a standard precisi e non flessibili, volontà ad esportare il modello vincente anche a realtà estere. Facendo poi i conti con una grande novità: da quest’anno i listini di riferimento per le basi lubrificanti iniziano a riconoscere un plus alle basi rigenerate quotandole con un valore superiore a quelle vergini

Intervista a Riccardo Piunti, Presidente CONOU
Nello stimolante contesto di Ecomondo abbiamo incontrato Riccardo Piunti, presidente del CONOU, per far luce sui fattori di successo del Consorzio: assoluta indipendenza dal mercato, senso di appartenenza al sistema, modello finalizzato a standard precisi e non flessibili, volontà ad esportare il modello vincente anche a realtà estere. Facendo poi i conti con una grande novità: da quest’anno i listini di riferimento per le basi lubrificanti iniziano a riconoscere un plus alle basi rigenerate quotandole con un valore superiore a quelle vergini.
Presidente, iniziamo nel fare un quadro sui risultati del Consorzio: ci sono aggiornamenti sulle percentuali di raccolta e riciclo rispetto agli ultimi dodici mesi.
Il Consorzio ha compiuto un grande sforzo nell’ultimo anno per recuperare anche le componenti residuali di olio presenti nelle emulsioni, ovvero quelle miscele di acqua e olio utilizzate nei processi industriali. È stato un lavoro importante e impegnativo.
Nonostante il mercato sia rimasto sostanzialmente stabile, siamo riusciti a raccogliere di più. Nel 2024 abbiamo incrementato la raccolta di 5.000 tonnellate e, nel corso di quest’anno, siamo già a + 3.000. Supereremo così le 190.000 tonnellate totali, avvicinandoci al risultato del 2019, prima del Covid, quando il mercato era molto più attivo.
E in termini di percentuali?
Siamo oltre il 50% rispetto all’olio immesso al consumo soggetto a contributo, cioè quello che può essere recuperato. È un risultato importante, considerando che in media il 50% viene effettivamente consumato nell’uso e solo l’altro 50% è recuperabile. Di fatto, stiamo raggiungendo il massimo tecnicamente possibile.
Quindi, oltre questa soglia è quasi impossibile andare?
Esattamente. Ormai recuperiamo anche l’olio contenuto nelle emulsioni più difficili. Questo abbassa la qualità media del materiale raccolto, ma nonostante tutto continuiamo a rigenerarne il 98%. Solo il 2% viene scartato e utilizzato come combustibile.
Uno degli elementi distintivi del suo mandato è l’impegno a far conoscere il modello virtuoso del CONOU anche all’estero. Ci sono stati sviluppi in questo senso?
Sì, e sono significativi. Abbiamo preso coscienza del fatto che molte delle prestazioni eccezionali del Consorzio sono legate alla natura stessa della nostra organizzazione. Il nostro è un modello costruito in oltre quarant’anni: un consorzio senza fini di lucro, indipendente, che non ha legami diretti con nessuno degli attori della filiera — né raccoglitori, né rigeneratori, né produttori o distributori di lubrificanti.
Crediamo che questa struttura sia una delle principali chiavi del nostro successo. Ogni volta che il modello viene alterato, come accade quando si moltiplicano i consorzi, si complica anche il sistema. È un po’ come mettere due vigili al centro di Piazza Venezia a Roma: anziché migliorare il traffico, lo si peggiora perché danno indicazioni divergenti.
Il nostro è un consorzio unico, autonomo, che garantisce equilibrio e trasparenza. Ma non è solo questione organizzativa: il nostro modello si fonda anche su standard di qualità, sia a monte che a valle, fondamentali per l’efficienza del sistema.
Questa esperienza oggi è sempre più richiesta e osservata a livello internazionale. La Francia, ad esempio, ci ha contattati per conoscere i nostri standard, in un momento in cui anche loro stanno ripensando il proprio sistema di raccolta e rigenerazione.
E non sono i soli: India, Arabia Saudita e altri Paesi ci hanno chiesto di illustrare il nostro modello organizzativo.
In Europa, stiamo cercando di fare squadra con i Paesi del sud del Mediterraneo più avanzati in questo settore. Penso alla Grecia, con cui siamo in contatto. Hanno un modello simile al nostro e, pur con le difficoltà logistiche di un territorio frammentato come il loro, il sistema funziona. Anche lì l’olio viene raccolto e quasi totalmente rigenerato.
Questo dimostra che laddove il nostro modello viene replicato, i risultati arrivano. Altrove, anche in Paesi sviluppati, non succede.
Perché?
Perché manca un modello. L’economia circolare non nasce spontaneamente: è una forzatura positiva rispetto all’abitudine millenaria dell’economia lineare. Il riciclo non è mai stato parte del processo “naturale” dell’economia industriale.
Per costruire un’economia circolare, non servono imposizioni di mercato o di prezzo, ma una struttura che orienti spontaneamente il sistema in quella direzione. Il nostro modello consortile funziona in questo senso.
