Emissioni e deforestazione: quando i biocarburanti non sono una soluzione

La richiesta di soia e olio di palma parrebbe destinata a crescere del 75-90%. I biocarburanti ottenuti da materie prime ad alto rischio ambientale causeranno un enorme aumento della deforestazione e delle emissioni di gas a effetto serra. Per questo, l’EU deve rivedere le proprie politiche in fatto di biodiesel

biocarburanti
By HaydenOil Palm Concession, CC BY 2.0, Link

I biocarburanti ottenuti da olio di palma e soia costeranno al mondo oltre 11 miliardi di CO2 e la distruzione di milioni di ettari di foresta pluviale 

(Rinnovabili.it) – Le politiche attualmente adottate dalla UE e da altri paesi in merito all’utilizzo di biocarburanti potrebbero causare entro il 2030 un significativo e preoccupante aumento sia della deforestazione che delle emissioni di CO2. A rivelarlo è un nuovo studio condotto dalla Rainforest Foundation Norway, secondo il quale la domanda di olio di palma e di soia crescerà rispettivamente del 90% del 75% rispetto ai livelli attuali. Tra le cause di un così elevato aumento c’è anche il futuro utilizzo di biocarburanti nell’industria aeronautica.

Per ottenere il corrispondente quantitativo di biocarburante necessario, secondo le stime dei ricercatori di Cerulogy, andrebbero letteralmente in fumo altri 7 milioni di ettari di foresta, senza contare il drenaggio di circa 3,6 milioni di ettari di terreni da torba.  Questa ulteriore deforestazione rilascerebbe approssimativamente 11,5 miliardi di tonnellate di CO2, cioè più delle emissioni annuali della Cina riconducibili ai combustibili fossili.

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In tutto il mondoha dichiarato Nils Hermann Ranum della Rainforest Foundation Norway – le attuali politiche sui biocarburanti possono portare ad una più alto tasso di deforestazione e all’aumento delle emissioni di gas a effetto serra. I responsabili politici e le industrie di tutto il mondo devono interrompere l’uso di materie prime ad alto rischio di deforestazione per i biocarburanti, come l’olio di palma e la soia, per garantire che le politiche sui biocarburanti non abbiano un impatto negativo sul clima attraverso la distruzione delle foreste pluviali“.

Ciò che emerge – o, se si vuole, ciò che viene nuovamente confermato – dallo studio commissionato dalla Commissione Europea, è che, a conti fatti, il biodiesel ottenuto dall’olio di palma risulta essere – in termini ambientali – tre volte peggiore rispetto al normale diesel. Il problema è che la stessa UE è ad oggi il secondo maggiore importatore di olio di palma grezzo al mondo e la maggior parte di tali importazioni (circa 53%) sono attualmente sovvenzionate per produrre “carburante verde” per auto e camion.

Attraverso la Renewable Energy Directive, la cosiddetta RED II, l’Unione Europea ha tuttavia deciso per una graduale diminuzione del sostegno politico ed economico all’olio di palma nel diesel a partire dal 2023, con l’intenzione di eliminarlo definitivamente entro il 2030. Da quella data – pur con alcune “esenzioni” –  l’olio di palma non sarà più conteggiato come combustibile verde per il raggiungimento degli obiettivi comunitari in materia di energie rinnovabili. L’abbandono dell’olio di palma in particolare, va ricordato, era nell’aria già da tempo: Francia e Norvegia hanno approntato regolamentazioni per vietarne l’utilizzo già a partire dal 2020 e alcune delle maggiori aziende produttrici di biocarburanti stanno lavorando per trovare validi sostituti.

“I biocarburantiha dichiarato la direttrice energetica di T&E, Laura Buffet – dovevano ridurre le emissioni di gas serra, ma questo non è ciò che sta accadendo nella realtà. Se i decisori politici non si attiveranno per l’abbandono di biocarburanti ottenuti da materie prime ad alto rischio come l’olio di palma e la soia, il rischio sarà quello di incentivare ulteriormente agli incendi boschivi di ​​tutto il mondo”. 

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