• Articolo Roma, 20 dicembre 2011
  • Il cambiamento CLINatico

  • A Durban non sarà successo niente per il Clima, ma di sicuro è successo qualcosa a Clini. Il nostro Ministro “tecnico” dell’ambiente è tornato dal Sud Africa parlando un’altra lingua, e non è l’Afrikaans

Messi al bando tentennamenti e esitazioni, il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, si è presentato nelle prime interviste del dopo Durban, osannando la micro produzione in rete, la produzione distribuita dell’energia contro la logica delle grandi centrali, e esaltando il ruolo degli enti locali e della Green Economy.

Diciamo preliminarmente che questo è il Clini che ci piace, e che preferiamo di gran lunga al Clini che parla di nucleare, o che invita la Commissione Europea a rivedere al ribasso i suoi ambiziosi obiettivi energetico-climatici (come fece in sede di discussione del pacchetto europeo “Clima – Energia” sotto presidenza francese nel 2008). Diciamo anche però, che la svolta del super-ministro, questo vero e proprio cambiamento … “Clinatico”,  va sottoposto alla verifica dei fatti, perché il settore delle rinnovabili, porta ancora nella sua carne viva i segni delle ferite infertegli dalla disastrosa esperienza del decreto Romani meno di un anno fa.

 

Il concetto di “Green Economy” è ormai diventato un mantra di gran moda, invocato (spesso a sproposito) come antidoto alla crisi. Per esserlo veramente, la “Green Economy va contestualizzata in funzione della sua capacità di generare energia e reddito in forma distribuita. La ridefinizione migliore della Green Economy in questo senso, è quella che viene sinteticamente descritta nello slogan “dalla green economy alla grid economy” che esprime efficacemente l’idea che i benefici della Green Economy possono essere portati a sintesi più efficacemente se l’economia verde è pianificata nelle nostre città e nelle nostre campagne secondo un modello distribuito di rete e non di grandi centrali, ri-progettando l’energia in funzione del territorio e non viceversa. “In un sistema di rete deve essere garantito, in primo luogo, il rispetto del principio di progettazione partecipativa che garantisce il senso di appartenenza e di gradimento da parte dei residenti nei confronti delle caratteristiche dell’ambiente urbano” (tratto da Le Comunità dell’Energia).

Se progettate in modo verticistico e concentrato (ad esempio in grandi impianti, come purtroppo si sta facendo in alcune regioni), le fonti rinnovabili non avranno una funzione di redistribuzione della ricchezza e l’energia prodotta entrerà nei circuiti tradizionali con conseguenti problemi di sovraccarico e distribuzione. Così l’impatto positivo dovuto alle mancate emissioni di gas climalteranti, rimarrà confinato in un ambito puramente “chimico”  e si perderà l’occasione di farne uno strumento di crescita economica.

Se non è “distribuita”, la Green Economy non si discosta molto dalla Black Economy.

Infatti “i regimi energetici determinano la forma e la natura delle civiltà: come sono organizzate, come vengono distribuiti i proventi della produzione e dello scambio, come viene esercitato il potere politico e condotte le relazioni sociali. La centralizzazione dell’infrastruttura energetica, a sua volta stabilisce lo standard di riferimento per il resto dell’economia, incoraggiando l’adozione di modelli operativi analoghi in tutti i settori” (tratto da La Terza Rivoluzione Industriale). Questa Black Economy che è scaturita dalla seconda rivoluzione industriale, adesso è entrata definitivamente in crisi. Una crisi irreversibile e strutturale, perché basata su fonti concentrate e prossime all’esaurimento, e che si sono caratterizzate per la creazione di regimi socio economici verticistici, centralizzati ed autoritari. In altre parole hanno creato quella globalizzazione in cui il 99% degli esseri umani è stato spossessato dall’1%, i grandi gruppi energetici e tutti i gruppi finanziari e logistici che hanno lucrato sullo sfruttamento delle fonti concentrate e la contestuale spoliazione ambientale, entropia climatica e sociale. La seconda rivoluzione industriale è stata la rivoluzione dei grandi gruppi multinazionali, perché ha necessitato una altissima intensità di capitali ed una progressiva diminuzione della sua intensità di lavoro (a regime una centrale nucleare impiega fra le 60 e le 100 persone). La terza rivoluzione industriale, basata sulla transizione energetica dal ciclo del carbonio a quello del sole, presuppone invece una altissima intensità di lavoro e una progressiva diminuzione dell’intensità di capitali (a regime, il sole è gratis). E’ ovvio che uno scenario simile viene visto con grande sfavore dai grandi gruppi finanziari ed energetici, perché li marginalizza progressivamente e rimette il potere decisionale in mano all’essere umano. Proprio questa centralità dell’individuo invece, rende questo scenario interessante per i poteri pubblici.

Interessa certamente l’Unione Europea, che pur nell’attuale turbolenza economica mantiene fermi i capisaldi della propria strategia energetica (20 20 20) disegnando uno scenario virtualmente “post carbon” al 2050 (meno 95% di emissioni rispetto ai livelli del 1990) e creando quel vero e proprio club virtuoso di Sindaci per la sostenibilità che è il “COVENANT OF MAYORS”.

