Sensori di carta nelle acque reflue per rintracciare il COVID-19 invisibile

I ricercatori dell’Università di Cranfield stanno lavorando a un nuovo test, semplice ed economico, per rilevare il SARS-CoV-2 nelle acque reflue. In questo modo sarebbe possibile rintracciare i focolai sintomatici dell’infezione

acque reflue
Credits: Aliaksei Smalenski © 123rf.com

Cercare biomarcatori del virus nelle acque reflue potrebbe fornire un avviso tempestivo della diffusione dell’infezione

(Rinnovabili.it) – L’approccio epidemiologico basato sulle acque reflue (WBE) potrebbe fornire un modo efficace e rapido per prevedere la potenziale diffusione del coronavirus (COVID-19). A sostenerlo è un gruppo di ricercatori dell’Università di Cranfield, in Inghilterra, autori della ricerca Can a Paper-Based Device Trace COVID-19 Sources with Wastewater-Based Epidemiology?

Il WBE è un processo in base al quale si conducono analisi chimiche su campioni prelevati da impianti di depurazione per scoprire cosa c’è dentro. Oggi viene soprattutto impiegato per quantificare l’uso di farmaci o droghe nelle popolazione, ma secondo gli scienziati potrebbe permettere di rintracciare i focolai invisibili di infezione.

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Spiega il dottor Zhugen Yang, docente di tecnologia dei sensori presso il Cranfield Water Science Institute: “Nel caso di infezioni asintomatiche o di persone non sono sicure d’essere infette, il rilevamento delle acque reflue locali in tempo reale potrebbe determinare se ci sono portatori di COVID-19 in un’area per consentire screening, quarantena e prevenzione rapidi”.

Yang è a capo di un team che, attraverso tecniche biomediche e chimiche all’avanguardia, sta realizzando sensori economici su carta in grado di rilevare i geni atibiotico-resistenti dei superbatteri nelle acque reflue. Come molti altri ricercatori in tutto il mondo, ora l’attenzione del gruppo si è rivolta al coronavirus.

Studi recenti hanno dimostrato che il SARS-CoV-2 può essere isolato dalle feci e dalle urine delle persone infette e che il virus può sopravvivere fino a diversi giorni nell’ambiente. L’idea è dunque quella di usare i sensori, originariamente sviluppati per i superbatteri, nella lotta al COVID-19.

Il dispositivo filtra gli acidi nucleici degli agenti patogeni dai campioni di reflui; attraverso una reazione biochimica con reagenti studiati ad hoc è possibile rilevare se è presente l’acido nucleico dell’infezione SARS-CoV-2. I risultati sono visibili ad occhio nudo: un cerchio verde che indica la positività, un cerchio blu il risultato negativo.

“Questo dispositivo – ha aggiunto Yang – è economico (costa circa un euro) e sarà facile da usare anche per i non esperti dopo un ulteriore miglioramento”. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Environmental Science & Technology (testo in inglese).

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