La leadership femminile può rafforzare l’agricoltura portando energia viva e operativa in grado di trasformare la visione del settore. Non si tratta di creare riserve per una specie protetta, ma di un’integrazione reale a 360° perché l’apporto femminile all’agricoltura e alla sostenibilità sia più che mai decisivo dal punto di vista economico e ambientale e da quello della sicurezza alimentare. Ne parliamo con Alessandra Oddi Baglioni, presidente di Confagricoltura Donna

Perché la leadership femminile può cambiare l’agricoltura
La leadership femminile è la chiave per una nuova visione dell’agricoltura non solo in Italia, ma anche in una dimensione europea. Gli stereotipi di genere, infatti, resistono saldamente anche nell’Unione Europea quando si tratta di assegnare i fondi UE alle agricoltrici. Basti pensare che a livello europeo solo il 31% dei beneficiari della PAC (Politica Agricola Comune) sono donne, e ricevono appena il 15% dei pagamenti.
Inoltre, è indispensabile un ricambio generazionale. Per fortuna, giovani donne determinate, competenti e fortemente motivate si stanno affacciando al mondo dell’agricoltura con un approccio sostenibile e innovativo e una sostanziale apertura alle energie rinnovabili.
Non serve più forza ma più competenza
L’innovazione e la tecnologia stanno trasformando l’agricoltura: da lavoro caratterizzato dalla forza e dalla fatica, oggi esistono sicuramente maggiori opportunità per l’inserimento delle donne nel settore. I dati del CREA (Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’Economia Agraria) dimostrano infatti che il grado di meccanizzazione delle aziende gestite da donne è superiore e presenta un tasso di crescita nell’ultimo decennio che è quasi doppio rispetto alle aziende gestite da uomini.
L’Anno internazionale della donna agricoltrice proclamato dalle Nazioni Unite per il 2026 riconosce il ruolo fondamentale delle donne nella coesione sociale e dei territori. Tuttavia restano nodi strutturali da affrontare con urgenza: l’accesso al credito, la formazione, il ritardo logistico e infrastrutturale.
In Italia le aziende agricole condotte da donne sono un terzo del totale, ovvero poco più di 400mila e in linea con la media europea. L’estensione è inferiore (fino a 5 ettari) a quelle guidate da uomini. Anche se la SAU (Superficie Agricola Utilizzata) media aziendale è superiore per le aziende a guida maschile, i dati CREA mostrano una crescita maggiore per le donne (+12,5%) che per gli uomini (+2,9%).
Agricoltura femminile, trend positivo
Negli ultimi dieci anni le aziende agricole a guida femminile hanno mostrato un tasso di crescita reddituale sempre positivo e superiore a quelle a guida maschile, anche se in valori assoluti il reddito medio rimane inferiore a quello delle imprese a trazione maschile. Inoltre, la tenuta occupazionale è superiore e negli ultimi dieci anni ha subito una flessione minore.
A fronte di dati decisamente incoraggianti, le agricoltrici di oggi possono cambiare la visione dell’agricoltura? E in che modo? Ne parliamo con Alessandra Oddi Baglioni, presidente di Confagricoltura Donna a margine del convegno “L’agricoltura è donna. Leadership femminile per coltivare il futuro” che si è svolto nella sede romana dell’associazione.
Donne, agricoltura e sostenibilità
Le donne sono una presenza vitale e concreta nell’agricoltura. Sono imprenditrici con competenze agronomiche e gestionali, sono innovatrici attente alle tre dimensioni della sostenibilità (ambientale, economica e sociale) e al rapporto con il territorio. Perché il loro ruolo stenta ad affermarsi?
Per dei motivi molto precisi. Le donne hanno imparato, come ha detto lei, a gestire il territorio e l’impresa agricola, ma ancora non hanno portato avanti le battaglie per i posti gestionali.
Prima di tutto perché le donne soffrono del complesso atavico di non essere mai abbastanza. Secondo, perché effettivamente la donna si occupa dell’azienda agraria e magari anche della cura della famiglia, quindi ha poco tempo e deve fare sempre un passo indietro.
Tuttavia è arrivato il momento di mutare atteggiamento, altrimenti le cose non cambieranno mai, nel senso che sarà molto difficile che ci sia un approccio di genere alle problematiche agricole.
