Il settore cambia struttura dopo la fine del Superbonus: meno incentivi, più selettività e nuovi modelli industriali per le ESCo.

Il mercato dell’efficienza energetica in Italia oggi vale 11 miliardi
Il mercato dell’efficienza energetica in Italia entra in una fase di normalizzazione dopo il picco legato agli incentivi edilizi, con un valore che scende a circa 11 miliardi di euro nel 2024 rispetto ai oltre 16 miliardi del 2023, mentre emergono differenze sempre più marcate tra modelli di business e sostenibilità economica degli operatori che hanno a disposizione strumenti finanziari spesso incerti.
Lo evidenzia lo studio presentato da AGICI a Milano, che fotografa un settore meno espansivo ma più selettivo. La contrazione dei ricavi e dei margini riporta il comparto su livelli più coerenti con i fondamentali industriali.
Allo stesso tempo, cresce il peso degli operatori strutturati. Le prime 50 ESCo concentrano oltre l’80% del mercato, pari a circa 9 miliardi di euro. Il settore si prepara così a una nuova fase. Il focus si sposta sulla solidità dei modelli e sulla capacità di generare valore nel lungo periodo.
Dal picco a 16 miliardi alla normalizzazione del 2024
Il mercato ha visto una crescita rapida tra il 2020 e il 2023. I ricavi sono passati da circa 6 miliardi a oltre 16 miliardi di euro, trainati dal Superbonus e da un contesto normativo favorevole.
Tuttavia, questa espansione si è accompagnata a condizioni difficilmente replicabili. Gli utili sono cresciuti fino a 0,68 miliardi nel 2022, per poi scendere drasticamente a 0,06 miliardi nel 2024.
Nel 2024 si è aperta una fase diversa. La riduzione dei ricavi ha visto una compressione della marginalità. Sono emerse con maggiore chiarezza le differenze tra modelli di business. Le ESCo integrate hanno mostrato maggiore stabilità. Gli operatori legati agli incentivi hanno registrato, invece, maggiore volatilità. I service provider, infine, hanno mostrato un profilo più equilibrato grazie alla diversificazione.
Modelli ESCo e sostenibilità finanziaria: cresce la polarizzazione
Nel mercato dell’efficienza energetica in Italia si osserva una crescente polarizzazione tra operatori. L’analisi della relazione tra redditività e leva finanziaria evidenzia quattro cluster distinti.
Da un lato emergono i “best in class”. Sono operatori con bassa leva e buona redditività, spesso caratterizzati da modelli asset-light. Dall’altro lato si colloca un’area di tensione finanziaria. Qui si concentrano operatori con alta leva e bassa profittabilità, più esposti alla contrazione del mercato.
Tra questi due estremi si trovano i player in crescita a leva e quelli più difensivi. Il dato centrale è chiaro. In uno scenario meno espansivo, il bilanciamento tra redditività e indebitamento diventa decisivo per la sostenibilità del business.
Efficienza energetica in Italia: pochi investimenti e ostacoli burocratici
La domanda di interventi resta legata a fattori economici. Il principale driver è la riduzione dei costi energetici, seguito dal contenimento dei costi legati alle emissioni e dalla possibilità di generare ricavi da surplus energetico.
Tuttavia, gli investimenti risultano ancora limitati. Negli ultimi cinque anni prevalgono interventi su illuminazione, fotovoltaico e pompe di calore. La maggior parte delle aziende investe meno di 100 mila euro, mentre solo una quota ridotta supera il milione.
Le barriere restano rilevanti. Tra queste emergono la scarsa redditività dei progetti, gli ostacoli burocratici e i tempi di ritorno lunghi. Gli incentivi sono percepiti come insufficienti o poco accessibili. Questo limita la diffusione degli interventi più complessi.
Gli incentivi più efficaci
L’analisi delle politiche pubbliche mostra forti differenze tra strumenti. I Titoli di Efficienza Energetica (TEE) si confermano tra i più efficienti. Generano 3,4 Mtep di risparmio con una spesa di circa 0,9 miliardi di euro.
Al contrario, strumenti come Transizione 4.0 mobilitano investimenti più ampi ma con minore impatto energetico. Producono 1,4 Mtep a fronte di 24,7 miliardi di spesa.
Il Superbonus ha avuto un forte impatto, con 9,9 Mtep, ma a fronte di una spesa pubblica molto elevata, pari a 126 miliardi di euro.
