Tutti i record del carbone nel 2021

La generazione di elettricità da carbone ha toccato il primato assoluto con 10.350TWh, +9% sul 2020. Luci e ombre di un anno scandito da molte promesse, qualche passo avanti e una schiera di incognite legate alla crisi energetica in corso

carbone
Foto di Benita Welter da Pixabay

L’Europa è più che a metà strada nel phase out del carbone

(Rinnovabili.it) – In tutti gli scenari di transizione energetica dell’Iea, l’Agenzia internazionale per l’energia, il consumo globale di carbone deve scendere rapidamente. Per raggiungere emissioni zero entro metà secolo, il calo dev’essere del 55% entro il 2030. Una necessità che quest’anno è stata riconosciuta sia dal G20 a guida italiana sia dalla COP26 di Glasgow (anche se in Scozia l’accordo finale contiene solo l’impegno per una riduzione graduale e non per lo stop definitivo). Proprio con il processo di Glasgow l’abbandono del carbone ha fatto passi avanti, almeno su carta: 750 impianti (550GW) oggi sono coperti da impegni per il phase out, erano la metà (380 per 260GW) a inizio 2020. Fin qui le promesse e gli scenari. Ma qual è la realtà dei fatti?

Un rimbalzo da record

Se si lasciano da parte le parole e ci si concentra sulle azioni, il 2021 non è affatto stato un anno positivo per l’abbandono del carbone. Tutt’altro: un anno da record, ancora una volta. Negli ultimi 12 mesi l’Iea ha certificato un nuovo primato: mai così tanta elettricità generata dal carbone a livello mondiale. Il rimbalzo rispetto all’anno scorso, dominato dalla fase più dura della pandemia di coronavirus, ha toccato il +9% arrivando a 10.350TWh.

Sempre secondo l’agenzia guidata da Fatih Birol, la domanda di carbone nel 2021 è stimata in crescita del 6% e già nel 2022 potrebbe sfondare il record precedente, che risale al 2013-2014. Sotto la lente finiscono soprattutto la performance di Cina e India. Nuova Delhi da novembre ha aumentato del 10% la sua produzione interna mentre è cresciuto di oltre il 20% anche il dispacciamento dell’energia generata da questa fonte fossile. Pechino non si comporta diversamente: produzione ai massimi anche nel Paese di Mezzo, +4% a novembre rispetto all’anno prima e un totale, per i primi 10 mesi dell’anno, di 3,3 mld di t (il record assoluto è del 2013 con 3,84 mld di t).

E anche se dal picco del 2007, la fetta del carbone nel mix energetico globale è scesa di 5 punti percentuali, dal 41 al 36%, saranno proprio Cina e India con le loro economie in piena ascesa a guidare la nuova capacità installata nei prossimi anni. Pechino dovrebbe accrescere la sua dell’1% annuo dal 2022 al 2024, mentre in India la domanda crescerà del 4% (130Mt in più tra 2021 e 2024).

Cosa fa la Cina

Pechino oggi opera il 51% della capacità installata globale di carbone, più di 1.000GW. Sempre in Cina sono concentrati il 52% dei nuovi GW in costruzione e il 55% della capacità installata che ha ricevuto il via libera o è in fase di pre-permitting o è stata annunciata (circa 150GW).

Nel 2021, Pechino ha dato un segnale importante: non userà la Belt and Road Initiative per finanziare impianti a carbone all’estero. Nel 2015, questa fonte fossile assorbiva il 46% degli investimenti, nel 2020 il 26%. Il taglio netto dovrebbe cancellare progetti per 44 centrali e 50 mld di dollari e per molti paesi questo passo indietro si dovrebbe tradurre de facto in un phase out indiretto, visto che Pechino è l’unico investitore al momento.

Il dossier su cui la Cina si è ben guardata dall’impegnarsi è quello interno. Nel suo mix energetico, il carbone troverà ancora posto a lungo e la leadership cinese non sembra intenzionata a ridurre la dipendenza da questa fonte fossile anzitempo. Alcune stime recentissime di un istituto di ricerca collegato con il colosso del petrolio CNPC peggiorano le previsioni: da adesso al 2030 il paese non avrà nessun calo del consumo di carbone, che anzi resterà a livelli molto vicini – se non di poco superiori – rispetto ai record del 2013.

Il ruolo della crisi energetica

Il rimbalzo del carbone c’è stato anche negli Stati Uniti e in Europa. Merito principalmente della crisi energetica, che facendo impennare i prezzi del gas ha fatto diventare di nuovo il carbone economicamente conveniente. Sia a Washington che nei Ventisette, la generazione di elettricità da questa fonte fossile secondo l’Iea aumenterà addirittura del 20% quest’anno, anche se non raggiungerà il livello toccato nel 2019.

Sarà una congiuntura transitoria? L’Iea ha qualche dubbio, visto che i futures del gas restano elevati fino al 2024. Su queste premesse, non solo siamo sulla traiettoria per segnare nuovi record nella domanda di carbone già il prossimo anno, ma dovremmo raggiungere un nuovo massimo nel 2024 a 8.031Mt. A trainare saranno i soliti paesi: Cina (+135Mt), India (+129 Mt) e sud-est asiatico (+50Mt). Solo in parte compensati dai cali negli States (-77Mt) e in Europa (-102Mt).

A che punto è l’Europa nel phase out del carbone?

Mentre si destreggia con i prezzi del gas alle stelle e una transizione energetica i cui costi economici e sociali spaventano sempre più governi, l’Europa continua a chiudere le sue centrali a carbone. A marzo 2021 l’UE è arrivata esattamente a metà strada: gli impianti in chiusura prima del 2030 hanno raggiunto quota 162 con l’annuncio da parte di EDF della centrale di West Burton.

Molti paesi europei, intanto, stanno anticipando il phase out. A fine novembre, il Portogallo è diventato il 4° paese a dire addio per sempre al carbone spegnendo la centrale di Pego (dopo Belgio, Austria e Svezia). Altri paesi europei si stanno muovendo lungo una parabola simile. Gran Bretagna, Grecia, Ungheria e Danimarca hanno scelto di muoversi più rapidamente e al momento sono 21 i paesi europei che hanno ultimato il phase out o hanno annunciato una data. Ma il 2021 è stato anche l’anno in cui in Europa si è iniziato a tirare il freno: nelle ultime settimane altri paesi, tutti dell’est, hanno fissato date molto lontane per chiudere il capitolo carbone: la Polonia nel 2049, la Bulgaria nel 2038 o nel 2040.

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