Energia, innovazione, sostenibilità economica e sociale: questi i quattro pilastri individuati da RSE per strutturare un concreto percorso di transizione nel settore agroalimentare.

L’energia è a tutti gli effetti una componente strutturale della competitività dell’agroalimentare italiano. Ecco perché la persistente volatilità delle fonti fossili si intreccia oggi con altre sfide: dagli impatti del clima e degli eventi meteorologici estremi alla variabilità dei fattori produttivi, dal lento ricambio generazionale agli alti costi interni di produzione che prestano il fianco alla concorrenza sleale dei prodotti esteri. Una partita apparentemente ardua da giocare ma che può trovare negli strumenti della transizione energetica giusta e sostenibile i migliori alleati. A spiegarlo è il nuovo Manifesto di RSE, presentato in anteprima nel corso del convegno “Le sfide del settore agroalimentare verso la transizione energetica“, organizzato dalla società con CREA.
Un documento che non si limita a fotografare lo stato dell’arte, ma prova a costruire una via percorribile, fondata su dati raccolti direttamente dalle imprese. E lo fa individuando quattro pilastri tra loro interdipendenti su cui strutturare il percorso di transizione: energia, intesa come riduzione della dipendenza da fonti fossili ed elettrificazione dei processi; innovazione, cioè digitalizzazione e agricoltura di precisione applicate a ogni fase della filiera; sostenibilità economica, ovvero la capacità delle imprese di affrontare la transizione senza perdere competitività; sostenibilità sociale, intesa come equità lungo la filiera e tenuta delle comunità rurali.
Il primo punto da cui partire è forse il più immediato. l’agroalimentare è un settore a intensità energetica non trascurabile, con consumi elevati sia nella fase agricola sia in quella di trasformazione industriale. Nel 2024 il comparto agricolo ha consumato oltre 6.600 GWh di energia elettrica, mentre l’industria alimentare e delle bevande ne ha assorbiti più del doppio. RSE individua nella produzione diretta di energia – fotovoltaico e agrivoltaico, impianti a biomasse, autoconsumo abbinato a sistemi di accumulo, elettrificazione delle macchine agricole – la via principale per ridurre questa dipendenza, con un duplice beneficio: meno emissioni e minore esposizione alla volatilità dei prezzi energetici.
D’altra parte, che l’autoproduzione energetica sia una leva di competitività diretta lo dimostrano già quelle imprese agricole che si sono mosse verso le rinnovabili e che sono oggi in media anche quelle con la più bassa incidenza dei costi energetici sul fatturato
Lo studio di RSE conferma questa fotografia con alcuni esempi diretti. L’evidenza principale mostra che l’82% delle aziende vitivinicole intervistate che utilizzano almeno una fonte rinnovabile riesce a contenere i costi energetici entro la soglia del 10% del proprio fatturato. Nello specifico, il 27% di queste imprese registra un impatto minimo dei costi energetici, inferiore al 5% dei ricavi, mentre il 55% si attesta in una fascia di spesa compresa tra il 5% e il 10%.
Se sul fronte energetico il quadro è nitido, su quello dell’innovazione la fotografia scattata dal Manifesto è più composita. È ormai assodato che le soluzioni avanzate e le tecnologie digitali siano in grado di rendere il settore agroalimentare più competitivo. Come? Ottimizzando le risorse tramite l’agricoltura di precisione (sensori IoT e droni), prevenendo i rischi climatici e ottimizzando la stima dei raccolti tramite l’AI, garantendo la tracciabilità e proteggendo il Made in Italy dalle contraffazioni grazie alla blockchain o ancora riducendo gli sprechi grazie a una gestione digitalizzata della supply chain.
Tuttavia il dato aggregato colpisce: il 40% delle aziende agroalimentari intervistate dichiara di non aver effettuato alcun investimento in innovazione negli ultimi cinque anni. È un numero che, se letto da solo, rischierebbe di raccontare un settore fermo. Ma i dati raccolti filiera per filiera mostrano una realtà più stratificata: nel vitivinicolo, ad esempio, la quota di chi non ha investito scende al 17%, e le aziende hanno concentrato le risorse soprattutto sul rinnovamento dei macchinari.
La differenza non è solo di filiera, ma soprattutto di dimensione d’impresa. Le indagini alla base del Manifesto mostrano come le realtà più piccole restino sistematicamente più indietro, non solo per mancanza di risorse economiche, ma anche per l’assenza, al proprio interno, di competenze che oggi l’innovazione richiede – non più solo agronomiche, ma anche ingegneristiche e informatiche. Ne emerge una geografia dell’innovazione che segue linee di frattura precise: aziende più strutturate e attive concentrate soprattutto al Nord, un tessuto più frammentato e meno partecipe al Centro-Sud; imprese di maggiori dimensioni che investono con continuità, contro microimprese che faticano ad accedere anche solo agli strumenti di finanziamento pubblico disponibili.
In questo scenario, il Manifesto individua un canale di accesso all’innovazione spesso sottovalutato: il contoterzismo. Quasi un’azienda agricola italiana su tre si affida oggi a servizi esterni per svolgere lavorazioni specializzate creando un canale secondario per l’introduzione di tecnologie avanzate. Automazione e sistemi di monitoraggio risultano le tecnologie più diffuse tra i contoterzisti, mentre l’Internet of Things resta ancora marginale, sintomo di un settore che sperimenta, ma con prudenza.
Restano, però, ostacoli condivisi da tutte le filiere: i costi troppo elevati delle tecnologie, la percezione di incentivi ancora insufficienti e la difficoltà di far dialogare sistemi digitali diversi, spesso installati in epoche e con standard differenti. È lo stesso Manifesto a sottolineare come, senza un cambio di mentalità degli operatori accompagnato da un adeguato supporto finanziario, anche le innovazioni più promettenti fatichino a trovare spazio reale nelle filiere.
Il quarto pilastro del Manifesto sposta l’attenzione su un piano meno tecnico, ma non meno rilevante: quello della sostenibilità sociale. I numeri restituiscono un comparto ancora segnato da squilibri strutturali. Le donne titolari d’impresa nel settore agricolo si fermano al 32%. Sul fronte della formazione, il divario generazionale è netto: il 20% dei titolari di impresa agricola under 40 ha una laurea, percentuale che scende drasticamente all’8% tra gli over 40 – un dato che suggerisce come il ricambio generazionale possa diventare esso stesso una leva di innovazione, se accompagnato da politiche mirate.
Per RSE, la sostenibilità sociale non è un capitolo accessorio della transizione, ma una condizione della sua tenuta: l’introduzione di nuove pratiche energetiche deve tradursi in opportunità occupazionali qualificate e in un rafforzamento delle comunità rurali, e non in un ulteriore fattore di esclusione per chi ha meno risorse per adeguarsi.
Articolo in collaborazione con RSE











