Ecco tutte le storture della finanza climatica, nel report OCSE

Il 70% del denaro va in prestiti. E soprattutto per misure di mitigazione, mentre servirebbe più impegno su quelle di adattamento

finanza climatica
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Siamo lontani dai 100 miliardi di dollari annuali per la finanza climatica

(Rinnovabili.it) – I grandi donatori sono sulla buona strada per fallire anche nel 2020 gli obiettivi che si sono dati da soli sulla finanza climatica. E il denaro che mettono nel gran calderone degli aiuti per i paesi in via di sviluppo nella lotta contro il cambiamento climatico è in gran parte sotto forma di prestiti. Oltre a essere destinato al taglio delle emissioni di gas climalteranti, invece che per strategie e progetti di adattamento.

L’analisi OCSE degli ultimi dati disponibili sullo stato della finanza climatica è abbastanza impietoso. Nel 2018, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati, il denaro proveniente da tutte le fonti stanziate per progetti legati al clima ammontava a 78,9 miliardi di dollari, in aumento di circa l’11% rispetto all’anno precedente. Ma ancora ben lontano dall’obiettivo deciso al vertice ONU di Copenhagen nel 2009. Cioè stanziare ogni anno, fino al 2020, 100 miliardi di dollari per la finanza climatica.

La finanza climatica ignora i progetti di adattamento

L’Unione Europea continua a essere il maggiore donatore, mentre dal 2017 gli USA di Trump hanno tirato i remi in barca riducendo molto la loro quota. Ma il volume totale di denaro racconta solo metà della storia, e nemmeno la parte più spinosa. Perché l’OCSE certifica che i donatori continuano a mettere i soldi in progetti di mitigazione del cambiamento climatico. Solo il 21% del totale, nel 2018, è finito sotto il capitolo delle misure di adattamento.

Dato molto importante perché è da qui che si vede la qualità degli aiuti mobilitati dai donatori. I paesi in via di sviluppo sono tendenzialmente quelli con livelli medi o bassi di emissioni, e hanno un grado di vulnerabilità maggiore agli shock a livello economico e sociale. Quindi aiutarli a tagliare le loro emissioni, investendo in mitigazione, non serve per prepararli a sostenere l’impatto di eventi climatici estremi sempre più frequenti, periodi di siccità più lunghi, l’innalzamento del livello dei mari e gli altri effetti più comuni del cambiamento climatico. Per questo servirebbero progetti di adattamento.

Prestiti, prestiti, prestiti

Il risultato sono paesi poveri con meno emissioni ma bassa resilienza. I destinatari dei fondi da anni chiedono di emendare l’accordo e far sì che la finanza climatica sia equamente attenta a misure di mitigazione e di adattamento. Finora, invano.

E non è tutto. I finanziatori privati latitano, sono gli Stati a muovere il volume maggiore di denaro. E lo fanno sempre più attraverso prestiti – che i paesi destinatari dovranno ripagare prima o poi – invece che sovvenzioni, a fondo perduto. Tra il 2013 e il 2018 la quota dei prestiti è cresciuta dal 52 al 74%, mentre le sovvenzioni sono scese dal 27 al 20%.

I fondi della finanza climatica sono anche diretti in modo sproporzionato rispetto ai bisogni oggettivi dei paesi, sottolinea l’OCSE. Tra il 2016 e il 2018, quasi il 70% di tutti i finanziamenti è andato a paesi a reddito medio. Il gruppo dei paesi meno sviluppati ha ricevuto il 14% del finanziamento totale e i piccoli stati insulari in via di sviluppo solo il 2%.

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