In un mondo sempre più instabile, l’energia torna a essere uno strumento di potere. Ma, a differenza del passato, può anche diventare una leva per costruire un sistema globale più sostenibile, resiliente e sicuro, a patto di saper governare le nuove dinamiche geopolitiche che essa stessa genera.

Il report sulla geopolitica della transizione energetica
La transizione energetica non è soltanto una risposta alla crisi climatica ma uno dei principali fattori di ridefinizione degli equilibri geopolitici globali. Come evidenzia il report “Geopolitica, transizione energetica e scelte strategiche sulle rinnovabili” realizzato da LUISS CISS ed Enel Foundation, il passaggio dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili incide direttamente sulla sicurezza nazionale, sulla competitività industriale e sulla distribuzione del potere tra Stati. Ecco perché la geopolitica della transizione energetica investe la sicurezza nazionale.
L’energia, storicamente al centro delle relazioni internazionali, cambia natura: non scompaiono le dipendenze, ma si trasformano. Se nel Novecento il controllo di petrolio e gas definiva alleanze e conflitti, oggi il vero terreno di competizione è rappresentato da tecnologie pulite, materiali critici, filiere industriali e capacità di innovazione.
La transizione energetica appare, dunque, sempre più come una questione di sicurezza nazionale. La decentralizzazione delle rinnovabili riduce i rischi legati alle forniture centralizzate di combustibili fossili ma introduce nuove vulnerabilità legate alla disponibilità di tecnologie e materiali critici e alla cybersecurity delle infrastrutture digitalizzate. In questo contesto, la capacità di innovare tramite lo sviluppo di tecnologie più evolute e di produrre dispositivi su larga scala a un costo sostenibile è fondamentale per mantenere la competitività economica.
Geopolitica della transizione energetica: oltre la dimensione ambientale
Il report sottolinea come le politiche energetiche siano il risultato di tre dimensioni interconnesse:
- climatica ed etica, legata alla riduzione delle emissioni e alla sostenibilità ambientale;
- economica, connessa ai costi, ai benefici e alla competitività industriale;
- strategico-sicuritaria, sempre più centrale nelle scelte degli Stati.
È proprio quest’ultima dimensione ad assumere un peso crescente. La transizione energetica viene ormai percepita come un fattore chiave di autonomia strategica, capace di rafforzare o indebolire la posizione internazionale di un Paese. In un contesto segnato da guerre, tensioni commerciali e rivalità tecnologiche, la cooperazione multilaterale lascia spesso spazio a logiche competitive.
Come cambiano gli equilibri di potere
Le fonti rinnovabili, a differenza dei combustibili fossili, possono teoricamente essere sfruttate ovunque. Tuttavia, la loro effettiva utilizzabilità dipende da tre fattori critici:
- accesso ai materiali critici (litio, cobalto, terre rare);
- capacità tecnologica e manifatturiera;
- disponibilità di capitali e infrastrutture avanzate.
La Cina emerge come attore dominante. Pechino controlla una quota rilevantissima della produzione e della raffinazione di materiali critici e oltre il 70% della capacità manifatturiera globale delle principali tecnologie pulite (fotovoltaico, batterie, veicoli elettrici, elettrolizzatori). Questo primato industriale consente alla Cina di occupare una posizione centrale nelle nuove catene del valore della transizione energetica. Il rischio, per Europa e Stati Uniti, è evidente: sostituire la dipendenza dal gas russo con una dipendenza tecnologica e industriale dalla Cina.
Come cambia la sicurezza energetica
Il passaggio a un sistema energetico basato sulle rinnovabili comporta anche una profonda trasformazione del concetto di sicurezza energetica. Il modello tradizionale, fondato su grandi infrastrutture centralizzate e flussi continui di combustibili, lascia spazio a un sistema decentralizzato, digitalizzato e interconnesso.
Questo cambiamento presenta vantaggi e criticità:
- Maggiore resilienza grazie alla produzione distribuita
- Minore vulnerabilità a blocchi fisici delle forniture
- Nuove esposizioni ai rischi cyber e alla sicurezza delle reti intelligenti
- Spostamento degli investimenti da OPEX (combustibili) a CAPEX (infrastrutture e tecnologie)
La sicurezza energetica non riguarda più solo la disponibilità di energia, ma la capacità di gestire sistemi complessi, proteggere dati e infrastrutture digitali e controllare le tecnologie chiave.
Materiali critici e nuove dipendenze geopolitiche
I materiali critici nella transizione energetica, litio, cobalto e terre rare, sono essenziali per batterie, pannelli solari, turbine eoliche e mobilità elettrica. Tuttavia, la loro estrazione e lavorazione è fortemente concentrata in pochi Paesi, spesso caratterizzati da instabilità politica o alleanze controverse.
Eventuali shock sull’offerta di materiali critici possono rallentare la transizione nel medio-lungo periodo, incidendo anche pesantemente sui costi e sulla pianificazione industriale. Per questo motivo, la sicurezza degli approvvigionamenti di materie prime è diventata una priorità strategica per Governi e imprese.