2026 Anno internazionale della donna agricoltrice
Le Nazioni Unite hanno proclamato il 2026 Anno internazionale della donna agricoltrice. Al di là del significato simbolico, cosa rappresenta concretamente questo riconoscimento?
Se ampliamo lo sguardo al di là dell’Italia e alla luce di quello che abbiamo appena detto, in molti paesi del resto del mondo le donne hanno addirittura difficoltà all’accesso alla terra, alla proprietà dei terreni.
Pensiamo, inoltre, alla gestione delle acque in un contesto climatico obiettivamente grave.
Le Nazioni Unite hanno inteso portare all’attenzione del mondo il ruolo fondamentale delle donne nei sistemi agroalimentari: dalla gestione della terra alla tutela della biodiversità, dall’impatto sulle comunità rurali alla sicurezza alimentare.
Donne che, dobbiamo ricordarlo, in molte parti del mondo sono invisibili e anche alle nostre latitudini sono spesso lontane da una effettiva parità di genere, soprattutto economica.
Ma ridurre il divario di genere non è solo una questione economica: richiede riforme strutturali e soprattutto un cambiamento profondo di mentalità.
Le carenze infrastrutturali sono per noi una complicazione in più
Il convegno “L’agricoltura è donna. Leadership femminile per coltivare il futuro” si propone di valorizzare il ruolo femminile in agricoltura e di riconoscere una parità che di fatto stenta ancora a decollare. Pensiamo ad esempio all’accesso al credito o al ritardo infrastrutturale. Quali politiche sono indispensabili per cambiare lo scenario?

Fortunatamente, l’accesso al credito è migliorato.
Infatti, negli ultimi anni, le banche italiane hanno mostrato maggiore attenzione all’imprenditoria femminile.
Non c’è più la discriminazione di una volta, quando per ottenere un prestito occorreva la firma del marito.
Invece le carenze infrastrutturali sono ancora tantissime. Mi riferisco ai punti di distribuzione, alle strade, alla banda larga.
È tutta una serie di problematiche che riguardano l’azienda come tale, ma su un’azienda a conduzione femminile pesano ancora di più.
L’approccio di genere rivela qualche inconveniente supplementare.
Ad esempio, se non funziona una strada non riesco ad andare in azienda, ma non porto neanche bambini a scuola, quindi ho una ulteriore complicazione.
Il valore ambientale e sociale dell’agricoltura femminile
Agricoltura tra sicurezza alimentare e transizione verde. Quale posto occupa l’imprenditoria agricola femminile?
Da parte delle donne c’è sempre stata una particolare attenzione all’alimentazione e soprattutto alla difesa ambientale, tant’è che moltissime donne sono impegnate nell’agricoltura biologica o gestiscono agriturismi con particolare riguardo all’ambiente e al sociale.
In questo senso, un esempio importante sono le fattorie didattiche, gli agriturismi per anziani o le aziende agricole che impegnano disabili e detenuti per facilitarne l’inserimento e il reinserimento lavorativo nella società.
Fare rete è un acceleratore della leadership femminile
La leadership femminile in agricoltura è un’aspirazione o una realtà possibile?
Per ora è un’aspirazione perché, come dicevo all’inizio, abbiamo moltissime imprenditrici ma ancora poche rappresentanti nei tavoli dell’associazione.
In realtà, questo accade anche un po’ per colpa nostra, perché ci sentiamo oppresse dalla molteplicità dei doveri. Se ci dedichiamo ai doveri imposti dalla gestione dell’impresa e a quelli della cura, inevitabilmente lasciamo per ultimo quello dell’associazionismo senza comprendere che lo sviluppo parte proprio da lì.
Infatti, gestendo di più e meglio le reti di donne possiamo influire anche sui servizi di cui abbiamo bisogno.
La vera sfida è democratizzare l’IA
L’innovazione sta trasformando l’agricoltura, ma è davvero un bene comune? Non è solo una questione tecnica e di formazione, ma anche di ritardo logistico e infrastrutturale. Se l’approccio generale non è paritario quali possono essere le ricadute sulla componente femminile del settore?
Sicuramente l’avvento dell’intelligenza artificiale nel nostro settore ha cambiato totalmente il modo di lavorare. Ha reso possibile il lavoro agricolo a prescindere dalla forza fisica, grazie alla capacità di gestire macchinari, droni, etc.
