Integrando dati geologici, geochimici e geofisici un gruppo di ricercatori e ricercatrici ha mappato per la prima volta le aree italiane con il maggior potenziale di generazione e preservazione dell’idrogeno naturale. Individuati oltre 30.000 km² di rocce sorgente esposte idonee

La prima mappa del potenziale di idrogeno naturale in Italia
Ha un impatto ambientale quasi nullo, costi di produzione ridotti e soprattutto è una risorsa quasi continua. Parliamo dell’idrogeno naturale, chiamato anche idrogeno bianco o idrogeno geologico, una delle grandi promesse nell’ambito della nuova H2 economy. Le attenzioni energetiche per questa versione del vettore stanno crescendo in quasi tutto il mondo, ma la mappatura precisa dei giacimenti accumulati nel sottosuolo rimane uno dei grandi limiti al suo sfruttamento commerciale.
È quindi un’ottima notizia quella riportata ieri dal Consiglio nazionale delle Ricerche (CNR) con l’annuncio del primo studio quantitativo sull’idrogeno naturale in Italia. Frutto del progetto europeo NHEAT – Natural Hydrogen for Energy trAnsiTion (PRIN PNRR 2022), coordinato dallo stesso CNR, la ricerca ha mappato potenziali accumuli di gas H2 nel sottosuolo nazionale, individuando un potenziale ampio e variegato. Fino a 35 milioni di tonnellate in via teorica, accumulate nelle rocce.
L’H2 Prospectivity Index
Ma il merito delle ricercatrici e dei ricercatori che hanno effettuato la mappatura non risiede unicamente nell’aver colmato una lacuna conoscitiva. Lo studio si distingue anche per un approccio metodologico innovativo, quantitativo e replicabile per la pre-esplorazione del vettore a livello geologico.
Nel dettaglio il team ha realizzato un H2 Prospectivity Index, letteralmente Indice di Prospettività dell’Idrogeno, un modello analitico che integra dati geologici, geofisici e geochimici all’interno di un sistema GIS. Tale modello suddivide i parametri di input in due categorie distinte. Da un lato vi sono tutti i prerequisiti geologici, termici e strutturali necessari per la generazione e la preservazione del gas, come ad esempio la presenza di specifiche rocce sorgente nel sottosuolo. Dall’altro le evidenze, ossia gli indicatori diretti o indiretti di superficie che testimoniano l’effettivo rilascio o la presenza di idrogeno naturale, come possibili emissioni di H2 o sorgenti d’acqua iperalcaline.
I primi hanno ovviamente un peso maggiore delle seconde, come spiega il CNR in una nota stampa. “Il nuovo workflow di pre-esplorazione parte da una visione integrata del sistema geologico, mettendo in relazione ciò che osserviamo in superficie con le condizioni presenti in profondità. Rilevare idrogeno in superficie è un indizio importante, ma non dimostra da solo l’esistenza di un accumulo; allo stesso modo, l’assenza di emissioni non permette di escludere un sistema favorevole in profondità”.
Come nasce l’idrogeno bianco?
Esistono diversi meccanismi generativi geologicamente rilevanti, ma lo studio italiano, per motivi naturali, tecnici o regolatori, ne ha presi in considerazione solo tre.
Il primo e più noto è la serpentinizzazione, un processo chimico che avviene quando l’acqua penetra nel sottosuolo e reagisce con particolari rocce, come le peridotiti, emettendo idrogeno gassoso. Questo fenomeno viene analizzato sia nei suoi sistemi attivi che nei suoi sistemi fossili, dove il gas prodotto nel passato potrebbe essere rimasto intrappolato.
Il secondo meccanismo è l’alterazione idrotermale, in cui l’interazione tra fluidi ad alta temperatura e rocce intrusive o vulcaniche – quali granitoidi e rioliti – rilascia molecole di idrogeno.
Infine, il terzo processo è rappresentato dalla degradazione termogenica della materia organica profonda. In questo caso le elevate temperature del sottosuolo (tra i 200 °C e i 600 °C) e l’assenza di ossigeno provocano la decomposizione termica di materiali quali carboni o scisti, spezzando i legami carbonio-idrogeno e favorendo la liberazione del gas H2.
Le aree più favorevoli all’idrogeno bianco in italia
Ovviamente non basta la presenza di condizioni favorevoli alla generazione di idrogeno bianco per identificare un potenziale realmente interessante a fini esplorativi. Ecco perché i ricercatori hanno impostato una soglia volumetrica minima di roccia sorgente reattiva, pari a 100 km³, soglia in grado di supportare una produzione minima di 0,5 Mt di H2/anno per 20 anni.
“Per questo volume – spiega il CNR – gli scenari più realistici indicano circa 3-25 milioni di tonnellate di H2 potenzialmente accumulate nelle serpentiniti e 1-10 milioni nei granitoidi”, per oltre 30.000 km² di rocce sorgente esposte idonee. “Non si tratta di risorse già individuate, ma di stime che mostrano quanto la conoscenza tridimensionale del sottosuolo sia determinante per valutare un potenziale target”.
La mappatura dell’idrogeno naturale in Italia ha così evidenziato aree chiave ad altissima, alta, medio/bassa priorità. Il sottosuolo più favorevole? Quello della Toscana (H2 index = 1.0) “grazie alla combinazione di grandi volumi di rocce granitoidi, elevato flusso di calore, sistemi idrotermali ed emissioni di H2 già documentate”. Tra le aree target rientrerebbe anche l’Appennino ligure-emiliano-toscano (H2 index = 0.83), il bacino del Po (H2 index = 0.77) e il Massiccio di Voltri (H2 index = 0.72). Ma anche le zone alpine di Lanzo, Valmalenco, Ivrea-Verbano e plutoni di Sardegna e Calabria costituirebbero ambienti ideali per studiare e comprendere la generazione di idrogeno.

Per saperne di più lo studio “Quantifying natural hydrogen prospectivity in Italy: A novel pre-exploration workflow for the energy transition” è consultabile sull’International Journal of Hydrogen Energy, Volume 266, 2026 (https://doi.org/10.1016/j.ijhydene.2026.156933).
Perché dovremmo cercare l’idrogeno geologico?
Nota bene: la ricerca offre informazioni preziose, ma per poter sfruttare il potenziale nazionale dell’idrogeno bianco, sarà necessario approfondire le analisi geochimiche e sviluppare nuovi modelli geologici 3D ad alta risoluzione. Si tratta però di un’opportunità da non perdere.
Potendo fare a meno di processi di conversione energetica o di produzione inefficienti, il gas H2 naturale è sulla carta molto più conveniente delle altre forme del vettore. Secondo gli analisti di WoodMackenzie se prodotto su larga scala da giacimenti situati in prossimità dei mercati di consumo finale potrebbe essere fornito a un prezzo ben inferiore a 1 dollaro/kg.
Eppure ad oggi esiste un solo sito commerciale attivo e sfruttato al mondo: il giacimento di Bourakébougou, situato in Mali. Il resto del settore zoppica tra progetti di esplorazione, perforazioni di test o piccole iniziative pilota.
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