• Articolo New York, 31 luglio 2012
  • Solo tre edifici hanno raggiunto lo standard di sostenibilità Living Building Challenge

    Greenbuilding d’élite

  • Uno standard di certificazione per pochi, destinato ad edifici ad energia e acqua zero, car free, sostenibili ed ecologici, integrati nel contesto, socialmente utili e dalle prestazioni durevoli.

Sei anni fa l’architetto canadese Jason McLennan, già riconosciuto a livello internazionale quale esponente della bioarchitettura, decise di realizzare un suo grande sogno, trasformare il mondo della progettazione dando vita ad una nuova epoca di edifici e progetti, rivolti unicamente ad assicurare alle future generazioni, un futuro pulito e di qualità. La soluzione più rapida per diffondere capillarmente una conoscenza di questo tipo e raggiungere gli onorevoli obiettivi prefissati nel minor tempo possibile, passava sicuramente per la creazione di una serie di linee guida che potessero essere prese ad esempi da tutti gli operatori del settore, per innalzare i propri standard di progettazione ad un livello più alto.

Così nel 2006 grazie al sostegno dell’International Living Future Institute, un’organizzazione non governativa nata dal desiderio di incentivare la sostenibilità in edilizia durante tutte le fasi che accompagnano il processo costruttivo, l’architetto McLennan creò il “Living Building Challenge”, una nuova tipologia di classificazione energetica, improntata sulla sostenibilità, al pari dei numerosi protocolli di certificazione già esistenti, ma con criteri selettivi e standard molto più alti ed un obiettivo di sostenibilità rivolto non solo alla costruzione in sé, ma all’intero contesto, tenendo contemporaneamente in considerazione passato, presente e futuro della comunità e secondo una metodologia ben chiara capace di unire contemporaneamente standard architettonici, ingegneristici, di pianificazione, paesaggistici, sociali e politici.

Non sono solo le prestazioni dell’edificio in fase progettuale a determinare la possibilità di accedere o meno al ratink fissato dal Living Building Challenge, ma anche la proiezione della qualità del costruito nel tempo, tanto da consentire la certificazione di strutture realizzate come minimo 12 mesi prima della richiesta, per poter monitorare le prestazioni dell’edificio  anche a distanza di tempo dalla sua costruzione. L’unicità e lo standard incredibilmente alto del LBC gli hanno permesso di ottenere il primo premio del Buckminster Fuller Challenge, una competizione internazionale che ha il compito di riconoscere la migliore strategia a livello globale, in grado di dare un contributo concreto e valido alla risoluzione dei problemi più urgenti dell’umanità.

Gli imperativi da considerare per poter accedere al sistema di certificazione del Living Building Challenge sono numerosi, rispettivamente secondo 7 tipologie di classificazione:

  1. SITO: fissando dei limiti di crescita in base al contesto naturale nel quale si inserisce la costruzione, valorizzando l’habitat naturale, prevedendo in tutti i progetti una percentuale destinata all’agricoltura urbana e pianificando il sistema della mobilità secondo criteri di “car free“.
  2. ACQUA: per ottenere lo standard LBC le costruzioni devono essere “Net Zero Water”, ovvero completamente indipendenti dal punto di vista idrico, prevedendo il recupero delle acque meteroriche ed il trattamento ecologico ed il riutilizzo della rete idrica interna.
  3. ENERGIA: come per l’acqua, anche l’energia dovrà essere prodotta completamente in loco e provenire unicamente da fonti rinnovabili, traformando gli edifici in Net Zero Energy Building.
  4. SALUTE: massimizzando la qualità e la salubrità degli ambienti interni, secondo canoni d’illuminazione e ricambio d’aria naturale molto alti ed assicurando la presenza di elementi naturali interni ed esterni al progetto.
  5. MATERIALI: assicurando la massima qualità, il minimo spreco di risorse ed il massimo abbattimento delle emissioni nocive, durante tutte le fasi produttive. Partendo dal recupero delle materie prime, provenienti da ambienti certificati o da preocessi di recupero, passando da maccanismi industriali eco-friendly, arrivando a produrre materiali salubri e riciclabili per futuri utilizzi. Per uniformare i giudizi è stata creata una “Red List”, che elenca e classifica le peggiori classi di elementi chimici e materiali off-limits.
  6. EQUITA’: promuovendo azioni che coinvolgano anche i futuri abitanti e la comunità circostante nella realizzazione di progetti sicuri, socialmente attivi, rispettosi di ambiente e socialità umana, economicamente improntati al futuro ed che possano promuovere cultura.
  7. BELLEZZA: per promuovere accanto alla qualità funzionale anche la qualità formale, incentivando un design innovativo che possa “educare” alla sostenibilità i futuri abitanti e gli eventuali visitatori.

