Il Fondo perdite e danni potrebbe non vedere luce alla Cop28 di Dubai

Il 3 e 4 novembre si tiene ad Abu Dhabi un vertice straordinario per trovare l’intesa sui punti più contesi del meccanismo Loss & Damage. Dopo un anno di discussioni la distanza tra paesi ricchi e in via di sviluppo è ancora siderale. Quali sono i dossier aperti e le posizioni in merito?

Fondo perdite e danni: ultima chance prima della Cop28 di Dubai
Foto di Mathieu Stern su Unsplash

La Cop27 ha stabilito che il Fondo perdite e danni debba essere operativo entro il 2023

(Rinnovabili.it) – Chi deve contribuire e quanto, chi lo ospita e da dove devono venire i soldi. Sono questi i tre dossier – caldissimi – sul tavolo del vertice preparatorio per il Fondo perdite e danni (Loss & Damage Fund) che si svolge oggi e domani. Un incontro decisivo per fissare i tasselli necessari a renderlo davvero operativo durante la Cop28 di Dubai, al via tra meno di un mese. Ma dopo un anno di discussioni, la distanza tra paesi ricchi e paesi in via di sviluppo su come dev’essere fatto il meccanismo che distribuisce risorse per il clima ai paesi più vulnerabili è ancora siderale.

“Il prossimo incontro è un “momento decisivo” che determinerà il successo o il fallimento del nuovo Fondo per perdite e danni. Per troppo tempo, le nazioni ricche si sono nascoste dietro delle scuse, ritardando le azioni necessarie e lasciando che le comunità vulnerabili sopportassero il peso maggiore degli impatti climatici”, attacca Harjeet Singh di Climate Action Network, una ong che monitora da vicino i negoziati sul clima. “Dobbiamo colmare il divario di fiducia, rendere operativo il fondo e fornire il sostegno necessario a coloro che ne hanno più bisogno. Non possiamo permetterci di fallire, perché sono in gioco la vita e il sostentamento di milioni di persone”, continua.

I litigi sul Fondo perdite e danni

Il meccanismo messo a punto l’anno scorso alla Cop27 era stato salutato come una svolta epocale. Un passo in avanti con cui, finalmente, le economie più avanzate riconoscevano la necessità di svolgere un ruolo più grande nel fornire finanza climatica a chi subisce maggiormente l’impatto del climate change. L’accordo di Sharm el-Sheikh prevedeva che entro il vertice successivo, negli Emirati Arabi Uniti, i delegati avrebbero dovuto limare tutti i dettagli tecnici per rendere il Fondo perdite e danni immediatamente operativo.

Fin dal principio, però, questi lavori dietro le quinte sono stati rallentati da interpretazioni radicalmente diverse su come dovesse funzionale il meccanismo Loss & Damage. L’ultimo incontro del comitato transitorio, due settimane fa, è stato un buco nell’acqua. Il meeting del 3 e 4 novembre è un tentativo in extremis di raggiungere un consenso almeno su alcuni dei temi fondamentali.

Uno dei punti più scivolosi continua a essere chi mette le risorse e come vengono calcolate le quote spettanti a ciascun paese. I paesi ricchi vorrebbero che tutti i donatori contribuissero in parti uguali. Ma in questo modo non si riflettono le responsabilità storiche nel climate change antropico. Punto rimarcato dai paesi in via di sviluppo, capitanati dalla Cina attraverso il gruppo G77: Pechino punta i piedi e ricorda che i negoziati sul clima si basano sul principio delle responsabilità condivise ma differenziate, per cui i paesi ricchi devono mettere più risorse degli altri.

Altre tensioni ruotano attorno a quale istituzione deve ospitare il Fondo perdite e danni. Non è una questione secondaria: ne dipendono governance e spazi di manovra. I paesi ricchi lo vorrebbero annidare nella Banca Mondiale, ma quelli in via di sviluppo temono che questa scelta ne mini l’indipendenza e preferiscono istituirlo come ente a sé stante, soggetto all’autorità del processo delle Cop e con una governance propria.

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