Geopolitica della transizione energetica: le strategie dei grandi attori globali
Il report sottolinea che la capacità tecnologia è fondamentale per sfruttare le risorse e creare prodotti competitivi. Tale capacità di sviluppare e sfruttare nuove tecnologie dipende da molti fattori:
- un giusto mix di ricerca di base e ricerca applicata;
- esistenza di un ecosistema di innovazione capace di tradurre le scoperte in invenzioni e poi in prodotti industriali;
- esistenza di un tessuto industriale efficace;
- investimenti pubblici e privati sufficienti.
Tutti questi fattori richiedono uno sforzo costante e prolungato nel tempo, guidato da una chiara visione di lungo periodo, e tendono a produrre i loro effetti solo a lungo nel tempo. Misurare il livello tecnologico di un paese risulta complesso perché le variabili sono tante, compresa la segretezza strategica. La Cina, ad esempio, pur avendo vantaggi produttivi, ha valori di brevetti paragonabili ad altre potenze industriali. Tuttavia, gode di crescenti investimenti nella transizione energetica. I Paesi occidentali, pertanto, devono investire nella ricerca e collaborare per poter mantenere il loro vantaggio tecnologico.
Le strategie dei 4 attori chiave a livello globale
Cina
Ha fatto della transizione energetica un pilastro della propria strategia industriale e geopolitica. Domina le filiere produttive, ma questa posizione comporta anche rischi legati a possibili ritorsioni commerciali e a una crescente diffidenza internazionale.
La Cina ha il primato mondiale nel settore delle tecnologie pulite. Produce l’85% dei moduli fotovoltaici globali. Nel 2023 ha investito 890 miliardi di dollari nelle energie pulite, il 40% in più rispetto all’anno precedente. La RPC potrebbe raggiungere il picco delle emissioni molto presto e poi vederle ridurre progressivamente. Il Paese detiene inoltre un vantaggio fondamentale sia nella produzione di molte materie critiche, sia nella loro raffinazione. Questo comporta vantaggi in termini tecnologici che di contenimento dei costi.
La strategia energetica cinese si è evoluta da un focus sull’efficienza energetica (1981- 2000) alla sicurezza energetica (2001-2010). La fase attuale combina sicurezza e sostenibilità climatica ed è stata definita “ciotola di riso energetica”.
Stati Uniti
Con l’Inflation Reduction Act avevano avviato un’ampia politica industriale per rilocalizzare la produzione di tecnologie pulite. Tuttavia, l’evoluzione politica interna e la rielezione di Trump potrebbero rallentare l’impegno di Washington sulle rinnovabili a favore dei combustibili fossili.
Unione Europea
Ambiziosa sugli obiettivi climatici, ma vulnerabile dal punto di vista industriale. Iniziative come il Net Zero Industry Act mirano a ridurre la dipendenza dalla Cina e a rafforzare l’autonomia strategica europea.
L’UE sta spingendo sulla transizione energetica, specialmente dopo l’invasione russa dell’Ucraina. L’ostacolo sono gli interessi nazionali divergenti dei diversi Stati Membri, dovute alle differenze nei mix energetici, nella struttura della domanda e nella dipendenza dalle importazioni. La dipendenza europea dal gas russo è drasticamente diminuita, passando dal 40-45% al 15%. L’obiettivo è eliminarla completamente entro il 2027. L’UE sta puntando sulle energie rinnovabili, arrivando al 42,5% del consumo energetico entro il 2030.
La transizione dell’Europa verso le rinnovabili comporta nuove sfide. La principale è legata alla necessità di svincolare le catene di approvvigionamento da eccessive dipendenze e assicurare la competitività industriale sul lungo termine. Per questo la UE ha lanciato il Net Zero Industry Act. Inoltre, la profonda trasformazione del sistema energetico comporterà la necessità di digitalizzare il settore elettrico e provvedere alla protezione delle infrastrutture dagli attacchi informatici e da altri rischi.
L’Europa ha una forte dipendenza per la fornitura di materie prime critiche dalla Cina. Paesi come Francia, Germania e Italia hanno risposto con strategie nazionali simili ma non unitarie, creando fondi di investimento dedicati (rispettivamente di 2 miliardi, 1 miliardo e 1 miliardo di euro) per sviluppare le proprie filiere domestiche.
Russia
Fortemente dipendente dalle esportazioni fossili, cerca alternative nel nucleare e nei minerali critici, ma è limitata dalle sanzioni e da un ritardo tecnologico strutturale. La Russia resta fortemente dipendente dall’esportazione di combustibili fossili. Il settore petrolifero e del gas costituisce il 30-50% delle entrate del bilancio federale e quasi il 20% del PIL. Le esportazioni di petrolio (9% del commercio globale), sono essenziali per sostenere lo sforzo bellico in Ucraina.
