Dall'apertura di nuove miniere alla proroga sui limiti ambientali per le centrali elettriche, fino ai 625 milioni di incentivi. L'annuncio dell'EPA, DoI e DoE per salvare il "beatuful clean coal"

Nuove misure di salvataggio per il Beautiful Clean Coal di Trump
L’industria del carbone statunitense non se la passa benissimo, ma l’amministrazione Trump è pronta a rianimarla. Lunedì 29 settembre l’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA), il Dipartimento degli Interni (DoI) e quello dell’Energia (DoE) hanno annunciato congiuntamente una serie di misure di salvataggio per il “Beautiful Clean Coal“, la nuova etichetta federale con cui viene oggi promosso questo carburante.
Misure che in parte smantellano le protezioni ambientali acquisite in questi anni, mentre cercano dall’altro lato di facilitare e velocizzare gli iter del comparto. Il tutto in nome di una presunta competitività nazionale e di una maggiore accessibilità all’energia a basso prezzo.
Le misure di rianimazione per l’industria del carbone statunitense
L’EPA ha annunciato una serie di modifiche normative che favorirebbero le centrali elettriche a carbone. A partire dalla proroga dei tempi per conformare tali impianti alle linee guida sui limiti degli effluenti, tra cui i limiti di scarico zero per le acque reflue di desolforazione dei gas di combustione, le acque di trasporto delle ceneri pesanti e il percolato residuo di combustione.
L’agenzia è convinta che attraverso questo rilassamento delle tempistiche sarà possibile risparmiare “fino a 200 milioni di dollari all’anno sui costi dell’elettricità”. L’EPA starebbe anche preparando un avviso anticipato di proposta di regolamentazione per raccogliere opinioni e pareri sulla modifica del Regional Haze Rule del Clean Air Act (CAA).
Dal canto suo il Dipartimento dell’Energia ha annunciato lo stanziamento di 625 milioni di dollari per sovvenzionare e sostenere le centrali a carbone, di cui 350 milioni per la ristrutturazione e la rimessa in servizio di quelle prossime alla dismissione. Parte del budget (circa 175 milioni di dollari) sarà invece destinato in via prioritaria a impianti a carbone nelle comunità rurali.
Così come richiesto dal One Big Beautiful Bill Act, il DoI si sta invece preparando ad aprire oltre 5 milioni di ettari di terreni federali all’estrazione del carbone e a semplificare il processo di autorizzazione per altre miniere nel Montana, Wyoming e Tennessee.
Il Dipartimento è intenzionato anche ad applicare una disposizione della legge di riconciliazione repubblicana che riduce l’aliquota delle royalty per il carbone dal 12,5% al 7% e ad accelerare gli sforzi per recuperare minerali preziosi dagli scarti minerari e dai siti abbandonati.
Crisi del carbone USA, di chi è la colpa?
“Gli americani stanno soffrendo perché la precedente amministrazione ha tentato di applicare normative severe al carbone e ad altre forme di energia ritenute sfavorevoli. È ora di ripristinare il buon senso nei programmi e nelle normative che utilizziamo per proteggere la salute umana e l’ambiente”, ha affermato Lee Zeldin, amministratore dell’EPA.
Peccato che i dati raccontino altro. Sono quasi due decenni che negli Stati Uniti l’industria del carbone registra trend negativi. Dal 2008 ad oggi il consumo di questo combustibile per la produzione termoelettrica è continuato a calare sia sotto le amministrazioni repubblicane che democratiche, lasciando sempre più spazio al gas naturale. E a dimostrarlo sono i dati della stessa amministrazione stelle e strisce.
Nel 2023 il carbone ha fornito il 16% dell’elettricità statunitense, di fronte al 43,1% del gas, al 18,6% del nucleare e al 21,4% delle rinnovabili. Dietro questo declino non ci sono solo le normative ambientali, come vorrebbe far intendere la Casa Bianca. La fratturazione idraulica (fracking) combinata con la perforazione orizzontale di precisione e lo sfruttamento di giacimenti di gas non convenzionali hanno modificato radicalmente l’offerta e il prezzo del gas naturale negli USA, spodestando il carbone dal suo ruolo di combustibile fossile più economico.
Ma parte della colpa va cercata all’interno della stessa industria carbonifera. Il comparto ha registrato negli anni una costante crescita in termini tecnologici e di produttività che ha portato alla riduzione dei posti di lavoro e alla dismissione di vecchie centrali non più economiche. Ironia della sorte, molti degli impianti chiusi sarebbero stati dismessi molto tempo prima se non fosse stato per il trattamento preferenziale riservato alle centrali storiche proprio dal Clean Air Act.