Qual è allora il problema? Che se non avremo una reale formazione su come gestire questi nuovi strumenti, l’accesso all’intelligenza artificiale potrebbe creare nuove forme di esclusione. In pratica, finirebbe per emarginare chi non ha tempo per studiare o non comprende bene come utilizzare questi meccanismi, magari perché li ritiene troppo costosi e quindi non utilizzabili.
Pertanto, anche in questo caso l’associazionismo è fondamentale per trasmettere il messaggio che invece bisogna usare questi strumenti in modo proficuo.
Solo così si potrà fare l’auspicato salto di qualità, altrimenti le aziende femminili resteranno drammaticamente indietro ancora una volta.
I 7 punti del “Documento di Roma”
Il convegno è stato anche l’occasione per presentare il “Documento di Roma”. Di cosa si tratta?
Il “Documento di Roma” è un manifesto che in 7 punti chiave sintetizza le richieste delle agricoltrici alle istituzioni. Più precisamente, chiede di:
- Riconoscere pienamente il ruolo delle donne nell’agricoltura dandone adeguata visibilità
- Ridurre il divario tra aree urbane e aree rurali, superando la carenza di servizi, infrastrutture, mobilità, sanità, scuola e connettività
- Rafforzare la leadership femminile. Non solo nei numeri, ma con la partecipazione reale alla governance
- Sostenere l’imprenditoria agricola femminile con strumenti finanziari più equi e accessibili, procedure più semplici e misure calibrate sui bisogni delle imprese
- Promuovere innovazione, formazione e conoscenza come beni accessibili a tutti. Altrimenti non sarà una leva di crescita ma un fattore di esclusione
- Valorizzare il ruolo sociale, ambientale ed economico dell’agricoltura femminile: tutela del paesaggio, biodiversità, coesione delle comunità, welfare territoriale, turismo lento, multifunzionalità
- Costruire una nuova PAC realmente inclusiva, in grado di semplificare la burocrazia e di sostenere innovazione, lavoro, leadership e qualità della vita nelle aree rurali.
Serve maggiore attenzione da parte istituzionale
Quali sono le aspettative delle agricoltrici e quali risposte si attendono in particolare dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste?
Ci attendiamo in particolare una maggiore attenzione da parte del MASAF.
In passato esisteva l’ONILFA (Osservatorio Nazionale per l’Imprenditoria ed il Lavoro Femminile in Agricoltura), che si occupava dei tanti aspetti relativi all’imprenditoria agricola femminile.
Monti sciolse l’Osservatorio insieme a tutta una serie di commissioni, e non è stato sostituito da nessun ufficio all’interno del Ministero.
Questo significa che non c’è più uno sportello governativo a cui fare riferimento. D’altro canto, anche il comitato esistente presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy non ha una specifica agricola.
Quindi che succede? In pratica, siamo rimaste a metà del guado fra il mondo dell’agricoltura – per cui non esiste più questo ufficio – e il mondo dell’industria (in cui rientra l’agroindustria) che non ha un posto per noi.
Abbiamo richiesto con forza sia al sottosegretario del MASAF sia al Parlamento che normino questo problema.
Bilancio di fine mandato e speranze per il futuro
Lei è alla fine del mandato come presidente di Confagricoltura Donna. Cosa è riuscita a realizzare in questi anni e cosa spera di vedere realizzato nei prossimi anni?
Non per essere ripetitiva, ma la rete, la rete, la rete. Nel senso che soltanto sentendoci fra di noi riusciamo a scambiarci innanzitutto informazioni e poi ad ottenere delle cose.
Da quando ho iniziato il mandato abbiamo quasi raddoppiato il numero delle iscritte e quello delle regioni che partecipano a Confagricoltura Donna. Questo, sicuramente, ci rende più forti.
Spero che chi mi seguirà continui con questo trend che non serve solo ad aumentare la partecipazione, ma anche a ringiovanire l’associazione.
Una decina di anni fa le imprenditrici erano ancora sopra una certa età. Adesso si sono affacciate molte ragazze che investono nel settore agricolo anche se non hanno una tradizione familiare: questa è una bella speranza per il futuro.













