Il nodo irrisolto tra transizione energetica e interessi dei cittadini. L'editoriale di Gabriele Melluso, presidente di Assoutenti per il periodico Vita Verde

Ho smesso da tempo di stupirmi quando le promesse del cambiamento si fermano a metà strada. Ma sulla questione energia continuo a farlo, perché qui il cortocircuito è davvero clamoroso. L’Italia installa impianti solari a ritmi record, il vento e il sole producono quote crescenti della nostra elettricità, eppure sulla bolletta degli italiani tutto questo ben di dio non arriva. Anzi, in certi mesi la situazione peggiora. Come è possibile?
La risposta non è semplice, ma esiste. E i cittadini hanno il diritto di conoscerla, senza dover leggere rapporti tecnici o decifrare grafici da convegno. Proviamo quindi a raccontarla come si deve.
Un sistema pensato per un altro mondo
Partiamo da un fatto concreto. Il blocco dello Stretto di Hormuz, il corridoio marino attraverso cui passa oltre un quinto del petrolio mondiale, ha scatenato nelle ultime settimane una corsa europea alle alternative energetiche. Chi aveva già puntato sulle rinnovabili si è trovato in una posizione di vantaggio, più isolato dai capricci del mercato fossile. Fin qui, tutto confermato.
Il problema emerge subito dopo. Perché più pannelli solari sul territorio non significa automaticamente meno euro in bolletta. La rete elettrica italiana è stata progettata in un’epoca in cui la produzione era stabile, programmabile, controllabile: accendi la centrale, spegni la centrale. Le energie rinnovabili funzionano diversamente. Dipendono dal momento della giornata, dalla stagione, dalla copertura nuvolosa. Sono, tecnicamente, intermittenti e non programmabili.
Questo crea un problema concreto di gestione della rete. A mezzogiorno, con il sole al massimo, i pannelli producono così tanta energia da mettere in difficoltà le centrali tradizionali, che devono ridurre la produzione. Nel pomeriggio tardi, quando le famiglie rientrano e il fabbisogno aumenta, il sole non c’è già più e le stesse centrali devono ripartire di corsa. Questo sali-e-scendi brusco, questo “collo d’anatra” che i tecnici hanno anche battezzato duck curve, è la fotografia di un sistema che non è ancora pronto a gestire l’abbondanza delle rinnovabili.
Chi paga il prezzo più alto? Sempre lo stesso
Arriviamo al punto che ci riguarda direttamente. Si sente spesso ripetere, nei bar come in certi dibattiti televisivi, che “le rinnovabili le paghiamo in bolletta”. Questa affermazione è sbagliata, o almeno è sbagliata nelle ragioni che adduce. Non paghiamo l’intermittenza del sole. Paghiamo qualcosa di molto più vecchio e difficile da smontare: le regole del mercato elettrico.
Il meccanismo si chiama prezzo marginale, ed è semplice quanto ingiusto. Il prezzo che noi consumatori paghiamo per tutta l’elettricità, anche quella prodotta da un pannello solare a costo quasi zero, viene agganciato al costo dell’ultima centrale accesa per soddisfare la domanda di quel momento. E quell’ultima centrale è quasi sempre a gas o a carbone, le più costose. Il risultato è che produciamo energia a 60 euro al megawattora e la paghiamo come se costasse 180.
È un meccanismo che ha una sua logica in un sistema tutto fossile. Ma in un sistema dove le rinnovabili coprono quote sempre più significative della produzione, diventa una stortura insostenibile. Come ordinare al ristorante pane e formaggio e ricevere il conto del menù degustazione.
Tre cose che si possono fare – e che si devono fare
Le soluzioni non mancano. Gli esperti del settore ne indicano tre, tra loro complementari, che insieme potrebbero finalmente trasmettere ai cittadini il beneficio reale della transizione energetica.
La prima riguarda come immagazzinare l’energia. Le batterie di accumulo, già presenti in molte abitazioni con impianto fotovoltaico, permettono di conservare l’energia prodotta a mezzogiorno e usarla la sera, quando serve davvero. Lo stesso principio, scalato a livello nazionale con infrastrutture diffuse, renderebbe la rete molto più stabile e permetterebbe di ridurre la dipendenza dalle centrali a gas nelle ore di punta.
La seconda riguarda il mix di fonti. Puntare quasi tutto sul fotovoltaico crea il problema della sovraproduzione nelle ore centrali, che deprime i prezzi di giorno e li fa esplodere la sera. Un equilibrio diverso: con più eolico, che produce meglio di notte e in inverno, distribuisce la produzione in modo più uniforme e riduce le oscillazioni di prezzo.
La terza, quella che come Assoutenti chiediamo con più forza, è la riforma del PUN, il Prezzo Unico Nazionale. Finché il prezzo dell’elettricità resta ancorato alle quotazioni del gas e del carbone, anche quando la stragrande maggioranza dell’energia viene prodotta da fonti rinnovabili, i cittadini continueranno a pagare un conto che non rispecchia la realtà. È una questione di equità, prima ancora che di politica energetica.
La transizione va fatta, ma va fatta bene
Assoutenti non ha dubbi sulla direzione: decarbonizzare il sistema energetico è necessario, urgente, e alla lunga conviene a tutti. Ma non siamo disposti ad accettare che i costi di questa transizione vengano scaricati, ancora una volta, sulle spalle dei consumatori, mentre i benefici restano intrappolati in meccanismi di mercato vecchi di decenni.
La buona notizia è che i tre ingredienti per risolvere il paradosso sono noti. Servono accumuli capillari, un mix energetico più intelligente e regole di mercato finalmente aggiornate. Non mancano le soluzioni tecniche. Manca la volontà politica di applicarle. Ed è su questo che continueremo a fare pressione, nell’interesse di ogni famiglia italiana che ogni mese apre la bolletta e non capisce perché paghi così tanto per un’energia che, almeno in parte, viene dal sole di casa sua.













