Nell'Unione la produzione interna e il riciclo non decollano, mentre l’import rimane concentrato su un ristretto gruppo di paesi. Per la Corte dei conti europea, l’obiettivo di un approvvigionamento sicuro di materie prime strategiche entro il 2030 sembra fuori portata.

La transizione energetica è a rischio?
Abbiamo abbastanza materie prime per sostenere la transizione energetica? La Corte dei conti europea ritiene di no, perlomeno non se l’obiettivo primario è un approvvigionamento sicuro, ossia il meno vulnerabile possibile alle perturbazioni esterne. E a risentire di questa carenza non saranno solo i nostri obiettivi climatici, ma anche la competitività industriale e l’autonomia strategica.
Il duro verdetto arriva dalla relazione speciale 04/2026, “Le materie prime critiche per la transizione energetica – Una politica non certo solida come una roccia”, in cui l’istituzione comunitaria passa in rassegna l’impegno e i risultati UE su tale fronte.
Approvvigionamento materie prime per la transizione
Non è un mistero che le principali tecnologie pulite su cui si basa l’attuale processo di decarbonizzazione richiedano, nella maggior parte dei casi, materiali la cui disponibilità a livello globale è scarsa e/o altamente concentrata. Un problema che negli anni ha reso il Blocco sempre più dipendente da una manciata di paesi extracomunitari ed esposto a volatilità dei prezzi e strozzature nella supply chain.
Per ovviare a questa vulnerabilità, due anni fa l’Unione ha adottato un nuovo regolamento finalizzato ad assicurare un approvvigionamento sicuro e a lungo termine di 26 minerali identificati come strategici per la transizione energetica, tra cui rientrano elementi come il litio, il nichel e il cobalto.
Non solo: i Ventisette hanno cercato di diversificare gli approvvigionamenti attraverso nuovi accordi e partenariati, cercando nel contempo di aumentare i tassi di riciclo e la produzione interna.
Gli sforzi messi in campo, però, deludono profondamente le aspettative, al punto che la Corte ritiene che l’obiettivo di un approvvigionamento sicuro entro il 2030 sia già fuori portata.

Ostacoli alla produzione europea
Il nodo più visibile è quello sulla produzione interna di materie prime strategiche. Le attività di estrazione e trasformazione continuano a essere in sofferenza per una serie di ostacoli sia di carattere economico-finanziario, sia impiantistico e burocratico.
La prospezione mineraria mirata è considerata un’impresa ad alto rischio con un tasso di successo molto basso (circa 1 su 1.000). E ottenere le licenze necessarie risulta ancora un processo lungo e complesso, con tempi di attesa medi che vanno dai 10 ai 15 anni. “Le attività di esplorazione sono sottosviluppate”, sottolinea il revisore. “E anche quando vengono individuati nuovi depositi, ci possono volere fino a 20 anni perché un progetto minerario dell’UE diventi operativo. Ciò rende difficile immaginare qualunque contributo concreto entro il termine del 2030”.
A questo problema se ne associa un altro: la capacità industriale dedicata alla lavorazione di questi materiali appare sottostrutturata e tecnologicamente carente. Un esempio su tutti: il 100% dei processi di trasformazione delle terre rare avviene attualmente al di fuori dell’Unione, principalmente in Cina. E anche le industrie storiche stanno traballando: tra il 2019 e il 2023 l’Unione ha perso circa metà della sua capacità di trasformazione dell’alluminio primario, fenomeno su cui hanno influito anche gli alti costi dell’energia.
Ostacoli al riciclo
Se la produzione interna tentenna, di certo non va meglio il riciclo delle materie critiche. In molti casi queste attività risultano economicamente insostenibili perché i materiali vergini costano meno di quelli riciclati o perché mancano completamente economie di scala. Vale anche la pena sottolineare come le norme comunitarie rendano ancora difficile il movimento di alcuni rifiuti all’interno dell’UE, costringendo al trattamento nel paese di origine e impedendo la creazione di impianti di riciclaggio su larga scala più efficienti.
L’audit della Corte dei conti spiega anche come gli attuali obiettivi dell’UE si concentrino sulla quantità totale di rifiuti raccolti piuttosto che sul recupero di singole materie prime critiche. Di conseguenza, i riciclatori non hanno incentivi a estrarre piccole quantità di materiali preziosi ma difficili da recuperare, come le terre rare nei motori elettrici. Il risultato? Per molti elementi, come litio e gallio, il tasso di riciclaggio è attualmente pari a zero.
“Il regolamento sulle materie prime critiche prevede inoltre che almeno il 25% del consumo di materie prime strategiche dell’UE provenga da fonti riciclate entro il 2030”, scrive la Corte dei conti. “Ma le prospettive non sono rosee: allo stato attuale, 7 dei 26 materiali necessari alla transizione energetica hanno tassi di riciclaggio compresi tra l’1% e il 5%, mentre 10 di essi non sono riciclati affatto. Inoltre, la maggior parte degli obiettivi di riciclaggio dell’UE non è specifica per ciascuna materia prima”.
Ostacoli finanziari e di import
Come anticipato, la prospezione mineraria per cercare nuovi giacimenti di materie prime strategiche risulta essere un’operazione ad alto rischio. Motivo per cui molti istituti finanziari evitano il settore minerario. Un aiuto economico potrebbe arrivare, in teoria, dai fondi UE, dal momento che l’Unione ha stanziato oltre 1,8 miliardi di euro tra il 2014 e il 2027 per iniziative legate alle materie prime critiche.
Il problema? Le risorse risultano troppo frammentate tra i diversi programmi in atto com Orizzonte Europa, Fondo per l’innovazione e fondi di coesione, e i risultati mal monitorati. Da notare che il ritardo della Commissione nell’includere criteri per l’estrazione e la trasformazione nella tassonomia dell’UE per la finanza sostenibile (previsti inizialmente per il 2021) ha creato ulteriore incertezza per gli investitori.
Anche gli sforzi di diversificazione non sembrano essere andati a buon fine, per ora. L’UE “ha sottoscritto 14 partenariati strategici sulle materie prime negli ultimi cinque anni, sette dei quali in paesi con scarsi punteggi di governance. Le importazioni da tali paesi partner sono diminuite tra il 2020 e il 2024 per circa la metà delle materie prime esaminate. Alcune altre azioni dell’UE sono a un punto morto, come i negoziati con gli Stati Uniti che sono stati sospesi nel 2024, mentre altre devono ancora concretizzarsi, come l’accordo UE-Mercosur con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay (tutti paesi ricchi di materie prime critiche), che non è ancora stato ratificato da tutti i paesi dell’UE”.
Leggi QUI l’Audit della Corte dei Conti UE.
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