E qui torniamo all’azione del governo italiano conseguente al “Cambiamento Clinatico” da cui siamo partiti. I poteri pubblici hanno il dovere di creare le migliori condizioni per uscire dalla crisi e a questo scopo l’economista americano Paul McKibbin suggerisce l’approccio survive and grow”. Quest’approccio è molto pragmatico e suggerisce un metodo basato su una strategia in due tempi: prima parare i colpi della crisi (survive) e poi sviluppare una nuova strategia di sviluppo stabile (grow). La prima parte i questa strategia comincia con l’ascolto del grido di dolore degli operatori del settore delle rinnovabili, che attira l’attenzione del governo su tre necessità non più procrastinabili:

 

SURVIVE

1)    Dare certezza agli investimenti con politiche stabili di incentivo di lungo termine. Attenzione, non è un piagnisteo contro il taglio del conto energia. Gli operatori accettano che le politiche di incentivo vengano progressivamente ridotte. Progressivamente, però non bruscamente. E poi, una volta ridotte vanno mantenute, e non cambiate improvvisamente e retroattivamente come ha fatto il famigerato decreto Romani, determinando il fallimento di oltre la metà delle aziende della green economy italiane, e la sfiducia delle banche, già non esattamente ben disposte ad aprire i cordoni della borsa. Al riguardo voglio ricordare brevemente che le pretestuose motivazioni che il decreto invocava ipocritamente a presunta difesa dell’ interesse dei consumatori a non vedere le loro bollette gonfiarsi a causa delle “costose” fonti rinnovabili, sono state smentite da studi rigorosi e serissimi;

2)    Sburocratizzare le procedure di autorizzazione e renderle accessibili a tutti i cittadini e alle imprese locali. In questo senso il primo atto di saggezza da parte de governo Monti dovrebbe essere la cancellazione di quell’infamia che è il registro degli impianti introdotto dal decreto Romani, che è una vera e propria Epica della burocrazia Kafkiana. Ecco il primo e determinante banco di prova per verificare la credibilità del nuovo corso Cliniano. E questo va fatto subito, perché il famigerato registro dal prossimo anno dovrebbe essere esteso anche ai piccoli impianti, e questo sarebbe il de profundis per il settore, perché ammazzerebbe quel poco di industria che è riuscita a sopravvivere al decreto Romani;

3)    Garantire l’accesso al credito per chi decide di realizzare un impianto rinnovabile. Dati i tempi di ritorno degli investimenti, nessuna banca dovrebbe aver problemi a concedere muti a tasso agevolato ai cittadini o alle imprese che vogliano impegnarsi nel settore. Non devono più essere richieste garanzie reali, perché il Ritorno dell’investimento è certo e rapido. Invece siamo al paradosso che è più facile ottenere il fido di miliardi per un mega-impianto inquinante, che 15.000 euro per un impianto fotovoltaico unifamiliare, perché il primo è normalmente garantito da un fondo d’investimento multinazionale, mentre l’altro è richiesto da un povero cristo che sente fortemente i morsi della crisi e quindi si configura a tutti gli effetti come un “debitore a rischio elevato” secondo gli standard di valutazione obsoleti e rigidi del nostro sistema bancario. Tutto questo va cambiato. In particolare, gli operatori del settore insistono che si aboliscano le rigidità che impediscono di concedere l’autorizzazione a imprenditori che hanno dovuto ipotecare i capannoni. Sono proprio loro che dovrebbero più di altri essere messi in condizione di godere del reddito supplementare fornito dal conto energia. E’ necessario sfatare il famoso detto di Oscar Wilde che le banche ti danno l’ombrello solo quando c’è il sole, e te lo levano quando piove. Gli imprenditori, della “green economy” italiana, hanno bisogno dell’ombrello ora, sotto la pioggia della crisi! Se proprio le banche vogliono essere garantite fino alla concessione dell’incentivo da parte del GSE, gli enti locali istituiscano dei fondi di rotazione a garanzia dei cittadini e delle imprese coraggiose che hanno il coraggio di scommettere “green”. In Sicilia si sta predisponendo uno strumento simile nell’attuale legge finanziaria.

 

GROW

Ma difendere gli incentivi sia economici che fiscali, e la loro accessibilità il più ampia possibile è solo la base di partenza perché la Green Economy italiana sopravviva  alla crisi. Poi è necessaria una politica creativa di sviluppo. Infatti nel nuovo modello di rete è necessario introdurre le tecnologie atte a fare massa critica sulle rinnovabili, (come le tecnologie di accumulo, idrogeno batterie ad alta efficienza, smart grids, reti di distributori e ricarica per la mobilità sostenibile etc) e queste tecnologie non sono ancora state incentivate né pianificate. L’introduzione di nuovi sistemi di incentivi (non necessariamente onerosi) verso un modello di terza rivoluzione industriale permetterà all’Italia di riprendere rapidamente il suo posto nella battaglia contro il cambiamento climatico che vede l’Europa in prima linea, e di dare un senso effettivo alle parole “Green Economy”.

I sindacati, le organizzazioni economiche e le forze della società civile sono disponibili a sostenere il governo nell’introduzione di questa strategia di “survive and grow”, che sarà il banco di prova per verificare se esiste da parte di Clini e dei suoi colleghi di governo una reale volontà politica in favore della Green Economy o se si è trattato solo di parole in libertà per coprire lo sconfortante vuoto lasciato dalle NON decisioni della conferenza di Durban.

 

di Angelo Consoli – Presidente del CETRI e Direttore dell’Ufficio Europeo di Jeremy Rifkin