Il dibattito sul fotovoltaico sui parcheggi nasconde un falso mito: il solare occupa meno dell'1% del suolo agricolo europeo. Puntare su tetti, parcheggi e pensiline rischia di costare di più e ridurre i benefici per famiglie e imprese.

La disinformazione sui temi della transizione energetica spesso sfrutta la buona fede di chi, inconsapevolmente, contribuisce a diffondere certi messaggi. E’ il caso della crescente diffusione online di meme che chiedono di installare fotovoltaico sui parcheggi, invece che sui terreni. Riproposti in varie versioni, fanno leva sul falso mito dell’occupazione di suolo da parte delle rinnovabili, in particolare del solare.
La richiesta appare sensata, ma la questione andrebbe analizzata su due fronti: da una parte l’impatto visuale e la paventata sottrazione di suoli agricoli alla produzione di cibo, dall’altra le necessità di riduzione delle bollette energetiche.
Impatto visuale: è più gradevole una centrale a carbone o un campo fotovoltaico?
L’impostazione del sistema generativo tradizionale è basata su grandi impianti, localizzati spesso lontani dai grandi centri urbani e lunghe linee di trasmissione. La transizione energetica, invece, ci sta portando verso una configurazione di rete diametralmente opposta: la cosiddetta “generazione distribuita” unisce le rinnovabili di taglia industriale a quelle di tanti cittadini e aziende che hanno deciso di autoprodursi l’energia, avvicinando gli impianti ai punti di utenza.
I benefici sono evidenti nella riduzione delle perdite da trasmissione, nella maggiore resilienza della rete, nella creazione di un indotto che assicura posti di lavoro stabili e distribuiti sul territorio, oltre alla scontata riduzione delle emissioni climalteranti e inquinanti.
Allo stesso tempo, tuttavia, l’approssimarsi ai centri abitati degli impianti di taglia più grande – seppure molto limitata rispetto a quelli termoelettrici tradizionali – genera fisiologiche reazioni di opposizione da parte di una minoranza, a volte molto vocale, ma spesso poco informata, che sulle infrastrutture fossili non ha mai mosso critiche.
Occupazione suolo: il solare sottrae terreno alla produzione di cibo?
In Europa, circa il 70% dei terreni agricoli sono dedicati a colture per mangimi animali, meno del 25% sono quelli destinati al consumo umano, il 4% per biocarburanti, mentre il solare non supera lo zero virgola.
Gli impegni italiani di aumento della quota rinnovabile al 2030 manterrebbero questa percentuale al di sotto dell’1%, solo in parte aree coltivabili, alcune delle quali già lasciate incolte, insieme ad aree industriali dismesse ed ex aeroporti.
E’ evidente che il solare non sia per nulla in competizione con la produzione di cibo e che, invece, gli appelli alla riduzione del consumo di proteine animali siano ben più motivati.
Al contrario, installare un impianto fotovoltaico su un terreno esercita un prezioso fermo biologico, capace di ridare vigore al microbioma del terreno, impoverito dalle colture intensive tradizionali per l’uso di fertilizzanti, pesticidi ed erbicidi. Il 60% dei terreni europei è in cattive condizioni di salute e l’83% contiene residui da pesticidi: un danno da 50 miliardi di euro all’anno, secondo la Commissione Europea.
Inoltre, un campo solare a terra offre riparo e ristoro alla biodiversità vegetale e animale (uccelli, piccoli roditori, insetti, in particolare gli impollinatori), sotto assedio da decenni per la progressiva riduzione degli habitat dove riprodursi.
La presenza dei pannelli fornisce ombreggiamento utile a ridurre l’evapotraspirazione del terreno, a beneficio della crescita delle piante. Sono sempre più numerose le ricerche e le esperienze pratiche che mostrano l’estrema sinergia tra fotovoltaico e agricoltura e il contributo protettivo dei sistemi solari per la biodiversità avicola, ospitando fino a tre volte il numero di uccelli, rispetto a un semplice campo coltivato.
Infine, come con gli impianti eolici, il solare a terra permette di svolgere contestuali attività di coltivazione e di allevamento (es. con l’agrivoltaico interfilare), oltre a migliorare le rese dei raccolti. Un uso del terreno intelligente, con benefici per chi ci investe e per la collettività.
Il prezzo dell’energia dipende dalle scelte strategiche nazionali
Certamente, ogni soluzione è preziosa per ridurre le emissioni climalteranti: dal piccolo impianto residenziale, a quello su un parcheggio, fino all’interessante agrivoltaico in tutte le sue declinazioni. La maggior penetrazione delle fonti pulite sul mix nazionale aiuta a sostituire quelle fossili, oltre ad abbattere i costi delle esternalità ambientali, sociali e climatiche.
Tuttavia, quando si parla di fotovoltaico ed eolico come le fonti più economiche sul pianeta, ci si riferisce principalmente agli impianti di grande taglia. Il costo di realizzazione dei campi a terra è la metà di quello di un impianto su tetto e quasi un terzo di un campo agrivoltaico su strutture elevate o di un fotovoltaico sui parcheggi.
Se l’obiettivo – oltre all’urgenza di mitigare la crisi climatica – è quello di ridurre i costi energetici, particolarmente in Italia, occorre aumentare la quota di impianti a terra. La Spagna, oggi tra i Paesi europei con il prezzo all’ingrosso più basso, ha investito principalmente in impianti utility-scale, oltre l’80% del totale (fonte: IEA). In Italia, la quota è intorno al 30% (fonte: GSE), mentre gran parte dell’installato è su tetti di edifici.
Per quanto rappresentino tutte singolarmente soluzioni convenienti per famiglie e aziende, la strategia energetica nazionale dovrebbe tutelare le necessità di sviluppo e competitività del Paese, pianificando un percorso di sostituzione degli inefficienti e inquinanti impianti termoelettrici, che contribuisca parallelamente alla riduzione dei costi energetici.
Soluzioni come quella francese, che impone – salvo vincoli tecnici – di installare fotovoltaico sui parcheggi, rischiano di deviare una consistente quota di investimenti su soluzioni di facciata, screditando l’efficacia delle rinnovabili nel ridurre le bollette nazionali.
La campagna di demonizzazione delle installazioni a terra favorisce unicamente la narrazione pro-fossili e pro-nucleare, rallentando il necessario sviluppo delle fonti pulite. Tra l’altro, il progresso nel rendimento di conversione energetica del solare FV migliora di anno in anno. La nuova generazione di pannelli in celle “tandem” in silicio e perovskite promette di utilizzare fino al 35% in meno di superficie a pari produttività.
L’Italia sta per mancare gli impegni che si era posta per il 2030, mira a diventare l’hub europeo del gas – mentre il resto dell’Europa accelera l’abbandono delle fonti fossili – pianifica un ritorno del nucleare incompatibile con le esigenze di decarbonizzazione al 2050 e promuove l’aumento delle quote di biocarburanti per autotrazione.
Esattamente l’opposto di quanto sostenuto dalla scienza e in contrasto con le tendenze di mercato globali. Forse i meme da condividere sui social dovrebbero chiedere meno parcheggi e più impianti solari a terra.