Un raccoglitore tempo fa mi ha detto: “Faccio 150 chilometri per raccogliere 100 litri d’olio. So che non mi conviene, ma lo faccio perché faccio parte di un sistema che, alla fine, regge e mi gratifica.”
Questo è l’effetto del nostro modello: una partecipazione che nasce non da obblighi, ma da un’appartenenza ad un sistema.
Uno dei punti di forza del vostro modello è l’indipendenza e la presenza di standard. Come fate a mantenere questa indipendenza, e chi ha definito gli standard che seguite?
Difendiamo l’indipendenza rispettando rigorosamente le nostre regole di compliance e affidando la gestione a un management indipendente. Personalmente, pur avendo un passato in una delle aziende consorziate, oggi non ho alcun rapporto economico né personale con nessuna di esse. Questo vale anche per tutti i miei colleghi.
Quanto agli standard, li abbiamo recuperati da decreti esistenti. Una sentenza del TAR di Parma ha stabilito che le tabelle tecniche presenti in un decreto rimangono valide anche se quest’ultimo viene abrogato, a meno che non siano sostituite.
Nel nostro caso, per esempio, usiamo gli standard di un Decreto del 2007 per garantire la qualità delle basi rigenerate che devono essere equivalenti a quelle vergini. È un punto chiave nella logica dell’economia circolare. La materia prima seconda deve essere assolutamente competitiva e comparabile con la materia prima.
Un fatto molto significativo è che da circa un anno, uno degli operatori internazionali che pubblicano i listini di riferimento per le basi lubrificanti, ha iniziato a quotare anche le basi rigenerate.
Nel 2025, queste avranno un valore superiore a quelle vergini, grazie alla qualità equivalente e al valore ambientale aggiunto, che oggi viene finalmente riconosciuto come un plus.
Veniamo alla vostra app CERTO, uno strumento nato per semplificare la raccolta e lo smaltimento degli oli minerali usati. È stata lanciata da alcuni mesi: che risultati avete visto finora?
Direi buoni, anche se è presto per fare valutazioni. Stiamo monitorando le adesioni da parte dei produttori del rifiuto, cioè i nostri clienti. Come sempre, ci sono territori più ricettivi e altri meno, anche in base al coinvolgimento dei nostri concessionari.
Questo strumento è importante, perché oggi nel nostro sistema c’è ancora un forte fattore umano. Il nostro autista-raccoglitore non è solo un autista: è un tecnico chimico, un commerciale, una persona che ha una relazione diretta e personale con ciascuno dei 103.000 punti di prelievo in Italia.
Tuttavia, il futuro va nella direzione di supportare queste relazioni con strumenti digitali. La nostra app aiuta a stabilire un contatto diretto tra chi raccoglie e chi conferisce il rifiuto.
Certo, è un percorso lungo. Abbiamo raccolto feedback dai concessionari, corretto alcune rigidità iniziali e rilasciato nuove versioni per adattarla meglio alla realtà quotidiana delle imprese.
Ora funziona meglio. È uno di quegli strumenti in cui il successo genera altro successo, ma serve ancora tempo per consolidarlo.
Passiamo ora al tema dei PFAS, una questione che so la coinvolge molto. A che punto siete, e quali azioni avete messo in campo?
La battaglia ai PFAS è nelle mani dell’Europa che stanno lavorando a un bando e a regolamenti restrittivi.
Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che i PFAS sono ovunque nei rifiuti, si accumulano e, la cosa più grave, non si degradano. Già oggi esiste un regolamento europeo (2019/2021) che stabilisce limiti alla loro presenza nei rifiuti da gestire.
È fondamentale attrezzarci per identificare e monitorare queste sostanze, anche negli oli e nelle emulsioni. Abbiamo avviato un progetto di ricerca con un’università e partner specializzati per sviluppare strumenti di rilevazione rapidi.
Al momento, un’analisi PFAS richiede tempi troppo lunghi — incompatibili con la gestione dei rifiuti.
L’obiettivo è trovare qualcosa di più semplice, forse meno sofisticato, ma più veloce e digitalizzato per avere risposte in tempo reale.
Infine, una domanda secca: se potesse migliorare la normativa attuale, cosa proporrebbe
Onestamente molto poco. Difendo gli standard utilizzati anche nei tribunali, perché spesso non piacciono e questo, paradossalmente, è il segnale che funzionano.
Credo che la normativa debba riconoscere e valorizzare i modelli che funzionano, come il nostro. Se un consorzio unico, indipendente e senza fini di lucro ha successo, allora è giusto preservarlo e replicarne gli elementi positivi anche in altri ambiti dell’economia circolare.
Insomma, prima di pensare a moltiplicare i consorzi, bisognerebbe riflettere su ciò che già esiste e funziona. Il nostro Consorzio non è un operatore economico, ma un regolatore, in altre parole: un elemento che garantisce equilibrio.













