Eolico offshore, tra Londra e Bruxelles soffia vento di burrasca

Il governo britannico vuole assicurarsi che almeno il 60% del procurement nell’intera catena del valore toccata dalle nuove aste sulle turbine nel mare del Nord sia made in UK. Ma questo va contro le clausole dell’accordo sulla Brexit

Eolico offshore: gli UK vogliono fare lo sgambetto all’UE
Foto di Norbert Pietsch da Pixabay

L’UE avverte gli UK: rispettate la Brexit anche per le aste dell’eolico offshore

(Rinnovabili.it) – L’eolico offshore è al centro di un braccio di ferro nascosto tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea. La Brexit ha iniettato diffidenza tra le due sponde della Manica, anche perché il premier britannico Boris Johnson non ha certo fatto mistero di avere un’interpretazione “disinvolta” del trattato commerciale che ha firmato dicendo addio a Bruxelles.

L’Europa teme che Londra giochi sporco sulle aste per l’eolico offshore nel mare del Nord, una regione con un potenziale altissimo sull’energia dal vento che gli UK hanno già ampiamente iniziato a sfruttare. Quello di cui l’UE ha paura è che in queste aste gli inglesi favoriscano le loro aziende, lasciando a quelle europee solo le briciole. Anche in barba ai dettagli delle offerte e al know-how effettivo.

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La rivelazione arriva dal Guardian. Il quotidiano britannico ha appreso che, spinta dai governi di Francia e Spagna, “la Commissione europea ha avvertito in privato i funzionari del Regno Unito che la politica di procurement del governo potrebbe violare l’accordo commerciale” sulla Brexit siglato a dicembre 2020.

Il segretario al commercio britannico, Kwasi Kwarteng, sta per mettere la firma su contratti sull’eolico offshore molto sostanziosi. Da un lato fanno gola alle aziende europee, Siemens Gamesa e Total in testa. Dall’altro lato, però, Londra ha fissato pubblicamente un target del 60% di procurement nazionale nelle catene del valore per beni e servizi. Un obiettivo che sa di protezionismo e che, visto da Bruxelles, non appare assolutamente in linea con l’accordo di divorzio firmato la vigilia di Natale.

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Il punto che ha fatto drizzare i capelli all’UE è il questionario che le aziende inglesi che partecipano alle aste devono compilare. Due domande nel questionario richiedono ai candidati di “anticipare, con prove a sostegno, il livello di made in UK nel loro progetto e il livello di creazione di posti di lavoro locali”. Ma l’accordo commerciale e di cooperazione UE-UK vieta esplicitamente qualsiasi requisito per le aziende di “raggiungere un determinato livello o percentuale di contenuto nazionale”.

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