E’ importante sottolineare che nonostante il Living Building Challenge sia stato riconosciuto dal GBC (Green Building Council) quale strumento valido, non tutte le strutture certificate LEED sono idonee a ricevere il riconoscimento massimo del LBC. Per comprendere la rigida selettività della classificazione Living Building Challenge basta soffermarsi sul fatto che solo 6 strutture in tutti gli Stati Uniti sono state ritenute idonene alla valutazione LBC e di questi solo tre hanno effettivamente ricevuto la certificazione finale: il Tyson Living Center Learning di Eureka, l’Omega Center for Sustainable Living a Rhinebeck, NY; e l’Hawaii Preparatory Academy Energy Laboratory nelle Hawaii.

Tyson Living Learning Center

Una delle strutture della Washington University di St Louis, completamente rivestita con listelli di legno raccolti nelle aree boschive limitrofi in perfetta sintonia con quanto espresso dallo standard del LBC di integrazione al contesto e di valorizzazione delle risorse locali. Essendo destinato ad ospitare aule universitarie, il centro si è rivelato da subito come un laboratorio di ricerca e sperimentazione concreta di strategie di sostenibilità ed efficienza. Como richiesto dalla certificazione LIving, l’edificio è completamente autonomo nei consumi energetici e nel sistema dell’acqua, prevedendo inoltre un particolare trattamento e trasformazione dei rifiuti interni alla struttura.

 

Omega Center for Sustainable Living a New York

Un centro per l’educazione alla sostenibilità sede di un’organizzazione non-profitt, realizzato attraverso un processo costruttivo costato circa 3,5 mln di dollari che ha permesso di realizzare una struttura capace di produrre molta più energia di quella consumata.

L’efficienza è assicurata da tre impianti fotovoltaiici rispettivamente distribuiti tra la copertura ed un impianto a terra, ma il vero valore aggiunto della struttura è il particolare sistema di riciclo e trattamento delle acque reflue basato sull’azione purificante dei microorganismi contenuti in particolari tipi di alghe e funghi, nonchè dalla presenza di un bacino naturale per la raccolta delle acque piovane.

 

L’Energy Laboratory della Hawaii Preparatory Academy

Un edificio dedicato allo studio delle energie alternative che oltre ad insegnare la teoria, mette in pratica i principi di sostenibilità ed efficienza energetica, creando cos’ un edificio Net Zero Energy. Finanziato grazie ad un contributo di 4,5 mln di dollari elargito da un imprenditore tedesco del mondo delle rinnovabili per spingere le nuove generazioni alla conoscenza delle energie alternative, l’Energy Laboratory si affida contemporaneamente alla produzione solare, eolica ed idrica, sfruttando contemporaneamente tre tipi di pannelli solari, utilizzando materiali riciclati per la costruzione dell’involucro e un sistema di raffreddamento radiante, nonchè un processo di recupero dell’acqua dolce capace di raccogliere fino a 10.000 litri. Nel 2010 questo edificio raggiunse anche il livello LEEDPlatinum di GBC.