Inoltre, la Russia domina il mercato dell’uranio arricchito con il 38% delle forniture mondiali. Nel 2023 ha generato oltre 2.7 miliardi di dollari in esportazioni. Controlla il 40% della capacità di conversione e il 46% dell’arricchimento dell’uranio globale. Nonostante possegga significative riserve di minerali critici per le tecnologie verdi (vale a dire il 9% delle terre rare, l’8% del molibdeno), il Paese può contare su limitate capacità di estrazione e raffinazione. E infatti produce solo lo 0,7% delle terre rare globali.
Di conseguenza, la transizione energetica globale potrebbe avere un impatto negativo significativo sull’economia russa. Il report prevede una riduzione del 16% delle esportazioni di carburante e dell’8% della produzione di energia primaria nei prossimi vent’anni.
Geopolitica della transizione energetica globale: rischi e opportunità
Il rischio della transizione energetica dipende dal passaggio da un sistema centralizzato (come le risorse fossili concentrate nelle mani di pochi e i grandi impianti di larga scala) a uno decentralizzato, dove la produzione energetica diventa distribuita, parcellizzata su piccola scala e autonoma. Questo richiede però nuove infrastrutture come reti intelligenti e sistemi di accumulo.
Le vulnerabilità si spostano dal controllo delle risorse fossili al dominio delle tecnologie chiave e delle capacità produttive, generando nuove interdipendenze. Un sistema basato sulle rinnovabili distribuite è per definizione però più resiliente di un sistema centralizzato, pur richiedendo un’infrastruttura più articolata e tecnologicamente raffinata. Gli Stati perciò devono ripensare le strategie energetiche considerando le nuove interdipendenze e la necessità di controllare le tecnologie chiave.
Possibili scenari dell’ordine internazionale e l’impatto sulle rinnovabili
Il possibile scenario identificato nel report come “Sogno Europeo” rappresenta la condizione migliore per gli operatori e per il processo di transizione energetica, soprattutto per il contesto europeo. In questo caso, la disponibilità di tecnologia a basso costo cinese si aggiunge alla volontà occidentale di colmare il divario investendo in ricerca e sviluppo. In questo scenario il sistema potrebbe stabilizzarsi su dinamiche di libero mercato dove l’accesso alle risorse non viene alterato dalla competizione geopolitica. Tuttavia, sembra uno scenario di difficile attuazione.
Il report infatti sottolinea che gli scenari più probabili sono quelli più negativi per il settore. Nello scenario “Sogno Americano” sono probabili forti investimenti per ridurre il gap competitivo con la Cina, un crescente protezionismo del settore energetico negli USA e continui investimenti nella ricerca, sviluppo e produzione delle tecnologie necessarie alla transizione. Il processo di transizione verrebbe solo rallentato nel breve periodo, accelerando una volta chiuso il gap.
Nello scenario “Sogno Cinese” il report ipotizza un’intermittenza delle catene del valore, ma non un arresto del processo di transizione. In questo scenario, al grande vantaggio cinese non corrisponderebbe una risposta particolarmente forte da parte USA. Questo scenario potrebbe essere una cristallizzazione della situazione attuale, caratterizzata da un mix di catene del valore globali soggette in momenti alterni a possibili dazi. Si ipotizza quindi una stabilizzazione delle relazioni West vs. the Rest (o G7 vs. BRICS, o North vs. Global South). Questo scenario ipotizza un progressivo scivolamento europeo verso una dipendenza strutturale di lungo periodo verso la Cina che implicherebbe un alto costo strategico per l’UE.
Nello scenario “Incubo Climatico” gli USA virano in modo deciso verso una forma di nazionalismo energetico finalizzato a contrastare i vantaggi competitivi della Cina, che vengono valutati come eccessivamente costosi da colmare. Si tratta di uno scenario particolarmente avverso al settore perché al blocco della tecnologia cinese non corrisponderebbero investimenti alternativi nel settore della transizione energetica. In casi estremi ci si potrebbe anche aspettare un ritorno preponderante ai combustibili fossili e forti richieste da parte degli USA ai partner europei di abbandonare l’approvvigionamento da fonti cinesi. Purtroppo, con Trump alla Casa Bianca questo scenario appare al momento il più probabile.
La transizione energetica come scelta strategica
Il report LUISS–Enel Foundation evidenzia che la transizione energetica è ormai una scelta strategica di politica internazionale, non solo una necessità ambientale. Il suo successo dipenderà dalla capacità dei Paesi di integrare sostenibilità, sicurezza e competitività economica, investendo in innovazione, diversificazione delle filiere e cooperazione internazionale.
In un mondo sempre più instabile, l’energia torna a essere uno strumento di potere. Ma, a differenza del passato, può anche diventare una leva per costruire un sistema globale più sostenibile, resiliente e sicuro, a patto di saper governare le nuove dinamiche geopolitiche che essa stessa genera.
Vai al report “Geopolitica, transizione energetica e scelte strategiche sulle rinnovabili” realizzato da LUISS CISS ed Enel Foundation.












