Agrivoltaico: un possibile modello di sviluppo per contribuire alla transizione energetica

Per raggiungere gli obiettivi di crescita di nuova capacità rinnovabile al 2030 previsti dal PNIEC è necessario considerare lo sviluppo di impianti solari anche su terreni agricoli un fattore chiave. La relativa occupazione di suolo stimata è molto limitata. L’agrivoltaico rappresenta una delle diverse iniziative/progettualità per promuovere la creazione di valore condiviso per il territorio che ospita gli impianti rinnovabili

Agrivoltaico: un possibile modello di sviluppo per contribuire alla transizione energetica
via depositphotos.com

Gli obiettivi del PNIEC, il falso mito del consumo di suolo e la tutela del paesaggio

(Rinnovabili.it) – Ci sono dubbi e diffidenze di chi teme che una transizione energetica governata male faccia coincidere il boom delle rinnovabili con un boom clamoroso di consumo di suolo. E ci sono università, utilities e associazioni ecologiste che spingono sulla ricerca e la sperimentazione per trovare il modo migliore di integrare energia pulita e agricoltura. È davvero possibile combinare in modo virtuoso energia, nuove tecnologie, agricoltura e conservazione del paesaggio? La risposta è senz’altro sì. Sfatiamo il mito relativo al consumo di suolo e vediamo come e quali benefici ci possiamo aspettare da una sinergia positiva tra fotovoltaico e coltivazioni.

Quali sono gli obiettivi e i target della transizione energetica fissati dal PNIEC al 2030?

Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) ha fissato importanti obiettivi nazionali di decarbonizzazione e penetrazione delle fonti rinnovabili al 2030. In particolare, il settore elettrico è chiamato a svolgere un ruolo chiave, orientandosi verso una sempre maggiore produzione di energia da fonti green, che dovrà far registrare una crescita significativa entro il 2030, in particolare per:

  • ulteriori 10 GW da impianti da fonte eolica (rispetto al 2017), e
  • ulteriori 30 GW da impianti da fonte solare.

Si stima che della nuova capacità solare da installare e allacciare alla rete entro fine decennio circa 10 GW potranno essere soddisfatti attraverso la c.d. generazione distribuita, ossia mediante impianti residenziali, sui tetti degli edifici o in prossimità di consumatori finali di energia. La restante quota – circa 20 GW – attraverso impianti solari fotovoltaici a terra di ampia scala.

È importante considerare che tali target saranno peraltro oggetto di potenziale revisione a rialzo, visti gli obiettivi più ambiziosi definiti recentemente dall’Unione Europea; in particolare, rispetto ai valori del 1990 è prevista una riduzione a livello europeo delle emissioni clima-alternati del 55% al 2030, rispetto al precedente target del 40%. È dunque atteso un potenziale aumento dell’ambizione climatica per l’Italia rispetto agli obiettivi nazionali fissati dal PNIEC ed oggi in essere.

Il consumo di suolo e l’impatto sul paesaggio?

Alla luce di questi numeri, da qualche tempo si è tornati a battere il tasto del paventato eccessivo consumo di suolo e a dipingere uno scenario dove grandi terreni coltivabili vengono sacrificati alla produzione energetica. I numeri, però, vanno letti correttamente. Allo stato attuale, considerando tutta la capacità rinnovabile di ampia scala esistente e prospettica richiesta dal PNIEC al 2030 (parliamo di circa 30 GW, sui +42 GW di target complessivo rispetto ai livelli del 2017), è stato stimato che l’impatto di tutta la capacità rinnovabile attesa dal PNIEC al 2030 (esistente e nuova) sarebbe inferiore allo 0,5% dell’intero territorio nazionale. Nel dettaglio, guardando alla sola tecnologia solare si stima un impatto pari a meno dello 0,2% del territorio nazionale. Seppure immaginassimo che tutto il fabbisogno di capacità rinnovabile attesa al 2030 necessario per decarbonizzare il Paese fosse soddisfatto da impianti solari a terra e su terreno agricolo (tale scenario rappresenta un estremo, perché ovviamente sappiamo che non è così), ciò non implicherebbe affatto una sottrazione massiva di suolo all’agricoltura, perché i numeri dicono qualcosa di diverso. Queste stime rappresentano una delle tante voci che si sono espresse recentemente e in maniera analoga sul tema, come ad esempio quella di altri importanti player del mondo delle rinnovabili e associazioni ambientaliste. L’uso eccessivo di suolo agricolo è dunque un falso mito che non regge alla prova dei numeri. Pertanto, non vi è motivo di credere che lo sviluppo delle rinnovabili possa impattare fortemente sul sistema agricolo nazionale.