Il quadro che emerge è che gli strumenti più efficaci non sono necessariamente i più costosi. Sono quelli più mirati e coerenti con gli obiettivi.
Verso un mercato più maturo
Il settore mostra ora segnali di consolidamento. Tra il 2021 e il 2025 si registrano 10 operazioni di M&A, con un’accelerazione nel 2025, che conta 4 operazioni.
Le operazioni seguono tre direttrici principali:
- Consolidamento tra operatori;
- Integrazione da parte delle utility;
- Ingresso di investitori finanziari.
Questa dinamica riflette il passaggio a un mercato più maturo. La selezione degli asset si basa sempre più sulla capacità di generare flussi di cassa stabili. Il settore assume caratteristiche simili a quello infrastrutturale.
Quali aziende investono in efficienza energetica in Italia?
AGICI, in collaborazione con Kairoscope, ha condotto un sondaggio con l’obiettivo di analizzare in modo diretto la domanda di interventi nel mercato dell’efficienza energetica in Italia. L’indagine ha coinvolto un campione di circa 250 imprese di varie dimensioni su tutto il territorio nazionale.
Oltre il 60% del campione appartiene al comparto manifatturiero, con una distribuzione abbastanza omogenea tra industrie alimentari, chimiche, metalmeccaniche e tessili. Le imprese non manifatturiere operano invece prevalentemente nei settori commercio, hospitality e costruzioni.
Negli ultimi cinque anni, gli investimenti si sono concentrati su interventi relativamente standardizzati: sostituzione dell’illuminazione (59%), installazione di impianti fotovoltaici (53%), pompe di calore (43%) e sostituzione di macchinari produttivi (38%). Più limitata invece la diffusione di tecnologie avanzate come lo storage elettrochimico o la digitalizzazione energetica, mentre circa un quarto delle imprese non ha effettuato alcun investimento nel periodo considerato.
Sul piano economico, emerge una forte concentrazione su investimenti di piccola taglia: la fascia sotto i 100 mila euro è la più rappresentata, mentre solo una minoranza di aziende supera il milione di euro. Questo dato conferma una limitata propensione a interventi strutturali e integrati.
Per quanto riguarda le motivazioni, il driver principale è la riduzione dei costi energetici, seguito dalla diminuzione dei costi legati alle emissioni di CO₂ nel sistema ETS e dalla possibilità di generare ricavi aggiuntivi attraverso il surplus energetico. Accanto agli aspetti economici, cresce il peso della transizione ecologica come elemento strategico e reputazionale per le imprese.
Le principali barriere individuate riguardano invece la complessità dei rapporti con fornitori e contractor, la percezione di una redditività non sempre adeguata dei progetti, gli ostacoli burocratici per l’accesso agli incentivi e i tempi di ritorno troppo lunghi. A questi si aggiungono i costi elevati delle soluzioni e, in misura minore, le difficoltà di accesso al credito.
Efficienza energetica in Italia e decarbonizzazione
Esiste un trade-off tra redditività e decarbonizzazione. Gli interventi più profondi, soprattutto nel residenziale, hanno costi elevati e ritorni economici limitati. Al contrario, i grandi progetti industriali consentono ritorni più elevati ma con livelli di decarbonizzazione inferiori.
Il costo di abbattimento della CO₂ varia molto. Per l’industria energivora può essere anche inferiore a 100 €/tCO₂, mentre per il residenziale può superare 1.700 €/tCO₂.
Questo spiega perché gli investimenti si concentrano sui grandi consumatori. Qui è possibile applicare modelli EPC e generare valore economico.
L’integrazione con le rinnovabili
Secondo lo studio AGICI, il futuro passa dall’integrazione tra efficienza energetica e fonti rinnovabili. Gli interventi integrati migliorano il profilo economico-finanziario. Consentono di aumentare la scalabilità dei progetti. Rendono gli investimenti più attrattivi.
Tra le ipotesi di evoluzione emerge anche l’introduzione di strumenti legati alle emissioni. Un esempio è il Carbon Contract for Difference, che incentiva la riduzione della CO₂ anziché il solo risparmio energetico.
Questo approccio potrebbe superare i limiti attuali e sposterebbe il focus verso la decarbonizzazione profonda.