Un altro tema su cui occorre fare un importante passo in avanti e che ad oggi costituisce un’ulteriore barriera allo sviluppo delle rinnovabili è quello relativo all’integrazione degli impianti rinnovabili nel paesaggio. I rapidi cambiamenti climatici a cui stiamo assistendo stanno già modificando il paesaggio sotto i nostri occhi. Se non ci saranno drastici interventi per contenere le emissioni climalteranti a livello globale, nei prossimi anni assisteremo a modifiche sempre più rilevanti. Con queste premesse, frenare lo sviluppo delle rinnovabili non permetterà quindi di tutelare e preservare il paesaggio così come lo conosciamo oggi.

Le prospettive dell’agrivoltaico

In questo contesto, l’agrivoltaico deve intendersi come una delle iniziative di sviluppo sostenibile per tendere ad un impiego via via sempre più efficiente di tutte le risorse (tra cui il suolo), a vantaggio di tutti gli stakeholders con creazione di valore condiviso per le comunità locali che accoglieranno l’impianto e la promozione di nuovi modelli di business integrati.

L’agrivoltaico non è quindi da intendersi come la “cura” al problema dell’”occupazione del suolo”, perché – come abbiamo evidenziato poc’anzi – il problema non sussiste.

Inoltre, si evidenzia che lo sviluppo di tali iniziative di agrivoltaico viene accompagnato da analisi fisico-chimiche e studi agronomici dei terreni specifici, al fine della potenziale identificazione di colture che possano convivere con l’impianto stesso e con il fine di configurare progettualità che vedono l’integrazione anche di attività zootecniche, laddove ne ricorrano le condizioni.

L’agrivoltaico così inteso rappresenta dunque un modello virtuoso ed eco-sostenibile che consente di produrre energia pulita, offrendo al contempo l’opportunità di valorizzare l’utilizzo di colture – ad esempio autoctone – e delle expertise locali quali figure professionali specializzate come agronomi, agricoltori, imprese locali, etc, anche attraverso il supporto di Università e Centri di Ricerca per attività di studio, sperimentazione e test.

Enel, ad esempio, sta testando questo modello in parallelo su molteplici impianti siti in 5 Paesi (tra cui Spagna, Grecia e Italia) variando il layout tra sistemi fissi o mobili, con moduli mono o bi-facciali, con distanze diverse tra le strutture di sostegno dei moduli stessi. Le sperimentazioni sono svolte con il supporto di agronomi e aziende agricole ed i risultati sono assolutamente incoraggianti e dimostrano la piena percorribilità del modello.

Quali benefici per l’agricoltura?

Insieme all’ottimizzazione del costo dell’energia prodotta, lo sviluppo delle tecnologie per l’agrivoltaico sta puntando a potenziare la sinergia con le coltivazioni e migliorare la resa agricola. L’elenco delle potenzialità è vario, ad esempio: dai benefici dei sistemi di monitoraggio delle parti agricola ed elettrica, come reti di sensori che condividono infrastrutture e sistemi di comunicazione, agli effetti benefici dell’agricoltura sulla temperatura locale a tutto vantaggio della produzione elettrica, la riduzione dei fenomeni di sporcamento dei moduli fotovoltaici e l’aumento della resa agricola grazie all’impatto dell’ombreggiamento.

Benefici che si allargano, potenzialmente, anche alla tutela della biodiversità. Anche in questo ambito le vie sono tutte da testare ma esistono delle pratiche virtuose degne di nota. L’impianto Enel Green Power di Aurora, in Minnesota, ha testato per primo e con successo l’integrazione tra fotovoltaico e api, studiando come salvaguardare le colonie e i loro habitat e, insieme, migliorare i servizi ecosistemici legati agli impollinatori e distribuire benefici a vantaggio dei coltivatori e degli allevatori locali. Altri impianti sperimentali stanno invece testando come i moduli possono favorire l’insediamento di fauna e flora selvatica, magari specie classificate come a rischio.

1 commento

  1. Facciamo parlare i numeri? Bene. E’ sufficiente una moltiplicazione per mostrare plasticamente l’impatto della “esigenza” descritta: fanno 602,68 kmq, poco meno di un quinto dell’intera Val d’Aosta. Detto diversamente, ci entrerebbero tranquillamente tre comuni come quello di Milano. Trascurando poi che in un territorio collinare basta un ettaro di fotovoltaico a terra per degradare viste che spaziano su svariati chilometri quadrati.
    E poi vorrei capire che motivo abbiamo di ricoprire altro suolo fertile quando possiamo servirci di così tanto suolo già impermeabilizzato.

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